Storie – Antonio Pantaleo De Carlo

DE CARLO Antonio Pantaleo, nato il 18 maggio 1914 a Vernole (Lecce) 1a, 10 – Deceduto il 30 luglio 1944 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro 1 – fila A – tomba 2 1b. Fonti: 1a, 1b, 10 – Giovanni Romualdo Potenza e Sergio Giovanni Potenza (pronipoti).

 de carlo antonio pantaleoCaporale De Carlo Antonio Pantaleo

Tratto da http://www.noidivernole.wordpress.com dell’11 novembre 2011

 

Morirono nella seconda guerra mondiale, insieme a numerose altre vittime, molti militari originari di Vernole, ma di cinque in particolare si erano perse le tracce.

Risultavano dispersi, la guerra era finita, i sopravvissuti tornavano in patria e le salme dei poveri Caduti venivano depositate nel cimitero, ma di Corilli Fortunato, (1919 – 1945 ) De Matteis Salvatore ( 1907 – 11944 ), De Carlo Antonio, ( 1914 – 1944 ) Sindico Salvatore, ( 1911 – 1944 ) Elia Pantaleo ( 1921 – 1944 ) si era disperatamente persa ogni traccia.

Alla ricerca di questi cinque militari vernolesi si misero i parenti e le persone a loro care, ma la carenza di servizi presenti all’epoca e le poche risorse a disposizione ne impedirono il ritrovamento.

Nel frattempo, genitori, mogli, fratelli e sorelle di questi militari dispersi sono decedute, nell’ angoscia di non aver mai saputo quale sorte è toccata ai loro cari.

Sono stati trovati in questi giorni, a seguito di un duro lavoro adoperato dal ricercatore Roberto Zamboni, (che ha reso noto il risultato delle ricerche sulla Gazzetta del Mezzogiorno), le ossa di tutti e cinque i suddetti militari, dislocate nei vari cimiteri militari d’onore di Amburgo, Francoforte sul Meno e Monaco di Baviera.

Alcuni di essi morirono in battaglia in altre località della Germania, altri in ospedale dopo essere stati ricoverati, a causa delle malattie provocate dalla malsana situazione dei militari.

Oggi l’amministrazione comunale ha pubblicato l’esatta posizione dei cinque militari all’interno dei cimiteri tedeschi, dando il via ad una accurata ricerca anagrafica per l’identificazione delle famiglie di appartenenza.

Alcune famiglie hanno già constatato la familiarità con il defunto, è il caso di De Carlo Antonio, i suoi nipoti infatti hanno già identificato la parentela.

Riporto di seguito la testimonianza di uno dei nipoti di De Carlo Antonio, ovvero Sergio Giovanni Potenza, che non ha mai avuto modo di conoscere personalmente il militare caduto, ma ha vissuto in prima persona la disperazione della nonna e degli zii che non hanno mai più potuto vedere il loro caro.

 

Ricostruzione di Giovanni Romualdo Potenza e Sergio Giovanni Potenza

De Carlo Antonio Pantaleo nacque a Vernole il 18 maggio 1914, figlio di Gioacchino De Carlo e di Filomena Longo.

Il padre Gioacchino cadde nella Prima Guerra mondiale e la madre, rimasta vedova, riuscì a mantenere da sola i suoi cinque piccoli figli (mia nonna Pasqualina con i suoi fratelli – miei prozii – Michelangelo e Antonio Pantaleo, e le sorelle Nina e Uccia).

Michelangelo e Antonio Pantaleo partirono, nel 1940, per la Seconda Guerra Mondiale. Michelangelo partecipò alla Campagna Italiana d’Africa in Eritrea e Abissinia e, dopo varie peripezie, riuscì fortunatamente a rientrare vivo e vegeto nel suo paese natìo, Vernole.

Del Caporale Antonio Pantaleo, chiamato da tutti i parenti e da tutti gli amici Uccio, si persero le tracce.

Voci non ufficiali lo davano di stanza con l’esercito italiano nel Nord Italia. La famiglia continuò a sperare e a pregare senza avere mai una risposta definitiva e ufficiale sul destino di Uccio.

