La “mia” ricerca – Testimonianze dal Campo di concentramento di Flossenbürg

luciano zamboni
Luciano Zamboni

ZAMBONI Luciano Giovanni , nato a Mizzole (Verona) il 3 febbraio 1923. Arrestato il 16 dicembre 1944 a Caprino Veronese (Verona) dalle Brigate Nere. Trasferito il 28 dicembre 1944 nelle prigioni del Forte San Mattia a Verona e successivamente al Comando Generale SS e Polizia di Sicurezza di Verona (B.d.S. Italien – Palazzo INA). Internato il 12 gennaio 1945 nel campo di smistamento di Bolzano / Gries. Deportato il 19 gennaio 1945 e immatricolato a Flossenbürg il 23 gennaio 1945. Matricola 43738. Trasferito il 22 marzo 1945 al sottocampo di Offenburg (dipendente da Natzweiler). Rientrato a Flossenbürg il 6 aprile 1945. Morto nello stesso campo il 4 maggio 1945 e sepolto nel cimitero del paese (tomba C 5). Riesumato e traslato il 12 marzo 1958 nel Cimitero Militare Italiano di Monaco di Baviera dal Commissariato Generale del Ministero della Difesa. Posizione tombale: riquadro 5 – fila 16 – tomba 1. Resti rimpatriati il 29 novembre 2000. Richiedenti rimpatrio: Roberto Zamboni

(Per la storia di Luciano vedi: https://dimenticatidistato.com/2015/05/04/storie-luciano-zamboni/)

LETTERE DI EX DEPORTATI DI FLOSSENBÜRG

Nell’inverno del 1997 avevo fatto pubblicare una lettera sul giornale dell’Associazione Nazionale ex deportati (il giornale si chiama «Triangolo Rosso») nella quale chiedevo ai reduci di Flossenbürg se avessero conosciuto mio zio durante il periodo della loro prigionia.

Inoltre nel 1999 e nei primi mesi del 2000 dopo aver rintracciato gli indirizzi nell’elenco delle richieste di indennizzo pubblicate sul supplemento della Gazzetta Ufficiale n° 130 del 22 maggio 1968, avevo scritto a tutti coloro che, secondo i dati che apparivano negli elenchi pubblicati, erano transitati anche solo per pochi giorni, nel periodo gennaio/aprile 1945, dal campo di concentramento di Flossenbürg, chiedendo se ricordavano di aver incontrato Luciano.

Contattai 71 ex deportati e ricevetti una risposta da molti di loro. Qualcuno degl’interpellati purtroppo era morto e qualcun’altro probabilmente non se l’era sentita di rispondermi perché così facendo avrebbe riaperto una ferita mai del tutto chiusa.

Pur non avendo rintracciato nessuno che avesse conosciuto mio zio, ho ritenuto doveroso riportare le loro testimonianze(*).

(*) – In alcune lettere ho inserito qualche virgola ed ho corretto qualche errore ortografico; inoltre ho fatto qualche aggiunta per far si che il testo potesse risultare più scorrevole ma senza alterarne il contenuto.

Genova, 27 settembre 1999

Egregio Zamboni, mi è pervenuta la sua cara lettera dove mi fa presente se avessi conosciuto suo zio Giovanni [Luciano]; sarei molto lieto di poterlo ricordare ma dopo tanti anni!! Pensi che io sono stato con altri [nel]l’ultimo trasporto che partì per il lagher di Flossenbürg;  fra l’altro si dimenticarono di me in quanto che all’appello della mattina presto mi vennero a prendere al pomeriggio, perché io ero in cella di isolamento avendo con altri tentato la fuga dal campo di Bolzano. Riuscii a scappare in Cecoslovacchia, dopo essere stato a Flossenbürg e a Dresden; mi salvarono i partigiani Cechi e rientrai in Italia ma come le ripeto non me lo ricordo di suo [zio] Giovanni; può anche darsi che [ci] siamo conosciuti, ne ho conosciuti tanti tanti in quella tragedia che a distanza di anni non dimenticherò mai. Deve pensare che avevo 14 anni e ora ne ho 71. Fui rastrellato per rappresaglia dalle SS non […] altro. Avrei tanti particolari ma mi è molto difficile. Quando porterà un fiore a suo zio ne porti uno da parte mia. […]. Spero che sia capito, ho fatto la quinta elementare. Infine la saluto tanto tanto, sono tornato indietro di tanti anni. A. Giorgio

