Stalag 307

Tratto dall’archivio de “la Repubblica” del 17 febbraio 1988

Articolo di Andrea Tarquini

Fotografie di Katarzyna Ożerska

STALAG 307, DOVE AVVENNE L’ECCIDIO

DEBLIN (Polonia) – Erbacce rese brune dal gelo, qualche arbusto e chiazze di neve ghiacciata ricoprono il terreno brullo a duecento metri dalla ferrovia dove nel settembre 1986, dalla terra smossa per lavori stradali, affiorarono per caso le prime ossa. I killing fields dello Stalag 307 rimasero nascosti per quarant’anni.

Dove allora era il limite del grande campo di prigionia finiscono oggi le ultime casette basse di Deblin. Sopra i tetti spioventi svetta la chiesa, l’edificio più imponente, come dappertutto nella campagna polacca. A sud, oltre i binari, la cittadella e il forte Gorciakow, allora cuore dello Stalag e sede del comando tedesco, sono ora dietro il confine recintato dell’Accademia aeronautica, una delle più esclusive e prestigiose del mondo comunista. A est, la pianura grigia e boschi scuri. Nell’aria invernale che sovrasta questo sterrato, solo lontani fischi di treno e il ronzio dei verdi biplani scuola rompono il silenzio.

Non si sa quanti fossero, ma raccontano i testimoni furono sepolti qui in fosse comuni, sopra i resti dei prigionieri sovietici, quei soldati e ufficiali del Regio Esercito che preferirono la fedeltà alla corona all’allettante offerta di salvarsi combattendo per la Repubblica di Mussolini.

Perché tanti decenni di oblio e di silenzio? Lo spiega il maggiore Tadeusz Malinowski, ufficiale a riposo della forza aerea polacca che ha servito qui per 37 anni: “Dalla guerra fredda in poi, con l’Europa divisa in due blocchi, qui da noi ci si occupò solo di cercare i caduti sovietici. In quel clima ci dimenticammo dei vostri soldati, che pure erano rispettati da una popolazione cui guardavano con simpatia, e quando riuscivano a evadere si univano spesso ai nostri partigiani. I nostri partigiani di cui parla Malinowski erano eroi scomodi: i combattenti della Armia Kraiowa, l’esercito clandestino non comunista. Soldati sopravvissuti alla spartizione della Polonia tra Hitler e Stalin. I soldati di Pilsudski.

Le prime ossa dei killing fields italiani furono scoperte durante lavori decisi per onorare altri morti scomodi: nel settembre dell’86 Jaruzelski in persona ordinò il restauro di un piccolo cimitero al limite di questo campo brullo di Deblin, dove riposano i soldati di Pilsudski, morti nel 1920-21 per fermare la cavalleria rossa di Budionnyj sulle rive della Vistola. Le fosse furono trovate dagli operai che costruivano la strada dalla ferrovia al cimitero polacco. Un imprevisto in clima di glasnost, e grazie alla tenacia di due vecchietti infaticabili ha consentito di rompere il silenzio.

I due vecchietti infaticabili sono il libraio Lucinski e Stando il panettiere dello stalag. Lucinski ha 56 anni mal portati, sembra un Jean Gabin con trenta chili in più, vende i libri più nuovi che riesce a procurarsi nella sua piccola bottega dietro casa, sul corso centrale di Deblin dove i contadini più ricchi guidano orgogliosi i loro trattori americani. Durante la guerra era un giovanissimo ferroviere, ogni giorno al grande nodo ferroviario di Deblin vedeva arrivare i treni dei prigionieri russi e italiani, e passare altri treni, carichi di ebrei, che proseguivano per Sobibor e Treblinka.

A Deblin Lucinski è un’autorità: presiede l’associazione cittadina. Insieme a Stando, piccolo e magro con due occhi enormi, ha condotto la sua battaglia privata per quei desaparecidos con le stellette. Lucinski e Stando portarono le loro testimonianze, inviarono petizioni su petizioni alle autorità, raccolsero una documentazione per l’addetto militare italiano a Varsavia. Raccolsero anche sedici sacchi di ossa che oggi sono inumate nel cimitero comunale di Deblin. Subito sulla destra del cancello d’ingresso è la zona dedicata ai prigionieri caduti.

