La “mia” ricerca – Testimonianze dal Campo di concentramento di Flossenbürg

luciano zamboni
Luciano Zamboni

ZAMBONI Luciano Giovanni , nato a Mizzole (Verona) il 3 febbraio 1923. Arrestato il 16 dicembre 1944 a Caprino Veronese (Verona) dalle Brigate Nere. Trasferito il 28 dicembre 1944 nelle prigioni del Forte San Mattia a Verona e successivamente al Comando Generale SS e Polizia di Sicurezza di Verona (B.d.S. Italien – Palazzo INA). Internato il 12 gennaio 1945 nel campo di smistamento di Bolzano / Gries. Deportato il 19 gennaio 1945 e immatricolato a Flossenbürg il 23 gennaio 1945. Matricola 43738. Trasferito il 22 marzo 1945 al sottocampo di Offenburg (dipendente da Natzweiler). Rientrato a Flossenbürg il 6 aprile 1945. Morto nello stesso campo il 4 maggio 1945 e sepolto nel cimitero del paese (tomba C 5). Riesumato e traslato il 12 marzo 1958 nel Cimitero Militare Italiano di Monaco di Baviera dal Commissariato Generale del Ministero della Difesa. Posizione tombale: riquadro 5 – fila 16 – tomba 1. Resti rimpatriati il 29 novembre 2000. Richiedenti rimpatrio: Roberto Zamboni

(Per la storia di Luciano vedi: https://dimenticatidistato.com/2015/05/04/storie-luciano-zamboni/)

LETTERE DI EX DEPORTATI DI FLOSSENBÜRG

Nell’inverno del 1997 avevo fatto pubblicare una lettera sul giornale dell’Associazione Nazionale ex deportati (il giornale si chiama «Triangolo Rosso») nella quale chiedevo ai reduci di Flossenbürg se avessero conosciuto mio zio durante il periodo della loro prigionia.

Inoltre nel 1999 e nei primi mesi del 2000 dopo aver rintracciato gli indirizzi nell’elenco delle richieste di indennizzo pubblicate sul supplemento della Gazzetta Ufficiale n° 130 del 22 maggio 1968, avevo scritto a tutti coloro che, secondo i dati che apparivano negli elenchi pubblicati, erano transitati anche solo per pochi giorni, nel periodo gennaio/aprile 1945, dal campo di concentramento di Flossenbürg, chiedendo se ricordavano di aver incontrato Luciano.

Contattai 71 ex deportati e ricevetti una risposta da molti di loro. Qualcuno degl’interpellati purtroppo era morto e qualcun’altro probabilmente non se l’era sentita di rispondermi perché così facendo avrebbe riaperto una ferita mai del tutto chiusa.

Pur non avendo rintracciato nessuno che avesse conosciuto mio zio, ho ritenuto doveroso riportare le loro testimonianze(*).

(*) – In alcune lettere ho inserito qualche virgola ed ho corretto qualche errore ortografico; inoltre ho fatto qualche aggiunta per far si che il testo potesse risultare più scorrevole ma senza alterarne il contenuto.

Genova, 27 settembre 1999

Egregio Zamboni, mi è pervenuta la sua cara lettera dove mi fa presente se avessi conosciuto suo zio Giovanni [Luciano]; sarei molto lieto di poterlo ricordare ma dopo tanti anni!! Pensi che io sono stato con altri [nel]l’ultimo trasporto che partì per il lagher di Flossenbürg;  fra l’altro si dimenticarono di me in quanto che all’appello della mattina presto mi vennero a prendere al pomeriggio, perché io ero in cella di isolamento avendo con altri tentato la fuga dal campo di Bolzano. Riuscii a scappare in Cecoslovacchia, dopo essere stato a Flossenbürg e a Dresden; mi salvarono i partigiani Cechi e rientrai in Italia ma come le ripeto non me lo ricordo di suo [zio] Giovanni; può anche darsi che [ci] siamo conosciuti, ne ho conosciuti tanti tanti in quella tragedia che a distanza di anni non dimenticherò mai. Deve pensare che avevo 14 anni e ora ne ho 71. Fui rastrellato per rappresaglia dalle SS non […] altro. Avrei tanti particolari ma mi è molto difficile. Quando porterà un fiore a suo zio ne porti uno da parte mia. […]. Spero che sia capito, ho fatto la quinta elementare. Infine la saluto tanto tanto, sono tornato indietro di tanti anni. A. Giorgio

Buia (Udine), 18 ottobre 1999

Egregio Signore, anzitutto devo scusarmi per il ritardo alla sua domanda in seguito alla sua richiesta di un suo parente deportato al campo di Flossenbürg; sono rientrato ieri al mio paese (Buia) dopo tre settimane di mia assenza e ho trovato la vostra lettera. A dire il vero le date che lei mi cita rispondo[no] quasi tutte, soltanto che noi da Udine ci hanno trasferiti al campo politico di Flossenbürg l’11 gennaio 1945, dal campo di smistamento. Il mio numero era (43613) che non posso dimenticare. Dopo 3 giorni ci trasferirono al campo di Herzbruck [Hersbruck] per poi con l’avanzata delle truppe alleate, camminando 20 giorni (partiti 5000) siamo arrivati al campo di Tacau [Dachau]in 3000; io posso dirmi dei fortunati, perché essendo già a conoscenza della lingua tedesca ho risparmiato molte botte; perché ero già stato tre anni a Stuttgard [Stoccarda] per lavoro assieme a mio padre. Il mio rientro in Italia è stato il 30 luglio (dopo un lungo periodo di degenza in ospedale per infezione al sangue e tifo, più ricaduta di tifo per aiutare un mio amico all’ospedale americano), e a Pescantina ho incontrato mio papà e un mio zio che anche loro rientravano dalla Germania però come lavoratori. Purtroppo è un’odissea che non si può dimenticare; ma per vivere tranquilli meglio non pensarci mai al passato. A. Franco

Udine, 2 giugno 2000

Egregio Signor Zamboni, sono B. Giovanni ex deportato politico, triangolo rosso a Flossenbürg, matricola 40121. Rispondo all’appello per suo zio. Purtroppo io non ricordo nessun nome e nessun volto di quelli che erano lì nel campo. Dalle date che lei dice riguardo alla presenza di suo zio nel campo, è sicuro che c’ero anch’io, ma ripeto, non ricordo nessuno. Mi dispiace! Le sembrerà assurdo, ma è la verità. Un compagno medico belga mi ha salvato la vita consigliandomi di mangiare ossa cotte e ridotte in farina, per fermare la dissenteria. Ebbene, io non so come si chiamava e che volto avesse. Non so se questa cosa le dia l’idea di come si vivesse e cosa si può ricordare. Tra l’altro io in marzo sono stato trasferito in sottocampo, perciò alla liberazione non ero a Flossenbürg. La saluto cordialmente. B. Giovanni

Udine, 3 gennaio 2000

Egregio Signor Zamboni, mi presento – B. Gino nato a Udine il –.–.—- – renitente alla chiamata dei tedeschi – non ancora diciottenne feci parte della Resistenza Garibaldina – catturato nei colli goriziani – imprigionato nelle carceri di Gorizia – poi partito per Flossenbürg – rimasto fino al giorno 19 novembre 1944 – di lì ad Ebensen [Ebensee – Mauthausen] – poi di nuovo trasferito prima di Pasqua 1945 a Dachau fino alla liberazione – rimpatriato il giorno 3.6.1945 – dispiaciuto non poterla aiutare, Le auguro di avere più fortuna con altri miei compagni. Gino B.

Milano, 16 gennaio 2000

Gentile Signor Zamboni, La ringrazio per la lettera ricevuta. La mia permanenza nel campo di Flossenbürg da fine ottobre 1944 fino alla liberazione collima con quella di Suo zio, purtroppo, noi siamo state immediatamente trasferite presso un «sottocampo» nelle vicinanze e sempre dipendente dal campo di Flossenbürg. Non ho conosciuto suo zio e non saprei darLe nessun tipo di informazione riguardante la sua permanenza o sulla sua morte. Sono veramente dispiaciuta di non poterle essere utile, La ringrazio, e per qualsiasi informazione non esiti a riscrivere. B. Loredana

Portogruaro, 3 gennaio 2000

Egregio Sig. Zamboni, non sono in grado di essere utile per soddisfare la Sua richiesta, perché io sono stato deportato da Udine a Flossenbürg il 28 dicembre 1944. Dopo 3 giorni di permanenza a Flossenbürg sono stato trasferito a Kamenz dove ho lavorato per circa tre mesi in una fabbrica di aeroplani, dopo di che, per l’avanzata dei russi, sono stato trasferito a Dachau dove sono stato liberato dalle truppe alleate nel mese di aprile 1945. Non posso dirle altro perché al mio rientro in Italia sono stato preso da una amnesia e tutti i miei ricordi della deportazione sono rimasti molto confusionari. Ora sto bene e ringrazio Dio. Ammiro Lei che si preoccupa della triste sorte di Suo zio perché merita di essere ricordato per le martoriate tribolazioni che ha certamente subito. C. Lino