Buia (Udine), 18 ottobre 1999

Egregio Signore, anzitutto devo scusarmi per il ritardo alla sua domanda in seguito alla sua richiesta di un suo parente deportato al campo di Flossenbürg; sono rientrato ieri al mio paese (Buia) dopo tre settimane di mia assenza e ho trovato la vostra lettera. A dire il vero le date che lei mi cita rispondo[no] quasi tutte, soltanto che noi da Udine ci hanno trasferiti al campo politico di Flossenbürg l’11 gennaio 1945, dal campo di smistamento. Il mio numero era (43613) che non posso dimenticare. Dopo 3 giorni ci trasferirono al campo di Herzbruck [Hersbruck] per poi con l’avanzata delle truppe alleate, camminando 20 giorni (partiti 5000) siamo arrivati al campo di Tacau [Dachau]in 3000; io posso dirmi dei fortunati, perché essendo già a conoscenza della lingua tedesca ho risparmiato molte botte; perché ero già stato tre anni a Stuttgard [Stoccarda] per lavoro assieme a mio padre. Il mio rientro in Italia è stato il 30 luglio (dopo un lungo periodo di degenza in ospedale per infezione al sangue e tifo, più ricaduta di tifo per aiutare un mio amico all’ospedale americano), e a Pescantina ho incontrato mio papà e un mio zio che anche loro rientravano dalla Germania però come lavoratori. Purtroppo è un’odissea che non si può dimenticare; ma per vivere tranquilli meglio non pensarci mai al passato. A. Franco

Udine, 2 giugno 2000

Egregio Signor Zamboni, sono B. Giovanni ex deportato politico, triangolo rosso a Flossenbürg, matricola 40121. Rispondo all’appello per suo zio. Purtroppo io non ricordo nessun nome e nessun volto di quelli che erano lì nel campo. Dalle date che lei dice riguardo alla presenza di suo zio nel campo, è sicuro che c’ero anch’io, ma ripeto, non ricordo nessuno. Mi dispiace! Le sembrerà assurdo, ma è la verità. Un compagno medico belga mi ha salvato la vita consigliandomi di mangiare ossa cotte e ridotte in farina, per fermare la dissenteria. Ebbene, io non so come si chiamava e che volto avesse. Non so se questa cosa le dia l’idea di come si vivesse e cosa si può ricordare. Tra l’altro io in marzo sono stato trasferito in sottocampo, perciò alla liberazione non ero a Flossenbürg. La saluto cordialmente. B. Giovanni

Udine, 3 gennaio 2000

Egregio Signor Zamboni, mi presento – B. Gino nato a Udine il –.–.—- – renitente alla chiamata dei tedeschi – non ancora diciottenne feci parte della Resistenza Garibaldina – catturato nei colli goriziani – imprigionato nelle carceri di Gorizia – poi partito per Flossenbürg – rimasto fino al giorno 19 novembre 1944 – di lì ad Ebensen [Ebensee – Mauthausen] – poi di nuovo trasferito prima di Pasqua 1945 a Dachau fino alla liberazione – rimpatriato il giorno 3.6.1945 – dispiaciuto non poterla aiutare, Le auguro di avere più fortuna con altri miei compagni. Gino B.

Milano, 16 gennaio 2000

Gentile Signor Zamboni, La ringrazio per la lettera ricevuta. La mia permanenza nel campo di Flossenbürg da fine ottobre 1944 fino alla liberazione collima con quella di Suo zio, purtroppo, noi siamo state immediatamente trasferite presso un «sottocampo» nelle vicinanze e sempre dipendente dal campo di Flossenbürg. Non ho conosciuto suo zio e non saprei darLe nessun tipo di informazione riguardante la sua permanenza o sulla sua morte. Sono veramente dispiaciuta di non poterle essere utile, La ringrazio, e per qualsiasi informazione non esiti a riscrivere. B. Loredana