La guerra terminò, il periodo di guerra civile in Italia era ormai un lontano ricordo e, del giovane vernolese, non si seppe più nulla.

Sempre voci non ufficiali lo davano per morto: dopo tanti e tanti anni di attesa, era razionale pensare a questa tragica fine in una guerra che ha lasciato sul campo milioni di vittime.

La madre (mia bisnonna), le sorelle (mia nonna e le mie prozie), il fratello (mio prozio) e tutti i nipoti (mio padre e i suoi cugini) continuarono a cercare, invano, notizie sulla sua sorte.

Purtroppo, con il passare degli anni, la mamma, le sorelle e il fratello morirono con il rimpianto di non esser mai venuti a conoscenza delle reali sorti del loro amato Uccio.

Oggi finalmente è trapelata la verità definitiva sulla vita, e sulla morte, del caro Zio Uccio, mai conosciuto personalmente nemmeno da mio padre, ma da sempre immortale nei ricordi di famiglia.

Lo zio Uccio è morto, all’età di 30 anni, il 30 luglio 1944 nell’ospedale di Fallingbostel, a sud di Amburgo (Germania del nord) e, le sue spoglie, riposano da 67 anni nel Cimitero militare italiano d’onore ad Amburgo.

Il certificato di morte testimonia la morte del soggetto sopravvenuta per tubercolosi polmonare, malattia tipica in quegli anni dei prigionieri italiani deportati dai tedeschi nei lager nazisti.

Lo zio Uccio, molto probabilmente, sarà stato uno di quei protagonisti dimenticati di una resistenza ignota, passiva, senz’armi.

La Resistenza dei militari italiani internati nei lager nazisti dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943.

Una Resistenza nata dopo il rifiuto di migliaia di giovani soldati italiani, che scelsero di morire e soffrire, piuttosto che collaborare per un solo secondo in più con i nazisti e i repubblichini.

Una Resistenza poco conosciuta e poco raccontata dalla storia ufficiale: l’8 settembre vennero disarmati dai nazisti circa un milione di soldati italiani.

La maggior parte se ne andò a casa o si riunì ai partigiani.

Pochi di quelli disarmati, accettò di restare al servizio dei tedeschi o di servire nelle milizie fasciste.

Gli altri, 716.000 uomini, di cui 26.000 ufficiali, vennero deportati nei lager dai tedeschi per vendetta dopo l’armistizio: 50.000 morirono nei lager, di stenti, di malattie, impiccati, fucilati.

E, tra quei 50.000, vi erano «I mille di Fallingbostel» deportati dall’Italia del Nord in Germania e fatti morire, alcuni di malattia (spesso tubercolosi), altri impiccati o fucilati, dopo atroci vendette e sofferenze.

Tra i «mille di Fallingbostel», quasi sicuramente, c’era Antonio Pantaleo De Carlo, lo zio Uccio, eroe italiano dimenticato.

Dopo aver appreso la notizia che le sue spoglie sono sepolte nel cimitero di Amburgo, da domani stesso la mia famiglia si attiverà per riportare i resti dello zio Uccio nel suo paese natio, Vernole.

Riportare qui i suoi resti, dopo 67 anni in territorio «straniero» e, in periodo di guerra, «ostile», è un atto doveroso:

– per la memoria di un giovane vernolese, morto tragicamente a circa 2.500 km di distanza da casa;

– per la memoria della mia bisnonna (madre dello zio Uccio), di mia nonna e dei miei prozii (sorelle e fratello dello zio Uccio), morti con il rimpianto di non aver mai conosciuto la verità sulle sorti del loro amato congiunto;

– per l’onore di tutti nipoti e pronipoti dello zio Uccio in vita, orgogliosi di aver avuto un eroe di guerra come zio;

– per Vernole, paese che ha dato i natali ad Uccio e a decine e decine di altri giovani Caduti in guerra e di cui, tutti i vernolesi, credo siano orgogliosi.

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