Udine, 3 gennaio 2000

Gentilissimo Zamboni! Dopo oltre cinquant’anni è difficile ricordare visi visti in quel campo, inoltre si ricorda appena di quelli che sono morti tra le braccia. Sono rimasto poco in quel campo, perché sono stato trasferito a tre giorni di treno in una fabbrica di ali di apparecchio. All’arrivo degli alleati fummo trasferiti verso la Cecoslovacchia e siamo stati liberati dall’Armata Rossa. Rimpatriato feci quattro anni in sanatorio, ero colpito da ictus, infarto e paralisi. Sono ridotto a un misero disabile che non può camminare e deve rimanere chiuso sempre in casa. Scusi del malscritto, ma auguro un buon 2000. C. Vittorio

Busto Arsizio, 17 gennaio 2000

Egregio Signor Zamboni Roberto, con commozione rispondo al suo appello datato 27.12.1999 con il quale mi si chiede se come ex deportato nel campo di sterminio di Flossenbürg ho avuto modo di conoscere suo zio Luciano. Purtroppo anche per i tanti anni trascorsi non sono in grado, anche se lo volessi di ricordare il viso a Lei tanto caro, anche perché l’impatto con quella tragedia fu talmente terribile e sconvolgente che non si è mai avuto modo di comunicarci, tra noi deportati messaggi informativi, se non con i piccoli gruppi di aggregazione impostici all’interno del campo dalle circostanze di lavoro, dalle stesse SS o dai Kapò. Di certo però posso affermare che se suo zio Luciano è partito con il convoglio da Bolzano il 19 gennaio 1945 per Flossenbürg, con il quale anch’io ho viaggiato, e avendo io all’arrivo ricevuto il numero di matricola 43549 e suo zio il 43738, è evidente che almeno fino a quando siamo stati destinati ad un altro campo di lavoro, la tragedia senza la speranza di sopravvivere ci è stata comune. […] Ringraziando per il suo impegno a non dimenticare le tante vittime dell’Olocausto, con stima ed affetto cordialmente saluto. Angelo C.

Forgaria, 10 gennaio 2000

Caro amico, io sottoscritto C. Enrico, nato a Forgaria il –.–.—- – arrivato a Flossenbürg da Udine il 21.12.1944 – matricola 40141.

Non ti posso aiutare perché io ero al blocco 19, quello dei minorenni. In data 17.4.1945, la sera verso le 10, ci fecero uscire tutti dalle baracche e ci portarono tutti alla stazione di Flossenbürg. Siamo partiti verso Dachau e lì non si è potuti proseguire in treno; quella stazione si chiamava Scwandorf e lì ci fecero andare a piedi e chi non poteva camminare lo ammazzavano con la pistola; in quel tratto si camminava sulla ferrovia e non ne potevo più. Mi buttai per la scarpata e mi andò bene. Il 23.4.1945 venni liberato e portato all’ospedale di Norimberga fino al rimpatrio il 17.7.1945 per Bolzano. Ti invio tanti saluti e buon proseguimento. C. Enrico

Torino, 6 novembre 1997

Signor Zamboni Roberto, oggi 6 novembre 1997 ho ricevuto la sua lettera, ho esaminato con attenzione il suo documento e foto. Alcune date corrispondono con i miei trasferimenti. Dalle carceri di Torino arrivammo a Gries (BZ) verso 20 o 23 dicembre 1944. Mi destinarono al Blocco G con il numero 7180. Li feci conoscenza del Generale Gaetano C., di suo figlio G., del Sig. G. e di altri giovani ufficiali. Il 19 gennaio 1945 ci portarono alla stazione ove [era] un lungo treno merci, con vagoni chiusi. Vi ritrovai il gruppo dei giovani ufficiali, seppi che erano tutti della zona di Verona e dintorni. Al 23 gennaio 1945 si arrivò a Flossenbürg. Ci avviarono verso il campo e provammo subito i loro metodi bestiali. Nel Block di quarantena mi cambiarono numero in 43600. Dopo 8-10 giorni mi trasferirono al Block 19. Noi italiani [eravamo] sempre maltrattati un po’ da tutti. Feci parte della lunga colonna [di] evacuazione, cioè la «marcia della morte». Signor Zamboni, ne sono profondamente rammaricato di non inviarle la risposta che Ella desiderava. A Lei e famiglia i nostri cordiali saluti ed il nostro pensiero al suo parente Luciano Giovanni. Cordialmente D. P. Ignazio.

Fontanafredda, 10 gennaio 2000

Egregio Signor Roberto Zamboni, mi presento: sono Geremia D. C., figlio di Giancarlo D. C., da Lei contattato per lettera a riguardo notizie di suo zio Luciano; come da Lei richiesto. Le premetto che trattare l’argomento con mio padre, mi è sempre stato difficile e per quanto ho potuto, ho sempre evitato di farlo, il perché lo comprende bene anche Lei. Da quanto informatomi da mio padre, non sono in grado di comunicarle tanto, in quanto mio padre «transitò», per così dire a Flossenbürg per soli dieci giorni, nella seconda metà del gennaio 1945 e non ebbe il tempo di scambiare conoscenze con altri malcapitati come lui, se non con i tre o quattro compagni di sventura con i quali era stato prelevato qua a Fontanafredda. Di queste persone, oltre a mio padre, è rimasto in vita solo un altro sventurato dell’epoca, tale S. Dario, con il quale abbiamo provato a ripercorrere quei giorni ma, non siamo riusciti a far riemergere nulla riguardo suo zio proprio perché la loro permanenza a Flossenbürg fu breve, e prima della fine del gennaio 1945 furono trasferiti a Dachau dove rimasero fino al giorno della liberazione da parte degli alleati. Di Flossenbürg, il signor S. Dario e mio padre, ricordano solo che si trattava di un ambiente abbastanza sano in quanto, pulito e con rancio che poteva soddisfare le esigenze del momento per quei giovanotti di allora. A parte questo, non mi hanno espresso ricordi che la possano aiutare nella ricerca da Lei intrapresa. […] Mi scuso per la scarsità di notizie fornitele, porgo distinti saluti ricordandole di tenerci in considerazione quale punto di riferimento per eventuali sviluppi. Geremia D. C. – Giancarlo D. C.

Milano, gennaio 2000

Egregio Signor Zamboni, anch’io dal campo di Bolzano fui trasferito al campo di Flossenbürg. La data non la ricordo, però poi dal campo di Flossenbürg fui trasferito ad Hersbruck, vicino Norimberga e per ultimo al campo di Dachau. Nel mese di aprile 1945 fui liberato dalle truppe americane, le date non le ricordo; formarono a schiere comitati e ogni squadra fu assegnata per il rimpatrio. Io fui trasportato con il pullman del Vaticano a Milano, luogo del mio domicilio. Non posso dire altro che quanto detto. Dispiace non averlo conosciuto o visto. Una cara preghiera rivolgo a suo zio. La saluto G. Matteo

Sistiana, 26 gennaio 2000

Signor Zamboni Le rispondo nel mio modo con il mio grado di istruzione elementare: sono partito da Trieste l’11.11.1944 – arrivato a Flossenbürg il 14.1.1945 – ricevuto il n° 41826 triangolo rosso – trasferito il 26.1.1945 a Kamniz [?] per lavoro con arrivo il 29.1.1945, causa avvicinamento del fronte russo il 10.3.1945 fummo imbarcati sul treno merci per Mauthausen e per carenza di posto si proseguì per Dachau; una settimana di calvario con 75 [persone] per vagone; a nostra disposizione solo 2/3 di spazio perché 1/3 era a disposizione alle guardie SS. Si arrivò a destinazione il 16.3.1945 dove presi il n°146000 – triangolo rosso. Ai primi di aprile fui trasferito per lavoro nei pressi di Monaco su un campo d’aviazione e il 2.5.1945 liberato dagli americani ed il giorno 3.5.1945 ricoverato in ospedale a Monaco; rientrato in Italia l’11.11.1945 all’ospedale militare 64 a Merano. Sono spiacente di non essere in grado di darle alcuna notizia riguardo il suo parente. Con tanti saluti K. Valter. PS.: Il mio caso forse unico in Italia : persi la moglie ad Auschwitz, la seconda mia moglie con il n° E 82126 impresso sulla mano pure di Auschwitz.

Pavia, 23 gennaio 2000

Caro Signor Zamboni, rispondo anche a nome di Ferruccio B., che con me è stato a Flossenbürg e che ha anche ricevuto la sua richiesta di notizie su suo zio Luciano Zamboni. Purtroppo noi non siamo in grado di darle informazioni, perché siamo stati a Flossenbürg dai primi di settembre ai primi di ottobre 1944, poi siamo stati trasferiti a Kottern, sottocampo di Dachau, dove la vita era meno infernale che a Flossenbürg e siamo dunque riusciti a sopravvivere. […] Mi permetta di dirle che la ricerca che sta facendo Le fa molto onore. Con i più cordiali saluti anche a nome di Ferruccio B. – M. Enrico

Arcore, 9 febbraio 2000

Egregio Signore, innanzi tutto vorrei scusarmi per il ritardo con cui le rispondo, ma ho utilizzato questo tempo per cercare notizie riguardo suo zio. Personalmente non ho avuto modo di conoscerlo e purtroppo, chiedendo a diversi compagni deportati a Flossenbürg, non sono riuscito a trovare alcuna notizia utile. L’unica cosa che so è che a Verona c’è un compagno deportato a Flossenbürg, e successivamente a Offenburg, nello stesso periodo di suo zio, ma non ricorda di averlo incontrato e pertanto non può fornirle nessuna notizia. Sono molto dispiaciuto di non averla potuta aiutare. Le auguro che le sue ricerche la conducano presto a ciò che vuole sapere. Cordiali saluti. M. Silvio

Milano, 20 gennaio 2000

Caro Roberto, ritengo molto apprezzabile il Suo impegno nel ricercare testimonianze su gli ultimi tempi di vita di Suo zio, morto giovanissimo a Flossenbürg. Purtroppo io non Le posso essere d’aiuto in quanto ho vissuto il terribile periodo di quel campo prima dell’arrivo di Luciano Zamboni. Il mio curriculum di deportato politico è stato: carcere di San Vittore a Milano dal 31.7.44 al 17.8.44 – campo di Bolzano dal 17.8.44 al 7.9.44 – Flossenbürg (blocco 22) dal 9.9.44 al 7.10.44 – Kottern dal 9.10.44 al 7.4.45 – Dachau dal 9.4.45 alla liberazione. Ritengo che eventuali notizie di Suo zio potrebbe attingerle da Italo G. – [indirizzo]. G., anche nel caso non lo avesse conosciuto personalmente potrebbe indicarLe qualche altro compagno che ha vissuto in quel campo fino all’ultimo. Le auguro di riuscire nella Sua impresa che riunisce alla cara memoria delle sofferenze di un parente anche la conoscenza di un terribile ingiusto periodo della storia dell’umanità. Con viva cordialità, Luigi M.