Portogruaro, 3 gennaio 2000

Egregio Sig. Zamboni, non sono in grado di essere utile per soddisfare la Sua richiesta, perché io sono stato deportato da Udine a Flossenbürg il 28 dicembre 1944. Dopo 3 giorni di permanenza a Flossenbürg sono stato trasferito a Kamenz dove ho lavorato per circa tre mesi in una fabbrica di aeroplani, dopo di che, per l’avanzata dei russi, sono stato trasferito a Dachau dove sono stato liberato dalle truppe alleate nel mese di aprile 1945. Non posso dirle altro perché al mio rientro in Italia sono stato preso da una amnesia e tutti i miei ricordi della deportazione sono rimasti molto confusionari. Ora sto bene e ringrazio Dio. Ammiro Lei che si preoccupa della triste sorte di Suo zio perché merita di essere ricordato per le martoriate tribolazioni che ha certamente subito. C. Lino

Udine, 3 gennaio 2000

Gentilissimo Zamboni! Dopo oltre cinquant’anni è difficile ricordare visi visti in quel campo, inoltre si ricorda appena di quelli che sono morti tra le braccia. Sono rimasto poco in quel campo, perché sono stato trasferito a tre giorni di treno in una fabbrica di ali di apparecchio. All’arrivo degli alleati fummo trasferiti verso la Cecoslovacchia e siamo stati liberati dall’Armata Rossa. Rimpatriato feci quattro anni in sanatorio, ero colpito da ictus, infarto e paralisi. Sono ridotto a un misero disabile che non può camminare e deve rimanere chiuso sempre in casa. Scusi del malscritto, ma auguro un buon 2000. C. Vittorio

Busto Arsizio, 17 gennaio 2000

Egregio Signor Zamboni Roberto, con commozione rispondo al suo appello datato 27.12.1999 con il quale mi si chiede se come ex deportato nel campo di sterminio di Flossenbürg ho avuto modo di conoscere suo zio Luciano. Purtroppo anche per i tanti anni trascorsi non sono in grado, anche se lo volessi di ricordare il viso a Lei tanto caro, anche perché l’impatto con quella tragedia fu talmente terribile e sconvolgente che non si è mai avuto modo di comunicarci, tra noi deportati messaggi informativi, se non con i piccoli gruppi di aggregazione impostici all’interno del campo dalle circostanze di lavoro, dalle stesse SS o dai Kapò. Di certo però posso affermare che se suo zio Luciano è partito con il convoglio da Bolzano il 19 gennaio 1945 per Flossenbürg, con il quale anch’io ho viaggiato, e avendo io all’arrivo ricevuto il numero di matricola 43549 e suo zio il 43738, è evidente che almeno fino a quando siamo stati destinati ad un altro campo di lavoro, la tragedia senza la speranza di sopravvivere ci è stata comune. […] Ringraziando per il suo impegno a non dimenticare le tante vittime dell’Olocausto, con stima ed affetto cordialmente saluto. Angelo C.

Forgaria, 10 gennaio 2000

Caro amico, io sottoscritto C. Enrico, nato a Forgaria il –.–.—- – arrivato a Flossenbürg da Udine il 21.12.1944 – matricola 40141.

Non ti posso aiutare perché io ero al blocco 19, quello dei minorenni. In data 17.4.1945, la sera verso le 10, ci fecero uscire tutti dalle baracche e ci portarono tutti alla stazione di Flossenbürg. Siamo partiti verso Dachau e lì non si è potuti proseguire in treno; quella stazione si chiamava Scwandorf e lì ci fecero andare a piedi e chi non poteva camminare lo ammazzavano con la pistola; in quel tratto si camminava sulla ferrovia e non ne potevo più. Mi buttai per la scarpata e mi andò bene. Il 23.4.1945 venni liberato e portato all’ospedale di Norimberga fino al rimpatrio il 17.7.1945 per Bolzano. Ti invio tanti saluti e buon proseguimento. C. Enrico

