Anche un montoriese tra i 4200 soldati italiani vittime del naufragio del Piroscafo Oria

Lapide Bianconi Angelo

Bianconi Angelo, nato a Montorio il 2 febbraio 1920. Soldato del 331° Reggimento di Fanteria. Fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 sul fronte greco. Dato per disperso in data 11 febbraio 1944.

Imbarcato con altri 4.000 prigionieri italiani sul Piroscafo Oria l’11 febbraio 1944 a Rodi (Grecia) per il Pireo. Il giorno successivo il piroscafo affondò presso Capo Sounion, dopo essersi incagliato nei bassi fondali nei pressi dell’isola di Patroklos. Su 4.000 naufraghi se ne salvarono 37. Negli elenchi d’imbarco risulta anche Angelo Bianconi.

Angelo Bianconi - Scheda Ufficio Informazioni Vaticano

Documento tratto da: Archivium Secretum Vaticanum / Cav 52: «Inter Arma Caritas» – L’Ufficio Informazioni Vaticano per i prigionieri di guerra, istituito da Pio XII (1939-1947) – A cura di Francesca Di Giovanni e Giuseppina Roselli. Presentazione di Sergio Pagano (2004) – Volume 2 / Documenti: schedario digitalizzato (schede di ricerca in formato digitale, dei militari e dei civili di cui si chiesero notizie tra il 1939 e il 1947). E. 830/A-D: notizie circa l’affondamento di un piroscafo italiano presso le coste greche avvenuto il 12 febbraio 1944. – E. 830/A: nominativi dei 4000 militari imbarcati a Rodi l’11 febbraio 1944. – E. 830/B: relazione sull’affondamento della nave naufragata e nominativi degli 8 superstiti, trasmessi dalla Commissione per la tutela degli interessi degli italiani nel Dodecaneso, 5 agosto 1946. – E. 830/C: lettera inviata da un superstite del naufragio e richiesta di sussidio, 7 ottobre 1946. – E. 830/D: particolari sul naufragio e nominativi di 4 militari superstiti deportati ad Atene, prigionieri dei tedeschi.

La tomba dimenticata di 4200 soldati italiani

(tratto dal sito http://www.piroscafooria.it/)

Pochi sanno del naufragio del piroscafo norvegese Oria e degli oltre 4000 militari italiani che vi hanno perso la vita.

La nave di 2000 tonnellate, varata nel 1920, requisita dai tedeschi, salpò l’11 febbraio 1944 da Rodi alle 17,40 per il Pireo. A bordo più di 4000 prigionieri italiani che si erano rifiutati di aderire al nazismo o alla RSI dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, 90 tedeschi di guardia o di passaggio e l’equipaggio norvegese.

L’indomani, 12 febbraio, colto da una tempesta, il piroscafo affondò presso Capo Sounion, a 25 miglia dalla destinazione finale, dopo essersi incagliato nei bassi fondali prospicienti l’isola di Patroklos (in Italia erroneamente nota col nome di isola di Goidano).

I soccorsi, ostacolati dalle pessime condizioni meteo, consentirono di salvare solo 37 italiani, 6 tedeschi, un greco, 5 uomini dell’equipaggio, incluso il comandante Bearne Rasmussen e il primo ufficiale di macchina.

L’Oria era stipata all’inverosimile, aveva anche un carico di bidoni di olio minerale e gomme da camion oltre ai nostri soldati che dovevano essere trasferiti come forza lavoro nei lager del Terzo Reich.

Su quella carretta del mare, che all’inizio della guerra faceva rotta col Nord Africa, gli italiani in divisa che dissero no a Hitler e Mussolini vennero trattati peggio degli ignavi danteschi nella palude dello Stige: non erano prigionieri di guerra, di conseguenza senza i benefici della Convenzione di Ginevra e dell’assistenza della Croce Rossa. Allo stesso tempo, poi, il loro sacrificio fu ignorato per decenni anche in patria.

Nel 1955 il relitto fu smembrato dai palombari greci per recuperare il ferro, mentre i cadaveri di circa 250 naufraghi, trascinati sulla costa dal fortunale e sepolti in fosse comuni, furono traslati, in seguito, nei piccoli cimiteri dei paesi della costa pugliese e, successivamente, nel Sacrario dei caduti d’Oltremare di Bari. I resti di tutti gli altri sono ancora là sotto.

La tragedia si consumò in pochi minuti ed è stata ignorata per decenni. Eppure si sapeva per filo e per segno come fossero andate le cose.