Cormons, 26 febbraio 2000

Egregio Signor Zamboni, rispondo alla sua lettera del 17 gennaio 2000 e devo purtroppo dirle che non ho conosciuto suo zio. A Flossenbürg stavo nella baracca dei minorenni e non c’era contatto con le persone adulte. Sono stato trasferito dalle prigioni di Gorizia l’11 gennaio 1945 e dopo circa 3 giorni sono arrivato a Flossenbürg dove sono rimasto per circa 3 mesi. Sono stato poi trasferito a Dresda in un campo di lavori forzati e qui sono rimasto un mese. Da Dresda siamo partiti per Praga ed abbiamo fatto il percorso a piedi ed in treno e questa per me è stata l’esperienza peggiore perché la gran parte delle persone non ce l’ha fatta. A Praga sono rimasto circa un mese in ospedale per riprendermi e dopo una settimana è arrivato l’esercito russo. Da qui con mezzi di fortuna sono partito ed ho raggiunto Cormons in agosto. Mi dispiace non poter esserle d’aiuto e le auguro di riuscire ad avere al più presto notizie riguardanti suo zio. Cordiali saluti. M. Guido

Resia, 20 gennaio 2000

Io sottoscritto N. Pietro, l’11 gennaio 1945 vengo deportato nel campo di concentramento di Flossenbürg dove arrivo il 14.1.1945 – poi ai primi di febbraio mi hanno trasferito nel campo di concentramento di Hersbruck – poi successivamente a quello di Dachau – Il 29 aprile ci hanno liberato le truppe americane. A Flossenbürg ogni mattina facevano appello nominativo, mai sentito il nome di Zamboni Luciano nella mia baracca. Per avere notizie più concrete si rivolga alla Croce Rossa Internazionale. Cordiali Saluti. Pietro N.

Messina, 25 febbraio 2000

Caro signor Zamboni Roberto, le scrivo con l’aiuto di mia nipote, che scrive mentre mi sente parlare per l’ennesima volta di quella incancellabile esperienza. Sono un uomo di 81 anni segnato tantissimo dalla deportazione tedesca durante la seconda guerra mondiale, ma ringraziando quotidianamente Dio per avermi permesso di salvarmi dall’inferno, tornare a casa mia e, nel corso del tempo, avere la possibilità di formarmi una famiglia. Sono passato attraverso vari campi di concentramento quando fui arrestato da militare come partigiano. Tra questi c’è stato anche Flossenbürg, ma come ripeto, ci passai soltanto perché la mia destinazione definitiva fu Dakau [Dachau]. Purtroppo li non si era persone ma oggetti numerati e non ho avuto né amici, né conoscenze particolari. Non credo di saperle dire, quindi, se tra i tanti che sono passati sotto i miei occhi ci fu anche suo zio. So solo che tornai invalido dalla guerra, a causa della perdita dell’udito, della caduta dei denti e di una bronchite asmatica, causata dal gelo, che ancora oggi non mi abbandona; [quando tornai] ero di circa 36 chili e per un uomo di 24 anni non è sicuramente un peso normale! Quindi è difficile che dalla foto che mi ha inviato si possa ricordare. E poi si passano gli anni cercando di dimenticare, almeno un po’. Io l’ammiro per questa ricerca che sta facendo e spero sinceramente che lei abbia più successo con i ricordi degli altri «fortunati» che sono potuti tornare e oggi vivono ancora. Risparmiandole altri particolari demoralizzanti, la saluto ringraziandola e sperando per lei di avere una buona fortuna per la sua ricerca e per la sua vita. Cordiali saluti. M. Gaetano

Cormons, aprile 2000

Caro amico Roberto, mi dispiace tanto che non ho potuto scriverti prima perché ero in ospedale; dopo più di un mese sono tornato a casa abbastanza bene. Allora mi sono messo e ti ho scritto queste righe.

Grazie a Dio sono qua e ti ringrazio che mi hai fatto sapere del tuo caro zio, ma non posso darti nessuna segnalazione, in nessun modo. Le SS mi hanno preso il 17 dicembre 1944 a Cormons, mi hanno processato e mi hanno messo in prigione a Gorizia. Poi siamo partiti l’11 gennaio 1945, 4 giorni e 4 notti di treno e siamo arrivati a Glosemburch [Flossenbürg], e di li siamo stati smistati; dopo 70 giorni ci hanno portati a Ghesbruck [Hersbruck], dove abbiamo lavorato circa 4 mesi; man mano che le truppe alleate venivano avanti ci hanno portato a Dachau. Ti chiedo scusa di quello che ti dico, non sono bugie, è tutta la verità. Sono ancora vivo a raccontare tutto. Non posso dimenticare perché ogni tanto mi sogno anche se sono passati 55 anni. Non si poteva parlare o lamentarsi, per chi lo faceva era morte certa. Quindi anche se ci fossimo conosciuti non si poteva parlare; bocche chiuse e denti stretti altrimenti «caput». Il mio numero di matricola a Dachau era 151649. [Quelle che scrivo] sono verità. Se ti vedevano piangere venivi ammazzato, non ti dico altro. Caro Roberto, io non posso aiutarti più di così. [Con] quei quattro che ci si conosceva nei tre campi di concentramento ci siamo rivisti quando abbiamo fatto le carte per il vitalizio. Nei campi [dove] eravamo insieme era una cosa indescrivibile. Sono partito che pesavo 75 chili, dopo sei mesi sono arrivato a 35 chili. […] Il [mio] numero [di matricola] del campo di Flosemburch [Flossenbürg] è 45962. […] Con questo ti saluto e mi piange il cuore di non poterti aiutare. Ti auguro un mare di fortuna per le tue ricerche. Fai dire una Santa Messa per il tuo caro zio, vedrai che ti aiuterà. Auguri a te e a tutta la tua famiglia di buona Pasqua di serenità. Non mi dimenticherò che mi hai fatto tanto piacere.

Tarcento, 11 febbraio 2000

Egregio Signor Roberto, […] Innanzitutto le devo dire che non ho avuto occasione di trovare e quindi conoscere suo zio Luciano, della mia stessa classe di nascita, prima di tutto perché siamo partiti con tradotte diverse, come diversi erano i luoghi di partenza e le date. Io sono partito da Udine l’11 gennaio 1945 diretto a Flossenbürg, via Tarvisio. Qui mi sono fermato alcuni giorni per poi partire per il lager di Eztburg [Hersbruck] (Norimberga) dove sono rimasto per qualche mese per poi definitivamente andare al lager di Dahau [Dachau]. In conseguenza di tutto ciò non le posso dire nulla della sua [di Luciano] permanenza a Flossenbürg e quindi neanche notizie sulla sua morte. Mi dispiace veramente di non poterle dire nulla ma mi auguro che trovi qualche persona ex internato che le possa dare le notizie che cerca. […] Scusi il mal scritto, fatto in premura. In attesa di poterci conoscere personalmente voglia gradire i più distinti saluti che vorrà estendere ai suoi familiari. Armando R.

Firenze, 27 gennaio 2000

Egregio Signor Roberto Zamboni, la sua lettera mi ha commosso. E’ commovente il suo attaccamento ad un familiare, in giovane età, deceduto nell’inferno di Flossenbürg. Di Luciano, già mio compagno di sofferenza, purtroppo nulla io posso dire. In quella bolgia infernale di Flossenbürg, io ho trovato gente della mia età e dei luoghi dove sono nato, dove nemmeno lontanamente pensavo di incontrarli. Miracolosamente sopravvissuto, appena a casa (1945) ne ho dato notizia ai loro familiari che li hanno attesi invano e poi si sono rassegnati all’avversità del destino. Sono partito da Trieste il 16.12.1944. Sono arrivato a Flossenbürg il 21.12.1944. Ho visto gli orrori e come vivevano i morituri nelle tristissime baracche dove nemmeno le SS ci entravano. Sono partito da Flossenbürg il 12.1.1945 per Pirna nei pressi di Dresda, dove fui liberato il 5 maggio 1945 dalle truppe russe, i giovani soldati della IIIa Armata del Generale Ciuikow, lo strenuo difensore di Stalingrado. Dalla mia partenza dal campo centrale non ho più fatto ritorno. Suo zio, il caro Luciano, mio compagno di sofferenza, è arrivato a Flossenbürg quando io ero già partito. Perciò è realmente impossibile che anche occasionalmente io abbia potuto incontrarmi con lui! Signor Roberto, la sua nobile iniziativa di sapere qualcosa di più del suo familiare diffonde in me profonda tristezza. […] Un abbraccio bravo amico mio. Suo Sergio R.