Torino, 6 novembre 1997

Signor Zamboni Roberto, oggi 6 novembre 1997 ho ricevuto la sua lettera, ho esaminato con attenzione il suo documento e foto. Alcune date corrispondono con i miei trasferimenti. Dalle carceri di Torino arrivammo a Gries (BZ) verso 20 o 23 dicembre 1944. Mi destinarono al Blocco G con il numero 7180. Li feci conoscenza del Generale Gaetano C., di suo figlio G., del Sig. G. e di altri giovani ufficiali. Il 19 gennaio 1945 ci portarono alla stazione ove [era] un lungo treno merci, con vagoni chiusi. Vi ritrovai il gruppo dei giovani ufficiali, seppi che erano tutti della zona di Verona e dintorni. Al 23 gennaio 1945 si arrivò a Flossenbürg. Ci avviarono verso il campo e provammo subito i loro metodi bestiali. Nel Block di quarantena mi cambiarono numero in 43600. Dopo 8-10 giorni mi trasferirono al Block 19. Noi italiani [eravamo] sempre maltrattati un po’ da tutti. Feci parte della lunga colonna [di] evacuazione, cioè la «marcia della morte». Signor Zamboni, ne sono profondamente rammaricato di non inviarle la risposta che Ella desiderava. A Lei e famiglia i nostri cordiali saluti ed il nostro pensiero al suo parente Luciano Giovanni. Cordialmente D. P. Ignazio.

Fontanafredda, 10 gennaio 2000

Egregio Signor Roberto Zamboni, mi presento: sono Geremia D. C., figlio di Giancarlo D. C., da Lei contattato per lettera a riguardo notizie di suo zio Luciano; come da Lei richiesto. Le premetto che trattare l’argomento con mio padre, mi è sempre stato difficile e per quanto ho potuto, ho sempre evitato di farlo, il perché lo comprende bene anche Lei. Da quanto informatomi da mio padre, non sono in grado di comunicarle tanto, in quanto mio padre «transitò», per così dire a Flossenbürg per soli dieci giorni, nella seconda metà del gennaio 1945 e non ebbe il tempo di scambiare conoscenze con altri malcapitati come lui, se non con i tre o quattro compagni di sventura con i quali era stato prelevato qua a Fontanafredda. Di queste persone, oltre a mio padre, è rimasto in vita solo un altro sventurato dell’epoca, tale S. Dario, con il quale abbiamo provato a ripercorrere quei giorni ma, non siamo riusciti a far riemergere nulla riguardo suo zio proprio perché la loro permanenza a Flossenbürg fu breve, e prima della fine del gennaio 1945 furono trasferiti a Dachau dove rimasero fino al giorno della liberazione da parte degli alleati. Di Flossenbürg, il signor S. Dario e mio padre, ricordano solo che si trattava di un ambiente abbastanza sano in quanto, pulito e con rancio che poteva soddisfare le esigenze del momento per quei giovanotti di allora. A parte questo, non mi hanno espresso ricordi che la possano aiutare nella ricerca da Lei intrapresa. […] Mi scuso per la scarsità di notizie fornitele, porgo distinti saluti ricordandole di tenerci in considerazione quale punto di riferimento per eventuali sviluppi. Geremia D. C. – Giancarlo D. C.

Milano, gennaio 2000

Egregio Signor Zamboni, anch’io dal campo di Bolzano fui trasferito al campo di Flossenbürg. La data non la ricordo, però poi dal campo di Flossenbürg fui trasferito ad Hersbruck, vicino Norimberga e per ultimo al campo di Dachau. Nel mese di aprile 1945 fui liberato dalle truppe americane, le date non le ricordo; formarono a schiere comitati e ogni squadra fu assegnata per il rimpatrio. Io fui trasportato con il pullman del Vaticano a Milano, luogo del mio domicilio. Non posso dire altro che quanto detto. Dispiace non averlo conosciuto o visto. Una cara preghiera rivolgo a suo zio. La saluto G. Matteo