Ci sono le testimonianze dei sopravvissuti, come quella del sergente di artiglieria Giuseppe Guarisco, che il 27 ottobre 1946 ha redatto di proprio pugno per la Direzione generale del ministero un resoconto lucido del naufragio:

Dopo l’urto della nave contro lo scoglio” scrive Guarisco, “venni gettato per terra e quando potei rialzarmi un’ondata fortissima mi spinse in un localetto situato a prua della nave, sullo stesso piano della coperta, la cui porta si chiuse. In detto locale c’era ancora la luce accesa e vidi che vi erano altri sei militari. Dopo poco la luce si spense e l’acqua iniziò ad entrare con maggior violenza. Salimmo in una specie di armadio per restare all’asciutto, di tanto in tanto mettevo un piede in basso per vedere il livello dell’acqua. Passammo la notte pregando col terrore che tutto si inabissasse in fondo al mare.

All’indomani, nel silenzio spettrale della tragedia, i sette riuscirono a smontare il vetro dell’oblò, ma non ad uscire da quell’anfratto, perché il buco era troppo stretto.

Le ore passavano ma nessuno veniva in nostro soccorso (…). Uno di noi, sfruttando il momento che la porta rimaneva aperta, si gettò oltre essa per trovare qualche via d’uscita e dopo un’attesa che ci parve eterna lo vedemmo chiamarci al di sopra del finestrino. Ci disse allora che era passato attraverso uno squarcio appena sott’acqua.

Un altro compagno, pur essendo stato da me dissuaso, volle tentare l’uscita ma non lo rivedemmo più.

I naufraghi rimasero due giorni e mezzo rinchiusi là dentro prima dell’arrivo dei soccorsi dal Pireo.

Quello che era riuscito ad uscire ci disse che dove eravamo noi, all’estremità della prua, era l’unica parte della nave rimasta fuori dall’acqua e che intorno non si vedeva nessuno all’infuori degli aerei che continuavano a incrociarsi nel cielo e ai quali faceva segnali.

Poco dopo si accostò una barca con due marinai; essi dissero che erano italiani, dell’equipaggio di un rimorchiatore requisito dai tedeschi. Ci dissero di stare calmi che presto ci avrebbero liberati. Ma sopraggiunse l’oscurità e dovemmo passare un’altra nottata più tremenda forse della prima.

Articolo di Lorenzo Sani – Il Resto del Carlino

Elenco imbarcati sull'Oria
Elenco originale degli imbarcati sull’Oria l’11 febbraio 1944 (tratto da http://www.piroscafooria.it/)
Elenco imbarcati sull'Oria (particolare)
Dettaglio dove appare il nome di Angelo

Sottotenente Franco Mancini, sconosciuto in Italia, eroe in Polonia

In questi giorni sono stato contattato da una ragazza polacca, nata in una località tra Deblin e Kozienice, dalla quale sono venuto a conoscenza di una storia sicuramente sconosciuta in Italia.

Un ringraziamento sincero va a Katarzyna Ożerska per le informazioni e le fotografie inviate.

Franco Mancini, era nato a La Spezia il 26 maggio 1918. Sottotenente del 5° Reggimento Alpini, era stato catturato dai tedeschi l’8 settembre 1943 ed internato in Polonia presso lo Stalag 307 (poi Offlag 77) di Deblin Irena.

Il 13 marzo 1944, nel corso di un trasferimento, riuscì a fuggire con altri due ufficiali (i sottotenenti Boletti e Micheli). Inoltratisi nella Foresta di Kozienice, furono nascosti da un guardaboschi polacco (Boleslaw Rozborski) che li mise in contatto con i partigiani locali (il contatto era il partigiano Józefa Abramczyka detto “Tomasza”).

Da quel momento i tre ufficiali parteciparono a tutte le azioni contro i tedeschi e la gendarmeria. Boletti con il nome di battaglia “Czarny” (nero), Micheli con quello di “Lotnik” (aviatore) e Mancini con quello di “Franek”.

Durante una di queste azioni, Franco Mancini rimase gravemente ferito al petto dalla scheggia di una granata.

Era il 29 marzo 1944 e i partigiani polacchi decisero di trasportare Franco all’ospedale perché venisse curato clandestinamente.

Purtroppo a Kozienice s’imbatterono nella gendarmeria tedesca e ne nacque uno scontro a fuoco. Franco Mancini rimase ucciso assieme ad altri due partigiani, Jòzef Lasek detto “Zajakala” e Jan Nagadowski detto “Woznica”. I contadini del posto li seppellirono l’uno accanto all’altro nel Cimitero di Oleksow.

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Da sinistra: Sottotenente Franco Mancini detto Franek, Jòzef Lasek detto Zająkała e Jan Nagadowski detto Woźnica

Medaglia d'onore polacca

Caduto per la Guerra di Liberazione, fu decorato con la Croce dell’Ordine Militare Polacco “Virtuti Militari” (la più alta onorificenza polacca).