Un altro figlio che ritrova il padre

Cartura (PD), 9 luglio 2015

Sono nato nel 1940, tra poco compio 75 anni.

Mio nonno Menorello Antonio, nullatenente ed analfabeta, morì, internato di guerra, nel 1919, quando mio padre, nato a Arre (Pd) il 6.2.1915, aveva quarrtro anni.

Mio padre, Menorello Mario, nullatenente ed analfabeta, morì, internato di guerra in Germania, dopo l’8 settembre del 43, morì nel 1944, quando io avevo quattro anni.

Stasera, ho conosciuto dove è sepolto mio padre.

Grazie. Grazie e congratulazioni per il lavoro svolto: oltre che per il titolo del sito internet molto ben esatto!

Fernando Menorello – Cartura (Padova)

Caduto Menorello Mario, nato il 6 febbraio 1915 ad Arre (Padova). Deceduto a Braunschweig (Bassa Sassonia) il 6 aprile 1944. Sepolto ad Amburgo / Hauptfriedhof Öjendorf / Cimitero militare italiano d’onore (Germania). Posizione tombale: riquadro 1 / fila R / tomba 39. Fonti: Ministero della Difesa.

Ps.: allego una foto di un funerale di guerra. Un tempo, più di 50 anni fa, mia mamma mi disse che le era stata data come foto del funerale di mio padre. Ma così non è come si vede dalle divise dei soldati.

funerale di guerra 1944 ca014

messa al campo 1944 x email

foto di gruppo anni 1941-42 x email
Anni 1940/41 – Foto con commilitoni – Il primo a destra in piedi è Mario Menorello

Nominativi sul monumento ai Caduti di Arre (Padova)
http://www.comune.arre.pd.it/sites/comune.arre.pd.it/files/arre_libr_caduti_2012.pdf

arre_libr_caduti_2013

Rintracciati i parenti di un altro Caduto

Grazie al sito (DA SE NE ZABORAVI – NON DIMENTICARE) e agli articoli pubblicati su “La Voce del Popolo” (Antonio Ventin, sepolto all’estero ma mai dimenticatoOmaggio postumo a due deportati), la carissima e preziosissima Dolores Mihelić Malbašić, che conduce le ricerche dei “Dimenticati di Stato” nati in Istria (ma anche nel resto di quella che ora è l’attuale Croazia e in Slovenia), è riuscita a rintracciare i parenti di un altro Caduto.

Si tratta di Mario Monica, nato il 20 marzo 1923 a Buie d’Istria e morto il 15 marzo 1945. Mario si trova attualmente sepolto ad Amburgo (Hauptfriedhof Öjendorf – Cimitero militare italiano d’onore) alla posizione tombale: riquadro 2 / fila X / tomba 63 (fonti: Ministero della Difesa).

Io e i famigliari di Mario Monica ringraziamo di cuore Dolores per il suo grande impegno.

Anche la tomba di Mario Muselli avrà un fiore

 

Cremona, 29 maggio 2015

Gent.mo Sig. Roberto Zamboni,

grazie a Lei, ora sappiamo dove riposa mio nonno MUSELLI MARIO, civile, nato a Cremona il 12.10.09 e morto a Osnabrueck il 26 agosto 1944.

Una storia con molti lati oscuri; dal certificato di morte che attesta che sia deceduto per un attacco polmonare anzichè da due colpi di pistola a bruciapelo, come testimoniato da un suo collega di lavoro, una foto di una lapide, forse nel cimitero di Osnabrueck, con nome errato (Maselli Marino) e la traslazione della salma ad Amburgo senza che i familiari sapessero nulla.

Dopo più di settantanni, andremo a porre finalmente un fiore sulla sua tomba.

Grazie ancora per il lavoro che ha fatto.

Paola Dorati

P.S. Le allego ciò che ci è rimasto di lui.

Muselli Mario, nato il 12 ottobre 1909 a Cremona. Deceduto a Osnabrück (Bassa Sassonia) il 26 agosto 1944. Sepolto ad Amburgo / Hauptfriedhof Öjendorf / Cimitero militare italiano d’onore (Germania). Posizione tombale: riquadro 4 / fila G / tomba 26. Fonti: Ministero della Difesa

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Storie – Costante Giovannini

giovannini costante

GIOVANNINI Costante, nato il 7 settembre 1923 a Narni (Terni) 1a, 10 – Deceduto il 7 marzo 1945 – Sepolto nel Cimitero Militare Italiano d’Onore di Francoforte sul Meno (Germania) 1a, 10 – Posizione tombale: riquadro E – fila 3 – tomba 22 1b. Fonti: 1a, 1b, 10 – Francesco Giovannini (fratello).

Ricostruzione di Francesco Giovannini

Costante Giovannini era un ragazzo semplice ed amico di tutti.

[…]

Abitava ad Orte, frazione di Collepecchio. Unitamente ai genitori, fratelli e sorella, aiutava al lavoro in campagna. Era un lavoro duro, ma a Costante nulla spaventava.

Nel mese di giugno e luglio, era addetto alla macchina per la trebbiatura del frumento e, per due mesi circa, era costretto fuori casa.

Spesso però tornava a trovarci e noi fratelli più piccoli continuavamo a guardarlo come se non l’avessimo mai visto.

In casa la sua assenza era molto notata perché giocava spesso con i fratelli più piccoli. Era il secondo di sei figli, molto magro, alto un metro e novantadue centimetri.

Nel 1941 il primo fratello si è arruolato nell’Arma dei Carabinieri e mia mamma insistette molto perché anche Costante si arruolasse nella Benemerita, ma lui non si convinse. Evidentemente non era il suo destino.

Nel gennaio del 1943 venne richiamato alle armi, fu destinato al corpo di Fanteria ed inviato a Spoleto, paese molto distante dal nostro.

Ricordo che una sera verso le 19 arrivò improvvisamente a casa (in abiti civili naturalmente!).

Erano circa due mesi che era partito e disse che mentre era in libera uscita, con i vestiti di un amico e con mezzi di fortuna, aveva pensato di venirci a trovare. Ricordo perfettamente che quel poco tempo trascorso con noi lo passò sempre mangiando. Aveva molta fame e diceva che il rancio della caserma non era buono e molto scarso.

C’è poi il fatto che i cibi di casa propria sono sempre i migliori.

È ripartito, naturalmente a piedi, sino a Nera Montoro, e da lì, con mezzi di fortuna per raggiungere Spoleto.

Noi fratelli non l’abbiamo più visto tranne mia madre che, assieme ad una nostra vicina di casa (M. T.), è andata a trovarlo a Spoleto.

Ricordo che la mamma, tra le altre cose, gli portò due filoni di pane casareccio, e che in quel poco tempo che sono stati insieme, i due filoni se li è mangiati tutti.

Dopo pochi giorni scrisse una cartolina postale non più da Spoleto, ma da Zara, e da lì, il 15 maggio fu catturato dai tedeschi e condotto, in vagoni bestiame, in Germania.

Successivamente ricevemmo una cartolina postale nella quale diceva che lavorava in un campo di concentramento.

Chiedeva sigarette, ma non c’è stata la possibilità di spedirle.

Da lì, un lungo silenzio sino all’estate del 1945, quando un giorno arrivò a casa nostra il parroco di Orte.

Noi abitavamo in campagna e vedere il parroco a casa nostra per la prima volta non era normale. Infatti ci diede la tristissima notizia della morte di Costante.

Per la nostra famiglia quel giorno fu come se fosse finito il mondo. Ma il parroco com’era venuto a sapere quella notizia?

In campo di concentramento ad Hattingen (Ruhr – Germania) era prigioniero anche certo M. Francesco di Barbarano Romano, un paese a circa 70-80 chilometri da Orte, prigioniero anche quest’ultimo, ma fortunatamente sopravissuto e tornato al suo paese.

Era diventato amico di Costante, in quanto lavoravano insieme nello stesso campo. Il M. assistette alla morte di Costante e quando tornò in Italia al suo paese (dopo un mese circa) raccontò al parroco di Barbarano Romano che vide morire l’amico di Orte.

Ecco perché il parroco di Orte venne a casa nostra. Noi non abbiamo mai saputo della morte di Costante sino al giorno che ci diede la notizia il parroco di Orte.

[…]

Ebbene, una sera mentre ascoltavo un programma televisivo che trattava della guerra 40-45, un giornalista disse che le famiglie che desideravano notizie potevano scrivere al Ministero della Difesa.

Detto… fatto! Il 12 maggio 1990 scrissi al ministero e dopo dieci giorni circa […] mi risposero, comunicandomi che la salma di Costante Giovannini era tumulata nel Cimitero d’Onore di Francoforte sul Meno (Germania) – riquadro E, fila 3, tomba 22.

Dopo qualche giorno, unitamente a Teresa (mia moglie) ed una coppia di amici, in camper partimmo per Francoforte e, come specificato dal Ministero, trovammo la piccola pietra con sopra scritto: «Soldato Giovannini Costante 1923-1945».