È un gelido pomeriggio, il cimitero è deserto: passa solo un ufficiale d’aviazione avvolto nel suo cappotto blu di foggia inglese, e quando sente parole straniere ci guarda, porta la mano alla visiera, poi s’allontana quasi timido. Incontriamo prima una trentina di lapidi con la stella rossa, poi altre otto pietre tombali. Su ognuna c’è un piccolo tricolore dipinto su una lastrina di marmo grande quando un libro, e spesso qualcuno rinnova con una pennellata il rosso e il verde stinti dal gelo. Una piccola stele ricorda i prigionieri italiani assassinati nella fortezza, e di fronte sorgono altre quattro lapidi: Ai prigionieri italiani, Ai prigionieri sovietici, Agli ebrei deportati, Ai partigiani. Su tutte le stesse date, 1943-1944.

Andiamo a trovare Lucinski nel Municipio, ci accompagna il sindaco Ryszard Franczak. Lucinski raduna le pesanti cartelle del suo archivio e inizia: Il 20 settembre e il primo ottobre arrivarono i primi due treni carichi di soldati italiani. Presto seguirono altri due o tre convogli. Nel dicembre ‘43, quando la sezione italiana dello Stalag 307 fu chiusa, ripartì un treno solo con i vostri soldati. Ogni treno era composto da 50-60 vagoni. Ogni dieci vetture c’erano i vagoni delle guardie; gli altri erano vagoni merci o carri bestiame a cielo aperto, e su ognuno viaggiavano in piedi o sdraiati fino a cento prigionieri.

Allora, vede? Faccia lei il conto: quattro o cinque treni, ognuno di circa quarantacinque vagoni stipati di prigionieri. Quindi circa quattromila prigionieri su ogni convoglio. Quattro o cinque convogli, fanno almeno sedicimila prigionieri. Un treno ripartì in dicembre verso Ovest, e allora sottraiamo quattro o cinquemila uomini. I vostri morti, quindi possono essere da dieci a dodicimila. E per morti cosa intende, signor Lucinski? Uccisi, o morti come? Intendo dire morti come si moriva nel 307, e in tutti gli Stalag riservati ai prigionieri russi: freddo, fame, tifo, dissenteria, disidratazione. Non ho prove o testimonianze di esecuzioni. Furono i russi a essere fucilati a decine di migliaia: quando si ribellarono contro la fame nel ‘41 le guardie spararono su di loro con le mitragliatrici. (Malinowski è più prudente: I morti italiani dice saranno quattrocento o cinquecento al massimo). Lucinski continua: A quell’epoca il fronte era ancora lontano, attorno a Kiev. E, ripeto, il 307 era uno Stalag per russi. Lucinski parla senza risentimenti verso la Germania pacifista di oggi, che a ogni visita di Genscher porta in Polonia dialogo e miliardi. I suoi ricordi sembrano aggiungere un altro capitolo a Verrat auf deutsch (Tradimento alla tedesca), il libro in cui lo storico tedesco Erich Kuby narra la vendetta del Reich contro l’ex alleato dopo l’8 settembre. Ai comandi della Wehrmacht e delle SS sul fronte orientale, nei Balcani e in Africa, Berlino ordinava la massima durezza contro i traditori italiani. Ecco cosa intende Lucinski quando sottolinea che il 307 era un campo per russi: separati dai prigionieri americani e inglesi, i russi erano catalogati come specie subumana. Sa, signore continua Lucinski il comandante del campo era il colonnello Arthur Giese della Wehrmacht. Ecco la sua foto: l’alta uniforme con i pantaloni a sbuffo e il collo rigido, gli occhi chiari e freddi, i radi capelli tagliati a spazzola e un accenno di cortese sorriso. Ah, Giese, un uomo interessante. Pensi, cercò scultori e falegnami in tutta Deblin per fare erigere monumenti funebri ai suoi prigionieri morti. Fuori un’altra foto, ecco una croce cattolica posta chissà perché su una fossa comune per sovietici: Qui riposano 964 prigionieri russi, dice la scritta in caratteri gotici. L’amica di uno degli ufficiali di Giese era una fotografa cecoslovacca, e sviluppava e stampava le foto che i soldati della Wehrmacht scattavano con le loro Leica e Zeiss per ricordo. Ancora immagini: prigionieri russi magri come scheletri, altri legati ai reticolati in attesa dell’esecuzione; carrette piene di cadaveri pelle e ossa, fosse comuni piene di teschi come nella Cambogia dei khmer rossi. Le fosse per i sovietici erano lunghe da trenta a cinquanta metri, profonde quattro e larghe altrettanto, dice Lucinski; i cadaveri dei russi morti di fame o fucilati erano ammucchiati nudi, e su di loro venivano gettati cloro o acidi per accelerarne la decomposizione.