“Questa terra è bagnata con il sangue italiano” riporta la lapide che lo ricorda posta all’interno di una chiesa dedicata a padre Massimiliano Kolbe (martire di Auschwitz).

Franco Mancini è citato nei testi di storia come l’eroe italiano della Resistenza polacca.

Le sue Spoglie furono riesumate dal Cimitero di Oleksow e traslate nel Cimitero militare italiano di Bielany/Varsavia dal Ministero della Difesa (mausoleo destro – tomba n° 857).

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La tomba di Franco Mancini a Bielany

Storie – Carlo Elmo Moiola

Moiola Elmo
Moiola Carlo Elmo

Moiola Elmo Carlo, nato il 6 ottobre 1924 a Gozzano (Novara).

Deceduto il 25 maggio 1945.

Sepolto a Monaco di Baviera / Waldfriedhof / Cimitero militare italiano d’onore (Germania).

Posizione tombale: riquadro 5 / fila 17 / tomba 25. Fonti: Ministero della Difesa.

 

 

5 marzo 2014

PREMESSA

Sono figlio di un cieco di guerra – mio padre (classe 1919) ha perso la vista in Tunisia il 7 maggio 1943 – e da 2 anni faccio il segretario della locale Sezione della ANCR. Nell’articolo pubblicato su “La Stampa” il 17 gennaio 2012  ho letto con attenzione i nominativi riportati e ovviamente ho notato un tale Moiola Elmo nato a Gozzano il  6 ottobre 1924 (in realtà nato ad Auzate – allora comune autonomo, ora solo frazione di Gozzano). Ho così fatto una piccola indagine fra gli anziani del paese per sapere se conoscessero questo Moiola Elmo. Purtroppo nessuno si ricordava di Lui – Non sto a dilungarmi sui diversi tentativi per risolvere il….mistero!! Dico solo che a un certo punto ero convinto che ci fosse qualche errore. Finalmente un bel giorno – all’ennesima richiesta – uno degli “anziani” mi dice di ricordarsi di questo ragazzo con il quale giocava e con un nome un po’ “strano”. Ho così interessato un amico e abbiamo trovato quanto le allego.

Saluti – Franco Ruga – Gozzano (NO).

PS Nell’articolo pubblicato su “L’informatore” non viene ricordato che il padre di Elmo Carlo era un trovatello dell’ospedale di Borgosesia e pertanto Elmo era un cognome di fantasia.

LA STAMPA NOVARA
Articolo de “La Stampa” di Novara del 17 gennaio 2012
articolo ELMO
Articolo de “L’informatore” del 21 febbraio 2014

2 novembre 2015

Buongiorno, sono la nipote di Carlo Elmo.

Credo che lei si ricorderà del colloquio che avevo avuto con il signor Rocco Fornara [nda – autore dell’articolo su “L’informatore” del 21 febbraio 2014] un paio di anni fa a proposito del caso di mio zio la cui sepoltura era stata ritrovata presso il Cimitero Italiano Militare d’ Onore di Monaco di Baviera.

Volevo solo comunicarle che domenica scorsa, essendo a Monaco con mio marito, abbiamo cercato e trovato il Cimitero (Waldfridhof – in italiano Cimitero della Foresta) dove sono custoditi con cura i resti mortali dei caduti nei due conflitti mondiali.

Giungere in quel luogo a settant’anni dalla morte dello zio in veste di prima parente a fare una visita mi ha dato un’emozione fortissima, anche a causa di una significativa concomitanza: in quello stesso giorno si celebrava a Maggiora (Novara) la Santa Messa di suffragio per la mia mamma (sorella di Carlo) nel giorno anniversario della sua morte!

Con queste righe volevo ringraziare lei, il signor Fornara e tutti coloro che hanno lavorato a questa ricerca, permettendo a parenti o amici che ne hanno l’occasione di recitare una preghiera e accendere un cero sul luogo fisico dove i propri cari riposano.

Grazie di cuore

Commemorazione al Cimitero militare italiano d’onore di Monaco di Baviera

Domenica 1 novembre 2015

Si è svolta oggi la Messa solenne in ricordo dei defunti e dei caduti italiani di tutte le guerre presso la Cappella del Waldfriedhof (Neuer Teil). Il coro italo-tedesco di Unterhaching ha animato la celebrazione. All’esterno è seguita la commemorazione dei caduti da parte del Console generale d’Italia a Monaco di Baviera e del Presidente del Comites e la visita al ceppo militare italiano nel cimitero.

In occasione di quasta commemorazione, ricevo da Laura M. Bettoni e pubblico le fotografie della cerimonia e, a sorpresa, la foto della lapide di mio zio Luciano.

Grazie Laura!

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