Non posso descrivere il mio stato d’animo di quel momento, ma lascio solo immaginare. Facemmo molte riprese con la telecamera per poi farle vedere alla sorella Ida e ai fratelli Umberto e Sesto.

Altri della famiglia non c’erano più, come mia madre, che spesso diceva: «Se potessi sapere dove si trova per potergli portare un fiore!». Purtroppo, né lei né mio padre non c’erano più, ma per loro mi sono occupato io assieme a Teresa per portare dei fiori.

E non solo. Abbiamo spedito alla persona addetta al cimitero (tale F. Antonio da Fonseca) una fotografia, che si è occupato di applicarla sulla tomba. Infatti, nel nostro secondo viaggio a Francoforte, la foto era stata sistemata.

In quel cimitero ci sono 4601 Caduti noti, più di 728 civili e molti ignoti. Solo in qualche tomba ci sono dei fiori (5 o 6).

La mia convinzione è che molte famiglie non sappiano dove si trova il loro congiunto.

Tutte le famiglie italiane che hanno avuto la sfortuna di avere un congiunto deceduto nella guerra 40-45, se fossero a conoscenza della meravigliosa iniziativa di Roberto Zamboni, sarebbe sicuramente un fatto positivo.

tomba giovannini costanteTomba nel cimitero di Francoforte sul Meno

Storie – Fernando Giacobino

GIACOBINO Fernando, nato il 24 febbraio 1905 a Marsiglia (Francia) 1a, 10 – Agente di Polizia – Internato nello Stalag X B/Z (sottocampo dello Stammlager X B di Sandbostel) – Matricola 202017 – Deceduto il 24 dicembre 1943 alle ore 4.00 – Inumato in prima sepoltura nel cimitero dello Stalag X A di Sandbostel (Bassa Sassonia) – Posizione tombale: tomba n° 190 2b – Esumato e traslato nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro 2 – fila L – tomba 36 1b. Fonti: 1a, 1b, 2a, 10 – Chiara D’Ippolito (nipote) e Bruna Giacobino (figlia).

giacobino fernandoAgente di Polizia Fernando Giacobino

Mio nonno Fernando è stato internato nel 1943 in un campo nazista e lì è morto dopo pochi mesi.

Mia madre aveva solamente tre anni e per molto tempo nessuno le ha mai raccontato cosa fosse successo al suo papà. Anche dopo averlo saputo, non è mai riuscita a scoprire se e dove fosse sepolto il suo corpo.

Di lui non aveva né una foto né una lettera e per tutta la vita ha sempre sofferto tantissimo.

Era da tanto tempo che desideravo fare qualche ricerca e oggi ho scoperto il suo sito. Sono andata sulla banca dati del Ministero della Difesa, ho trovato il nome di mio nonno e ho visto che i suoi resti si trovano nel cimitero di Amburgo.

Sembrerà forse un po’ retorico e melenso, ma non riesco a smettere di piangere per la commozione. Aver ritrovato mio nonno è una cosa contemporaneamente triste e bellissima, e credo che quando lo saprà mia madre, le emozioni saranno ancora più forti. Chiara D’Ippolito

Dov’è papà? È lontano, ma presto tornerà.

Dov’è papà? Quando torna? Presto tornerà …

Tante domande che a poco a poco Bruna non ripete più, ma dentro di sé continua ad attendere.

La mamma è malata e non può rispondere.

L’attesa e l’angoscia sono sempre lì, nella sua mente e nel suo cuore.

Improvvisamente si rende conto che papà non tornerà più, che si è smarrito in un luogo lontano e lì è morto di fame, di freddo, con la febbre alta.

Non riesce a pensare che il suo papà non abbia un luogo tutto suo in cui riposare.

Lui è sempre nei suoi pensieri, ma finalmente l’angoscia è scomparsa: papà è sepolto lontano, ma in un bel prato verde in una tomba che porta il suo nome.

Bruna Giacobino

Storie – Gaetano Giacalone

giacalone gaetano

GIACALONE Gaetano, nato il 6 settembre 1922 a Mazara del Vallo (Trapani) 1a, 10Deceduto il 6 novembre 1944 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro 3 – fila L – tomba 1 1b. Fonti: 1a, 1b, 10 – Rosanna Giacalone (nipote).

 

12 gennaio 2011Caro signor Roberto mi permetto di scriverle perché avrei il piacere di accontentare mio padre ormai ottantenne, il quale vorrebbe far rimpatriare la salma del suo defunto fratello morto durante la Seconda Guerra mondiale alla misera età di 22 anni.

Il desiderio in realtà non è soltanto suo, ma sarei felice di poter avere lo zio qui con noi e soprattutto sapere che accanto alla nonna e al nonno c’è lo zio che la nonna ha tanto desiderato. Rosanna Giacalone.

 

Ricostruzione di Rosanna Gacalone

Giacalone Gaetano nato a Mazara del Vallo il 6 Settembre 1922, arruolatosi come volontario all’età di 17 anni nell’Esercito, al 56° Reggimento Artiglieria D. F. Casale con numero di matricola 14263, divenuto Sergente Maggiore indetto con anzianità.

Partito da Brindisi sbarcato a Valona nei pressi della frontiera GrecoAlbanese, viene catturato dai tedeschi l’8 Settembre del 1943, condotto in Germania come prigioniero di guerra a tutti gli effetti e destinato al lavoro coatto come bracciante agricolo presso il campo di Neumünster.

Deceduto nello stesso campo di prigionia per bombardamento aereo da parte degli americani il 6 Novembre del 1944, venne sepolto inizialmente a Neumünster per poi essere condotto in seconda sepoltura presso il Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo (Germania), riquadro 3, fila L, tomba 1.

Il 4 aprile del 2011 su richiesta del congiunto Giacalone Baldassare, nonché fratello del caduto Giacalone Gaetano, viene accolta l’istanza da parte del Ministero della Difesa Onorcaduti per la traslazione dei resti mortali.

Il Comune di Mazara del Vallo accoglie la richiesta del Giacalone Baldassare, e affronta le spese per il rimpatrio delle spoglie e la relativa tumulazione e sepoltura del congiunto presso il Cimitero Comunale di Mazara del Vallo. Il 29 ottobre del 2011 alla presenza di tutte le autorità cittadine viene celebrata la solenne commemorazione e sepoltura del Giacalone Gaetano. Successivamente è stata conferita la Medaglia d’Onore alla memoria del Giacalone Gaetano.

giacalone gaetano 300 dpiRientro a Mazara del Vallo (Trapani) dei resti di Gaetano Giacalone

sepoltura nel cimitero di mazara

mazara oggi

Storie – Mansemino Fusetto

fusetto mansemino

FUSETTO Mansemino, nato il 9 settembre 1914 a Taglio di Po (Rovigo) 1a, 10 – Deceduto il 10 giugno 1945 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro 2 – fila V – tomba 55 1b . Fonti: 1a, 1b, 10 – Fusetto Massimina (figlia) – Maria Rosa Brunati (nuora della figlia del Caduto).

Ricostruzione di Fusetto Massimina – Maria Rosa Brunati

Mansemino Fusetto nasce a Taglio di Po (Rovigo) piccolo paese del Basso Polesine il 9 settembre 1914.

La sua è una famiglia come tante, genitori contadini e sette fratelli. È già adolescente quando si trasferisce in un piccolo paese della provincia di Venezia. Qui conosce Uliana la sua futura moglie.

A vent’anni va a fare il servizio militare a Padova nel corpo degli Artiglieri a Cavallo. Tornato a casa si sposa e dal matrimonio nascono, nel 1936 Carla e nel 1938 Arrigo.

I tempi però sono difficili e così con altri paesani parte in cerca di lavoro per la Germania. Torna un primo breve periodo in Italia e nel 1941 nasce Massimina. Riparte per la Germania ed è ancora lì quando viene richiamato per andare al fronte. Rientra in Italia e quando parte per il fronte a settembre del 1943 la moglie attende il quarto figlio.

La famiglia riesce ad avere pochissimi contatti con lui, l’ultima lettera che arriva da parte sua è quella dove Mansemino chiede il nome alla moglie dell’ultimo nato. Lei gli risponde comunicandogli la nascita di Sergio (29 aprile 1944), ma per quella lettera non otterrà mai più alcuna risposta. Solo alla fine della guerra la famiglia scoprirà dai racconti di chi torna che è stato fatto prigioniero dai tedeschi e deportato in Germania.

Nel tempo, arriverà un certificato di morte presunta e mai nessun altro documento che possa far risalire ad altre notizie o anche a dove era stato seppellito il corpo del loro congiunto.

Uliana muore nel 2003 con il dispiacere di non aver mai saputo più niente dell’uomo che aveva amato, che l’aveva resa sposa e madre.

È solo grazie ad un articolo di un giornale locale della provincia di Como che nel 2010, sette anni dopo la morte della nonna ho letto delle sue ricerche, ho controllato il suo sito in internet e sono riuscita a risalire a dove era stato sepolto il padre di mia suocera e successivamente a dove era stato internato.

È stato un momento particolarmente toccante ed emozionante per i due figli rimasti Massimina e Sergio. Subito ci siamo attivati per poter riavere i resti in Italia e lo scorso anno, esattamente dopo 68 anni, gli stessi hanno fatto ritorno in Patria il 28 ottobre 2011. Ora i resti di Mansemino riposano nel famedio del cimitero di Cesano Maderno.