Così un anno dopo ci fu nelle stesse fosse abbastanza spazio per gli italiani morti. I prigionieri dovevano scavare per seppellire i loro compagni. Nello Stalag 307 la razione di cibo quotidiana era ridotta a un quarto di pagnotta, come ricorda Stando che le infornava. Non c’era un medico, mangiava carne chi accettava il reclutamento negli eserciti dell’Asse. Insieme alla Wehrmacht, sorvegliavano il campo reparti collaborazionisti: i russi e gli ucraini del generale Vlassov e pare i belgi di Leon Degrelle. Alcuni di loro dice Lucinski si divertivano ad attirare i prigionieri russi con il pane per poi farci il tiro al bersaglio. Le sorti del conflitto rendevano i tedeschi più nervosi: quando i primi treni dei prigionieri italiani arrivano a Deblin, la Wehrmacht non è più un baldanzoso esercito invasore ma una bestia ferita e rabbiosa in ritirata. La Germania avrebbe ancora combattuto due anni, ma l’America è ormai in guerra e arma anche Inghilterra e Urss. A Stalingrado e a Kursk i russi hanno vinto; e neanche sul fronte orientale la Luftwaffe è più padrona dei cieli: i pesanti Iliuscin anti-carro fanno strage di panzer e convogli in ritirata.

I prigionieri italiani che arrivavano a Deblin erano gli ultimi resti dell’Armir, di cui Rigoni Stern, Revelli e Corradi hanno scritto il dramma; o erano finiti in mano ai tedeschi in Jugoslavia e in Grecia dopo Cefalonia. Sergenti nella neve. Nelle cartelle di Lucinski ci sono ancora i ritratti di quei giovanissimi sergenti nella neve, col berretto da alpino e l’uniforme bianca. Secondo il maggiore Malinowski due di loro, Enzo Boletti ed Ezio Micheli, riuscirono ad evadere e a unirsi alla Armia Kraiowa. Altri tentarono la fuga ma furono ripresi e fucilati. Per gli italiani l’inferno dello Stalag 307 durò qualche mese. Il fronte si avvicinava, l’Armia Kraiowa incalzava i tedeschi, la popolazione di Deblin, per un terzo ebrea, aiutava i partigiani. Lo stesso panettiere Stando era stato reclutato dai servizi di Intelligence dei partigiani bianchi. La mattina del 26 agosto del 1944, una dozzina di carri armati T34 sovietici entra a Deblin. La città è già in mano all’Armia Kraiowa, restano poche sacche di resistenza tedesca. Il maggiore Piatcin, che comanda i carri russi, le elimina insieme ai partigiani. Non è ancora l’Europa divisa, la guerra civile 1945-1950 tra la Armia Kraiowa e i polacchi comunisti è un incubo lontano e che nessuno si aspetta. Quando Piatcin e i polacchi bianchi arrivano allo Stalag, l’erba copre ancora i killing fields. Le commissioni di inchieste sovietiche verranno due anni dopo, e nessuno dei soldati di Piatcin immagina che non pochi dei prigionieri russi sopravvissuti allo Stalag finiranno nei campi staliniani, sospettati di tradimento.

Se cominciassimo scavi sistematici, potremmo trovare migliaia di prove, borbotta l’ostinato Lucinski; soprattutto le stoviglie su cui italiani e russi incidevano i loro nomi per lasciare una traccia. Lucinski e Piatcin si scambiano ancora lettere e auguri di buon anno, il grande testimone non può più parlare. Il colonnello Giese fu catturato nel ‘45 dagli americani, estradato in Polonia e condannato per crimini di guerra a 25 anni di carcere. Ne scontò sette. Amnistiato, morì in Germania portando nella tomba i suoi segreti.

Stalag 307 - 1
Cimitero dove ora riposano i Resti dei nostri soldati – Non proprio decorose le loro sepolture
Stalag 307 - 4
PRIGIONIERI ITALIANI 1943-1944

Stalag 307 - 2                               Stalag 307 - 3

Stalag 307 - 5

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