Sistiana, 26 gennaio 2000

Signor Zamboni Le rispondo nel mio modo con il mio grado di istruzione elementare: sono partito da Trieste l’11.11.1944 – arrivato a Flossenbürg il 14.1.1945 – ricevuto il n° 41826 triangolo rosso – trasferito il 26.1.1945 a Kamniz [?] per lavoro con arrivo il 29.1.1945, causa avvicinamento del fronte russo il 10.3.1945 fummo imbarcati sul treno merci per Mauthausen e per carenza di posto si proseguì per Dachau; una settimana di calvario con 75 [persone] per vagone; a nostra disposizione solo 2/3 di spazio perché 1/3 era a disposizione alle guardie SS. Si arrivò a destinazione il 16.3.1945 dove presi il n°146000 – triangolo rosso. Ai primi di aprile fui trasferito per lavoro nei pressi di Monaco su un campo d’aviazione e il 2.5.1945 liberato dagli americani ed il giorno 3.5.1945 ricoverato in ospedale a Monaco; rientrato in Italia l’11.11.1945 all’ospedale militare 64 a Merano. Sono spiacente di non essere in grado di darle alcuna notizia riguardo il suo parente. Con tanti saluti K. Valter. PS.: Il mio caso forse unico in Italia : persi la moglie ad Auschwitz, la seconda mia moglie con il n° E 82126 impresso sulla mano pure di Auschwitz.

Pavia, 23 gennaio 2000

Caro Signor Zamboni, rispondo anche a nome di Ferruccio B., che con me è stato a Flossenbürg e che ha anche ricevuto la sua richiesta di notizie su suo zio Luciano Zamboni. Purtroppo noi non siamo in grado di darle informazioni, perché siamo stati a Flossenbürg dai primi di settembre ai primi di ottobre 1944, poi siamo stati trasferiti a Kottern, sottocampo di Dachau, dove la vita era meno infernale che a Flossenbürg e siamo dunque riusciti a sopravvivere. […] Mi permetta di dirle che la ricerca che sta facendo Le fa molto onore. Con i più cordiali saluti anche a nome di Ferruccio B. – M. Enrico

Arcore, 9 febbraio 2000

Egregio Signore, innanzi tutto vorrei scusarmi per il ritardo con cui le rispondo, ma ho utilizzato questo tempo per cercare notizie riguardo suo zio. Personalmente non ho avuto modo di conoscerlo e purtroppo, chiedendo a diversi compagni deportati a Flossenbürg, non sono riuscito a trovare alcuna notizia utile. L’unica cosa che so è che a Verona c’è un compagno deportato a Flossenbürg, e successivamente a Offenburg, nello stesso periodo di suo zio, ma non ricorda di averlo incontrato e pertanto non può fornirle nessuna notizia. Sono molto dispiaciuto di non averla potuta aiutare. Le auguro che le sue ricerche la conducano presto a ciò che vuole sapere. Cordiali saluti. M. Silvio

Milano, 20 gennaio 2000

Caro Roberto, ritengo molto apprezzabile il Suo impegno nel ricercare testimonianze su gli ultimi tempi di vita di Suo zio, morto giovanissimo a Flossenbürg. Purtroppo io non Le posso essere d’aiuto in quanto ho vissuto il terribile periodo di quel campo prima dell’arrivo di Luciano Zamboni. Il mio curriculum di deportato politico è stato: carcere di San Vittore a Milano dal 31.7.44 al 17.8.44 – campo di Bolzano dal 17.8.44 al 7.9.44 – Flossenbürg (blocco 22) dal 9.9.44 al 7.10.44 – Kottern dal 9.10.44 al 7.4.45 – Dachau dal 9.4.45 alla liberazione. Ritengo che eventuali notizie di Suo zio potrebbe attingerle da Italo G. – [indirizzo]. G., anche nel caso non lo avesse conosciuto personalmente potrebbe indicarLe qualche altro compagno che ha vissuto in quel campo fino all’ultimo. Le auguro di riuscire nella Sua impresa che riunisce alla cara memoria delle sofferenze di un parente anche la conoscenza di un terribile ingiusto periodo della storia dell’umanità. Con viva cordialità, Luigi M.