MANSEMINO E MOGLIE - 300 DPI

Mansemino con la moglie

FUSETTO MANSEMINO 300 dpi (2)

Rientro a Milano dei resti di Mansemino Fusetto

mansemino famedio

Famedio del cimitero di Cesano Maderno (Monza e Brianza)

Storie – Valentino Spiatta

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SPIATTA Valentino, nato il 24 luglio 1924 a Carlazzo (Como) 1a, 10Deceduto il 20 gennaio 1944 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Berlino (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro 4 – fila 1 – numero 7 – tomba 1054 8. Fonti: 1a, 8, 10 – Giusi Spiatta (nipote).

Tratto dalla tesi di laurea di Valentina Peretti «DIMENTICATI DI STATO? Gli IMI e i Fremdarbeiter comaschi attualmente sepolti in Germania, Austria e Polonia. Le testimonianze».

 

Spiatta Giuseppina, nipote di Spiatta Valentino (n°128)

 

Sono riuscita a contattarla perché Roberto Zamboni mi ha informato del fatto che era a buon punto per il rimpatrio dei resti di suo zio paterno, che non ha mai conosciuto (è nata venti anni dopo la sua morte). Abbiamo avuto un breve scambio di mail, durante i quali mi ha sempre ripetuto di esser felice di aver trovato il luogo di sepoltura, che suo padre aveva cercato invano per anni.

Infatti il racconto commovente che mi ha fatto è visto dalla parte di suo padre, che rispetto a Valentino era maggiore di età: «Mio zio partì poco dopo il suo compleanno, era nato a fine luglio. Dopo avere visto partire il fratello maggiore (erano in tre, mio padre il secondo) ed essendo poco più di un ragazzo, mio padre domandò in distretto di poter partire lui al suo posto.

La sua domanda venne rifiutata con la motivazione che mio padre diventava sostegno di famiglia (mia nonna era vedova con 3 figli maschi) e così mio zio fu costretto a partire.

Mio padre ricorda con angoscia quel momento perché la paura che mio zio aveva era talmente grande … infatti loro temevano che ne morisse.

A Natale 1943, dopo avere ricevuto da lui una lettera, gli venne spedito un pacco con un maglione di lana lavorato da mia nonna … A metà febbraio 44 lo stesso pacchetto ritornò a casa con una scritta in tedesco …

In paese abitava una signora tedesca sposata con un italiano … Signora che dovette comunicare a mio padre che quella scritta significava DECEDUTO.

Mio padre chiese notizie al nostro Comune, alla sede della Croce Rossa, ma per molti mesi non si riuscì a sapere nulla, alimentando la speranza che potesse esserci uno scambio di persona, un errore … E invece, dopo qualche mese, arrivò la comunicazione ufficiale del suo decesso.

Molto scarno, era un semplice documento, che mio padre poté solo visionare presso il nostro Comune, nel quale appunto si comunicava alla famiglia il decesso, ma non dove fosse stato inumato il corpo.

Da quel momento la ricerca non è mai finita …

Purtroppo oltre a questo dolore, mia nonna aveva anche il pensiero del primo figlio deportato in Russia, del quale non sapeva assolutamente nulla. Per fortuna quel figlio rientrò l’anno successivo con dei problemi di congelamento piuttosto seri […]

Mio padre mi raccontava che ai suoi tempi tutto era più complicato, soprattutto per avere notizie.

Carlazzo era collegato con il resto del mondo da un piccolo trenino che portava posta e comunicazioni da Menaggio, e da un unico telefono pubblico in un bar … Mio padre insisté con la Croce Rossa ed ottenne la promessa di una ricerca più approfondita che però portò solo a conoscere il posto dove si presumeva fosse sepolto suo fratello.

Come vede niente di ufficiale è mai stato comunicato; l’unica cosa certa era il decesso …

Io incomincio a cercare mio zio circa 15 anni fa …

mio padre si ammalò di tumore e io sapevo che per lui era importante trovare notizie …

Arrivai dove lei è arrivata, e trovai le notizie che lei ha …

Parlai con mio padre della possibilità di fare rientrare la salma, anche se avevo notizie molto confuse sulla procedura da attuare …

Questo è stato purtroppo il suo ultimo pensiero prima di morire … Lasciai perdere tutto … Fino all’estate scorsa, quando mia madre arrivò con un foglio di giornale, la Provincia, sul quale questo sig. Zamboni scriveva il nome di mio zio …

Ho ricominciato tutto e dopo varie lettere, oggi sono in attesa dell’esumazione che avverrà entro quest’anno.

Non sto a dirle che cosa tutto questo rappresenta per me e per i miei fratelli…»

 

Tratto da «La Provincia» di Como del 3 luglio 2011 – Articolo siglato (Gp. R.)

C’è anche Valentino Spiatta fra i reduci ritrovati dall’ormai famoso «cacciatore di tombe nei lager» Roberto Zamboni.

Grazie all’opera dell’imprenditore veronese e agli elenchi pubblicati lo scorso anno su La Provincia, la famiglia Spiatta è riuscita a risalire alle spoglie del soldato di Piano di Porlezza mai più tornato dalla Germania.

Trovare il nome di nostro zio tra gli elenchi pubblicati sul giornale ha provocato un autentico tuffo al cuore in tutti noi – riferisce una nipote del reduce, Giuseppina Spiatta, 47 anni, nata vent’anni dopo la morte dello zio -.

Così, lo scorso agosto è iniziato il lungo cammino che ci ha portato fin sulla sua tomba, in un posto disperso della Germania.

«Mio padre l’aveva vanamente cercato per molti anni ed è stato un risultato dedicato anche a lui.

Le procedure per il rimpatrio delle spoglie sono state difficoltose, ma per noi, che abbiamo a lungo sentito parlare di zio Valentino e della sua sorte sconosciuta, è stato come un dono del Signore poter ricostruire le sue ultime ore e portarlo a casa.

Ci hanno sostenuti i gruppi alpini di Menaggio e Porlezza e la Guardia di Finanza di Menaggio, mentre Valentina Peretti, con la sua tesi di laurea ha dato voce alla storia dello zio e di altri giovani caduti servendo la Patria.

Con Roberto Zamboni siamo tuttora in contatto: la sua approfondita ricerca ci ha consentito di ritrovare nostro zio e, sempre grazie ai suoi suggerimenti siamo riusciti ad avviare le pratiche per il rimpatrio».

Partito per il fronte appena ventenne, Spiatta fu catturato e fatto prigioniero sul Brennero. Alla famiglia, in seguito, venne comunicata solo la data della morte. […].

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Rientro a Porlezza (Como) dei resti di Valentino Spiatta

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L’ultimo saluto all’Alpino Valentino Spiatta

Storie – Michelino Spanedda

SPANEDDA Michelino, nato il 2 settembre 1906 ad Ardara (Sassari) 1a, 1 – Maresciallo ordinario – Deceduto il 20 ottobre 1943 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro 4 – fila F – tomba 15 1b. Fonti: 1a, 1b, 10 – Giada Spanedda (nipote) e Romedio Spanedda (figlio).

Sassari, 27 gennaio 2012

Caro Roberto, soltanto oggi siamo venuti a conoscenza dell’enorme, minuziosa e nobile ricerca sui caduti in guerra e mai ritornati in Italia e solo così siamo venuti a conoscenza del luogo di sepoltura di mio papà / nonno Michelino Spanedda nel cimitero di Amburgo.

Attraverso la tua ricerca siamo venuti a conoscenza di vicende che fino ad oggi avevamo ignorato. Ti ringraziamo molto profondamente per quanto hai fatto e così potremo andare a visitare, finalmente, la tomba del nostro congiunto.

Purtroppo papà non ha ricordi che affiorano: suo padre partì, febbricitante (ma il dovere e l’onore prima di tutto, una volta era così) quand’era piccolo, e le notizie successive, riferite da mia nonna, sono state molto frammentarie e incerte (prigioniero in Albania, tradotto in Germania, campo di concentramento, malattia, sembra appendicite acuta, morte).

Anche successivamente mia nonna non è riuscita a sapere molto di più. Anche per questo le notizie che abbiamo raccolto successivamente, grazie alle tue ricerche, hanno aperto un orizzonte che non pensavamo esistesse: infatti, per quanto ne sappiamo noi, nessuno (Ministeri, Guardia di Finanza) comunicò alcunché a mia nonna, per cui pensavamo che il nonno fosse disperso in qualche sconosciuta fossa comune.

Adesso sappiamo che riposa in uno splendido giardino, anche se straniero, assieme a migliaia di altri soldati di molte nazionalità, anch’egli vittima di una guerra non voluta ma a cui ha partecipato per senso del dovere.

Grazie di cuore, Giada e Romedio Spanedda

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C.M.I. Amburgo

spanedda michelino 300 dpi tomba

Tomba nel cimitero di Amburgo

Storie – Luigi Siletti

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SILETTI Luigi, nato il 16 febbraio 1923 a Caravino (Torino) 1a, 10Internato nello Stalag VI A (Hemer – Nord Reno Westfalia) – Matricola 95731 – Arbeits-Kommando n° 1000 – Deceduto a Rheinhausen (Baden-Württemberg) il 4 luglio 1944 10 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo 1a – Posizione tombale: riquadro 5 – fila Y – tomba 46 1b. Fonti: 1a, 1b, 10 – Giovanni Florio (nipote).

Tratto da lasentinella.gelocal.it del 5 ottobre 2012 – Articolo di Antonella Allazeta.