Cormons, 26 febbraio 2000

Egregio Signor Zamboni, rispondo alla sua lettera del 17 gennaio 2000 e devo purtroppo dirle che non ho conosciuto suo zio. A Flossenbürg stavo nella baracca dei minorenni e non c’era contatto con le persone adulte. Sono stato trasferito dalle prigioni di Gorizia l’11 gennaio 1945 e dopo circa 3 giorni sono arrivato a Flossenbürg dove sono rimasto per circa 3 mesi. Sono stato poi trasferito a Dresda in un campo di lavori forzati e qui sono rimasto un mese. Da Dresda siamo partiti per Praga ed abbiamo fatto il percorso a piedi ed in treno e questa per me è stata l’esperienza peggiore perché la gran parte delle persone non ce l’ha fatta. A Praga sono rimasto circa un mese in ospedale per riprendermi e dopo una settimana è arrivato l’esercito russo. Da qui con mezzi di fortuna sono partito ed ho raggiunto Cormons in agosto. Mi dispiace non poter esserle d’aiuto e le auguro di riuscire ad avere al più presto notizie riguardanti suo zio. Cordiali saluti. M. Guido

Resia, 20 gennaio 2000

Io sottoscritto N. Pietro, l’11 gennaio 1945 vengo deportato nel campo di concentramento di Flossenbürg dove arrivo il 14.1.1945 – poi ai primi di febbraio mi hanno trasferito nel campo di concentramento di Hersbruck – poi successivamente a quello di Dachau – Il 29 aprile ci hanno liberato le truppe americane. A Flossenbürg ogni mattina facevano appello nominativo, mai sentito il nome di Zamboni Luciano nella mia baracca. Per avere notizie più concrete si rivolga alla Croce Rossa Internazionale. Cordiali Saluti. Pietro N.

Messina, 25 febbraio 2000

Caro signor Zamboni Roberto, le scrivo con l’aiuto di mia nipote, che scrive mentre mi sente parlare per l’ennesima volta di quella incancellabile esperienza. Sono un uomo di 81 anni segnato tantissimo dalla deportazione tedesca durante la seconda guerra mondiale, ma ringraziando quotidianamente Dio per avermi permesso di salvarmi dall’inferno, tornare a casa mia e, nel corso del tempo, avere la possibilità di formarmi una famiglia. Sono passato attraverso vari campi di concentramento quando fui arrestato da militare come partigiano. Tra questi c’è stato anche Flossenbürg, ma come ripeto, ci passai soltanto perché la mia destinazione definitiva fu Dakau [Dachau]. Purtroppo li non si era persone ma oggetti numerati e non ho avuto né amici, né conoscenze particolari. Non credo di saperle dire, quindi, se tra i tanti che sono passati sotto i miei occhi ci fu anche suo zio. So solo che tornai invalido dalla guerra, a causa della perdita dell’udito, della caduta dei denti e di una bronchite asmatica, causata dal gelo, che ancora oggi non mi abbandona; [quando tornai] ero di circa 36 chili e per un uomo di 24 anni non è sicuramente un peso normale! Quindi è difficile che dalla foto che mi ha inviato si possa ricordare. E poi si passano gli anni cercando di dimenticare, almeno un po’. Io l’ammiro per questa ricerca che sta facendo e spero sinceramente che lei abbia più successo con i ricordi degli altri «fortunati» che sono potuti tornare e oggi vivono ancora. Risparmiandole altri particolari demoralizzanti, la saluto ringraziandola e sperando per lei di avere una buona fortuna per la sua ricerca e per la sua vita. Cordiali saluti. M. Gaetano

Cormons, aprile 2000

Caro amico Roberto, mi dispiace tanto che non ho potuto scriverti prima perché ero in ospedale; dopo più di un mese sono tornato a casa abbastanza bene. Allora mi sono messo e ti ho scritto queste righe.

Grazie a Dio sono qua e ti ringrazio che mi hai fatto sapere del tuo caro zio, ma non posso darti nessuna segnalazione, in nessun modo. Le SS mi hanno preso il 17 dicembre 1944 a Cormons, mi hanno processato e mi hanno messo in prigione a Gorizia. Poi siamo partiti l’11 gennaio 1945, 4 giorni e 4 notti di treno e siamo arrivati a Glosemburch [Flossenbürg], e di li siamo stati smistati; dopo 70 giorni ci hanno portati a Ghesbruck [Hersbruck], dove abbiamo lavorato circa 4 mesi; man mano che le truppe alleate venivano avanti ci hanno portato a Dachau. Ti chiedo scusa di quello che ti dico, non sono bugie, è tutta la verità. Sono ancora vivo a raccontare tutto. Non posso dimenticare perché ogni tanto mi sogno anche se sono passati 55 anni. Non si poteva parlare o lamentarsi, per chi lo faceva era morte certa. Quindi anche se ci fossimo conosciuti non si poteva parlare; bocche chiuse e denti stretti altrimenti «caput». Il mio numero di matricola a Dachau era 151649. [Quelle che scrivo] sono verità. Se ti vedevano piangere venivi ammazzato, non ti dico altro. Caro Roberto, io non posso aiutarti più di così. [Con] quei quattro che ci si conosceva nei tre campi di concentramento ci siamo rivisti quando abbiamo fatto le carte per il vitalizio. Nei campi [dove] eravamo insieme era una cosa indescrivibile. Sono partito che pesavo 75 chili, dopo sei mesi sono arrivato a 35 chili. […] Il [mio] numero [di matricola] del campo di Flosemburch [Flossenbürg] è 45962. […] Con questo ti saluto e mi piange il cuore di non poterti aiutare. Ti auguro un mare di fortuna per le tue ricerche. Fai dire una Santa Messa per il tuo caro zio, vedrai che ti aiuterà. Auguri a te e a tutta la tua famiglia di buona Pasqua di serenità. Non mi dimenticherò che mi hai fatto tanto piacere.

Tarcento, 11 febbraio 2000

Egregio Signor Roberto, […] Innanzitutto le devo dire che non ho avuto occasione di trovare e quindi conoscere suo zio Luciano, della mia stessa classe di nascita, prima di tutto perché siamo partiti con tradotte diverse, come diversi erano i luoghi di partenza e le date. Io sono partito da Udine l’11 gennaio 1945 diretto a Flossenbürg, via Tarvisio. Qui mi sono fermato alcuni giorni per poi partire per il lager di Eztburg [Hersbruck] (Norimberga) dove sono rimasto per qualche mese per poi definitivamente andare al lager di Dahau [Dachau]. In conseguenza di tutto ciò non le posso dire nulla della sua [di Luciano] permanenza a Flossenbürg e quindi neanche notizie sulla sua morte. Mi dispiace veramente di non poterle dire nulla ma mi auguro che trovi qualche persona ex internato che le possa dare le notizie che cerca. […] Scusi il mal scritto, fatto in premura. In attesa di poterci conoscere personalmente voglia gradire i più distinti saluti che vorrà estendere ai suoi familiari. Armando R.

Firenze, 27 gennaio 2000

Egregio Signor Roberto Zamboni, la sua lettera mi ha commosso. E’ commovente il suo attaccamento ad un familiare, in giovane età, deceduto nell’inferno di Flossenbürg. Di Luciano, già mio compagno di sofferenza, purtroppo nulla io posso dire. In quella bolgia infernale di Flossenbürg, io ho trovato gente della mia età e dei luoghi dove sono nato, dove nemmeno lontanamente pensavo di incontrarli. Miracolosamente sopravvissuto, appena a casa (1945) ne ho dato notizia ai loro familiari che li hanno attesi invano e poi si sono rassegnati all’avversità del destino. Sono partito da Trieste il 16.12.1944. Sono arrivato a Flossenbürg il 21.12.1944. Ho visto gli orrori e come vivevano i morituri nelle tristissime baracche dove nemmeno le SS ci entravano. Sono partito da Flossenbürg il 12.1.1945 per Pirna nei pressi di Dresda, dove fui liberato il 5 maggio 1945 dalle truppe russe, i giovani soldati della IIIa Armata del Generale Ciuikow, lo strenuo difensore di Stalingrado. Dalla mia partenza dal campo centrale non ho più fatto ritorno. Suo zio, il caro Luciano, mio compagno di sofferenza, è arrivato a Flossenbürg quando io ero già partito. Perciò è realmente impossibile che anche occasionalmente io abbia potuto incontrarmi con lui! Signor Roberto, la sua nobile iniziativa di sapere qualcosa di più del suo familiare diffonde in me profonda tristezza. […] Un abbraccio bravo amico mio. Suo Sergio R.

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