È grazie a internet che Giovanni Florio è riuscito a trovare suo zio Luigi Siletti, figlio di Giuseppe e Marco Maria della Cascina Roiera.

Il giovane Alpino Luigi Siletti durante la seconda Guerra Mondiale fu preso come prigioniero ed internato nello Stammlager VI A a Rheinhausen, Germania, dove morì nel 1944, a 21 anni.

La famiglia fu avvisata del decesso con un telegramma ma il corpo non fu riportato a casa.

Tornerà a Caravino il 4 novembre, ci sarà un picchetto d’onore della Taurinense. Giovanni Florio, pur non avendo mai conosciuto di persona lo zio, è cresciuto con sua nonna che gli parlava di Luigi e che avrebbe voluto riaverlo a casa.

Nel gennaio scorso stava navigando su internet, quando senza cercarlo, è comparso il nome di suo zio, stupito è andato a vedere in quale sito fosse nominato ed era sul blog di Roberto Zamboni intitolato «Dimenticati di Stato»: un sito nato dalle ricerche di Zamboni ed in cui si possono trovare i nomi degli inumati nei cimiteri militari italiani d’onore fino al 12 marzo 2009.

Giovanni ha dunque scritto a Zamboni, per accertarsi che fosse davvero suo zio e poi con la moglie si è recato ad Amburgo al cimitero militare d’onore dove era sepolto. «Il cimitero è immenso – racconta – e ho visto anche molti cognomi del Canavese sulle tombe. Non ho faticato a trovare la tomba ma come ho saputo dov’era mio zio non ci ho pensato neanche un attimo e ho deciso che l’avrei riportato a casa».

Sono così iniziate le trafile burocratiche. E il 4 novembre ci sarà la cerimonia. Il Comune rimborserà il 60% dei costi per il rimpatrio: «Nonostante le critiche non siano mancate – spiega il sindaco – credo che pagare il rimpatrio di un caduto caravinese che torna a casa dopo quasi 68 anni sia il minimo, visto che lo Stato non lo fa». Giovanni Florio ringrazia il sindaco: «Avrei riportato a casa mio zio anche senza alcun contributo. Non credo neanche che questa sia una storia da giornale ma se può servire a qualcuno per aiutarlo a ritrovare un suo caro ben venga».

SILETTI LUIGI, NATO IL 16 FEBBRAIO 1923 A CARAVINO (TORINO)

siletti luigi cartolina postale 300 dpi

siletti luigi 300 dpi tombaTomba nel cimitero di Amburgo
rimpatrio siletti luigiRientro a Caravino (Torino) dei resti di Luigi Siletti

Storie – Antonio Staffoni

staffoni antonio

STAFFONI Antonio, nato il 6 agosto 1899 a Pisogne (Brescia) 1a, 10Deceduto a Szczeciński / Stargard (Voivodato della Pomerania Occidentale) il 24 aprile 1944 1a – Sepolto a Bielany / Varsavia (Polonia) – Cimitero militare italiano 1a. Fonti: 1a, 10 – Oscar Staffoni (figlio).

Egregio Signor Zamboni, la scorsa settimana sono stato a Varsavia con alcuni amici e il giornalista Ivano Tolettini del Giornale di Vicenza, che ha voluto dare notizia di quanto ha visto a Bielany (Varsavia).

Devo alla Sua paziente e diligente opera la scoperta della esumazione e traslazione dei resti di mio padre da Stargard a Varsavia;

come Lei ben sa e ha documentato, le nostre autorità si sono ben guardate dal dare qualsiasi informazione ufficiale alle famiglie.

Ancora grazie per il Suo prezioso lavoro, servito a far luce su tristi vicende.

Tratto dal «Giornale di Vicenza» del 18 settembre 2013- Articolo di Ivano Tolettini – «Le bugie del Ministero della Difesa»

Piovene. Reazioni alla risposta all’interrogazione parlamentare dell’On. Sbrollini sulla dignità della sepoltura in Polonia di 266 caduti in campo di concentramento. Famigliari delle vittime replicano al capo del dicastero spiegando che non sono mai stati informati su dove fossero sepolti i loro cari.

 

«L’informazione alle famiglie dei morti deportati nei campi di concentramento nazisti? Per me che seguo le vicende da quasi vent’anni, sta diventando una barzelletta».

Il veronese Roberto Zamboni, fra i maggiori esperti di campi di prigionia in Germania con un patrimonio storico dettagliatissimo, è lapidario. Il suo sito «Dimenticati di Stato» è lì a ricordare il «comportamento assurdo dello Stato italiano». Così la risposta fornita dal Ministro della Difesa, Mario Mauro, alla deputata vicentina Daniela Sbrollini che lo ha interrogato sulla vicenda del maresciallo dei carabinieri Antonio Staffoni, morto nel 1944 nel campo di concentramento di Stargard e i cui resti sono inumati nel cimitero di Bielany alla periferia di Varsavia, riproduce quelle «bugie di Stato» che in tanti sottolineano. Come quando il ministro scrive che «si evince che le famiglie furono informate», anche se Oscar Staffoni, 75 anni, di Schio, figlio del maresciallo Staffoni, gli replica che «è destituita di qualsivoglia fondamento l’affermazione e il luogo della sepoltura non è dignitoso». Il caso Staffoni è il dramma di migliaia di deportati nei campi tedeschi dopo l’8 settembre 1943, perché rifiutandosi di passare con Salò molti decretarono la propria morte. Come appunto l’ex comandante della stazione dei carabinieri di Piovene, che sposò Maria Panozzo.

«Per più di sessant’anni abbiamo creduto che papà fosse sepolto in Pomerania, dove più volte ci recammo, – afferma il figlio – fino al novembre 2010 quando navigando in internet ho scoperto che la salma di mio padre era a Bielany addirittura dal 1958».

Nei mesi scorsi Staffoni si è recato a Varsavia per pregare sulla tomba del papà ed ha avuto l’amara sorpresa di scoprire che il genitore, assieme a 266 italiani, è sepolto in un loculo infestato dai topi coperto da un tombino. Di qui l’interrogazione dell’on. Sbrollini e la risposta del ministro, giunta in questi giorni, che spiega che le condizioni in cui sono seppelliti i 2283 morti della Prima e Seconda Guerra mondiali sono consone. Circostanze queste che sono smentite da chi ha visto coi propri occhi quella parte di ossario. Il ministro, in base alla documentazione che gli è stata preparata dalla struttura burocratica di Onorcaduti, ribadisce che «le famiglie furono informate, ovviamente con i mezzi di divulgazione all’epoca disponibili, consentendo loro di scegliere la definitiva collocazione del proprio congiunto».

«Non avrei mai voluto entrare in questo genere di polemiche perché mio padre ha dato la vita per essere fedele al giuramento di fedeltà alle istituzioni – osserva Staffoni -, ma ci sono tirato per i capelli perché di fronte ad affermazioni, seppur autorevoli, che però non sono vere, si rimane esterrefatti e rischiamo di passare per quello che non siamo.

La verità è che mai nessuno ha informato mia madre, mio fratello e me, né i parenti bresciani, che i poveri resti di papà fossero stati traslati a Varsavia.

Nella risposta all’interrogazione ci sono quelle che purtroppo sono bugie. Mi rendo conto che il ministro ha firmato ciò gli è stato preparato, ma non corrisponde al vero».

staffoni antonio docVerbale di esumazione e di riconoscimento del Maresciallo Maggiore Staffoni Antonio (parte 1)
staffoni antonio doc 2Verbale di esumazione e di riconoscimento del Maresciallo Maggiore Staffoni Antonio (parte 2)
staffoni antonio articoloArticolo del «Giornale di Vicenza» del 16 maggio 2013
staffoni antonio tombaAccesso ad uno dei due ossari in trincea di Bielany
staffoni antonio tomba 2Accesso alle tombe degli ossari in trincea di Bielany

staffoni antonio tomba 3

 

Storie – Deleo Tabanelli

TABANELLI Deleo, nato il 6 ottobre 1920 a Faenza (Ravenna) 1a, 10 – Soldato – Matricola 7923 – Effettivo al magazzino viveri Art. Barravecchia – Prigioniero dei tedeschi 2b – Deceduto a Dortmund il 23 giugno 1944 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Francoforte sul Meno (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro E – fila 9 – tomba 16 1a. Fonti: 1a,1b, 2b,10 – Marinella Lotti (nipote).

deleo tabanelliDeleo Tabanelli

Il Resto del Carlino del 20 novembre 2012

Marinella Lotti è arrivata fino a Francoforte per trovare la tomba di uno zio mai conosciuto.

Si chiamava Deleo Tabanelli, nato a Faenza nel 1920, soldato di leva allo scoppio della seconda Guerra mondiale, fu inviato a Zara, sul fronte jugoslavo.

Ritornò a Faenza, per l’ultima volta, nel 1942, in licenza. Poi, dopo l’8 settembre, di lui si persero le tracce.

Il 15 giugno 1946, il Distretto militare di Ravenna comunicò alla famiglia che il soldato Tabanelli risultava «Disperso in Germania».

L’ufficio anagrafe di Faenza registrò il decesso avvenuto a Dortmund, in data 23 gennaio 1944. Le uniche informazioni arrivarono a fine guerra dai racconti di alcuni commilitoni;

raccontarono che erano stati fatti prigionieri dai Tedeschi a Spalato (ex-Jugoslavia) e deportati a Dortmund e lì, effettivamente, Deleo era deceduto per «malattia». Una comunicazione del 1947, inviata dallo Schedario mondiale dei dispersi, comunicò che «il giovane soldato riposa nel cimitero di Dortmund sotto una piccola croce».

Gli anni successivi trascorsero nel dolore e nel ricordo di quel figlio e fratello, ma nessuno era materialmente in grado di affrontare un viaggio così lontano.

Negli anni ’60, uno dei fratelli recatosi in Germania per lavoro, visitò il cimitero di Dortmund, ma senza esito: la tomba non fu trovata.

«Mia madre – racconta la nipote – unica sorella, attraverso associazioni e ripetute lettere al Ministero della Difesa si impegnò in tutti i modi per avere notizie certe; se n’è andata dieci anni fa senza avere una risposta.

Non è mai stata comunicata alla famiglia la traslazione della salma da Dortmund a Francoforte.

Poi, casualmente, incontro Roberto Zamboni, un ricercatore veronese che da anni raccoglie e diffonde attraverso il suo sito i nomi di quelli che lui definisce giustamente «Dimenticati di Stato», i Caduti della Seconda Guerra mondiale, le cui salme non sono mai state rimpatriate.

È bastato uno scambio di poche mail per scoprire la collocazione della tomba di mio zio: non a Dortmund, ma a Francoforte, in un cimitero che accoglie 4.788 italiani.

Roberto mi ha fornito tutte le indicazioni necessarie, ho contattato il consolato italiano che lo gestisce e, con mio figlio Nicola, sono partita per visitare, finalmente, la tomba di mio zio, convinta che al mio ritorno avrei subito avviato le pratiche per il rimpatrio.

Quando a Francoforte sono entrata in quel cimitero così composto e sereno, ho capito che il posto di mio zio è lì, con le migliaia di fratelli accomunati dallo stesso destino e che, come dice Roberto, il nostro Paese ha dimenticato.

tabanelli deleo francoforte - CopiaMarinella Lotti con il figlio sulla tomba del loro congiunto
OLYMPUS DIGITAL CAMERATomba nel cimitero di Francoforte

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Storie – Teodolindo Tagliaferri

TAGLIAFERRI Teodolindo, nato il 24 gennaio 1922 a Pagnona (Lecco) 1a, 10 – Deceduto il 24 dicembre 1943 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Francoforte sul Meno (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro B – fila 11 – tomba 5 1b. Fonti: 1a, 1b, 10 – Linda Tagliaferri (nipote) – Cristiano Tagliaferri (ricercatore locale).

 tagliaferri teodolindoSoldato Teodolindo Tagliaferri

Ricostruzione di Linda Tagliaferri

 

Zio Lindo, al secolo Teodolindo Tagliaferri, era nato il 24 gennaio del 1922, figlio di umili lavoratori e contadini, nonché unico figlio maschio di una numerosa famiglia.

Prestò servizio militare in qualità di fante alpino e quando partì per la guerra, fu mandato in Abruzzo dalle parti de L’Aquila.

Non siamo mai venuti a conoscenza di quali gravi mancanze si sia macchiato, per far si che fosse infine deportato in Germania, ma è logico pensare, che dopo l’otto settembre 1943, come tanti altri si sia trovato allo sbando e in quella situazione di incertezza generale, non abbia voluto aderire alla repubblichina di Salò.

Quindi, come da prassi di quel periodo, si sa solo che venne arrestato e deportato in qualità di renitente, ed affiliato a quei gruppi così detti IMI, che venivano impiegati al lavoro coatto nelle industrie Germaniche. Sta di fatto che da quei luoghi non tornò mai più e dopo alcune iniziali, brevi e frammentarie notizie se ne persero definitivamente le tracce.

Giunse la fine della guerra e con essa, cominciarono i rientri di tutti i superstiti dal fronte e dai campi di concentramento, ma dello zio non v’erano ancora notizie, e già da tempo, non scriveva più a casa. In quei primi mesi del 1945, arrivò finalmente un primo ed inatteso indizio che suscitò scalpore nella famiglia; una delle sorelle, che in quel periodo lavorava a servizio presso un albergo del vicino comune di Premana, conobbe un commerciante di bestiame di Colico, il quale, saputo il cognome di lei, Tagliaferri, le confidò di aver conosciuto un tale Teodolindo durante la sua prigionia in Germania. La sorpresa fu grande e molto emozionante ma purtroppo, il commerciante non aveva per lei buone notizie: lo zio era caduto. Quella prima ed unica testimonianza verbale fece piena luce sui trascorsi dello zio durante la prigionia; molte domande trovarono risposta e si seppe anche in che modo lo zio morì.

Quel gentile signore di Colico, dal cui volto emaciato trasparivano ancora i patimenti subiti in prigionia, raccontò che lui stesso era stato prigioniero nello stesso lager e che assistette all’incidente, durante il quale purtroppo, zio Lindo perse la vita.

Morì il 22 dicembre 1943 durante un trasporto al luogo di lavoro a cui lui e i suoi compagni di prigionia erano destinati. Il mezzo su cui viaggiavano sobbalzò a causa di un’asperità della strada e lo zio, che come molti altri stava seduto sul bordo del cassone, cadde fuori rimanendo irrimediabilmente schiacciato dalle ruote del rimorchio. Fu immediatamente soccorso ma per lui non c’era più niente da fare e così, venne sepolto nel cimitero di un paese vicino, del quale però, il testimone non ricordava il nome.

Anche se molto triste la notizia era alquanto interessante ed ora la famiglia sapeva dove avrebbe potuto meglio indirizzare le proprie ricerche, ma le molteplici difficoltà di quel periodo, impedirono loro di rintracciarlo, portando così ancora più sconforto nei genitori e nelle numerose sorelle, i quali, invano lo avevano atteso per molti mesi, ed innanzi alla triste verità che li aveva investiti, non chiedevano altro che una tomba su cui rassegnarsi e piangere il proprio congiunto; ma in ogni caso non disperavano e certi del fatto che un giorno lo avrebbero ritrovato, non si diedero per vinti e negli anni, per quanto fu loro possibile, continuarono le ricerche.

Però, col passare del tempo, molte cose cambiarono. Per cominciare vennero istituite nuove leggi che permettevano il rimpatrio delle salme di guerra e come in gran parte d’Europa, anche in Italia, si cominciarono a rimpatriare le spoglie di quei Caduti al fronte che avevano avuto una degna e testimoniata sepoltura.

Ciò avvenne anche per un altro zio, che era caduto sul fronte albanese nel 1941 e le cui spoglie vennero rimpatriate nei primi anni sessanta, e quindi ora, era logico e doveroso ritrovare anche lo zio Lindo.

Nel frattempo vennero istituiti anche i vari cimiteri militari d’onore e ciò avrebbe dovuto semplificare le ricerche a quei parenti, che come noi, cercavano i loro congiunti smarriti. Si sondarono così tutti quei luoghi nella zona indicata dal testimone, dove furono inumati i Caduti di quella specifica zona, ma di lui ancora non c’erano tracce: com’era possibile? Eppure la testimonianza era attendibile! Ma dove poteva trovarsi allora, se non era stato traslato in uno di quei luoghi?

Nel tempo, dopo vari insuccessi, vennero considerate anche altre molteplici ipotesi sulla presunta fine, ma nessuna di esse ebbe riscontri positivi e nel corso degli anni, lentamente, la famiglia abbandonò la speranza di un ritrovamento e tutti, compresi noi nipoti che nel frattempo eravamo entrati in gioco, ci rassegnammo all’evidenza.

Il tempo è tiranno e le persone non sono eterne. Gli ormai anziani genitori morirono e le sorelle di zio Lindo, nonché nostre madri, invecchiavano anch’esse. Però il ricordo di lui non venne mai meno e così, anche noi nipoti, con la stessa caparbietà tenevamo vivo l’amore per quello zio mai conosciuto e in cuor nostro, speravamo pur sempre di ritrovarne un giorno almeno le tracce. E così fu! Quel giorno arrivò come un fulmine a ciel sereno e le nostre speranze divennero realtà».

Il destino beffardo volle, che a pochi mesi dalla morte dell’ultima sorella di zio Lindo, venne da noi un ricercatore storico interessato agli avvenimenti bellici avvenuti nella nostra zona. Ci disse che gli era stato affidato l’incarico di raccogliere notizie sui deportati e sui Caduti, le quali poi, sarebbero servite a costituire un importante volume, nel quale avrebbero catalogato tutte quelle vicende che interessarono la Valsassina nel periodo della seconda guerra mondiale.

Così anche noi venimmo intervistati al fine di raccogliere le notizie sullo zio Lindo, ma ciò che ne emerse fu incredibile.

Dalle notizie che quest’uomo aveva già in mano, risultava che lo zio venne inumato nel cimitero di un paese chiamato Heilbronn e sulle prime, reduci delle infruttifere ricerche degli scorsi anni, rimanemmo smarriti e un poco scettici; non poteva essere possibile, che dopo tutti quegli anni, saltasse fuori proprio adesso. Ed inoltre ci veniva chiesto di confermare o meno, la veridicità di queste notizie che per noi erano praticamente sconosciute! Innanzi al nostro smarrimento, allo storico fu subito chiaro che le notizie in suo possesso non erano complete ed abbisognavano di ulteriori verifiche e così, si congedò con la promessa che avrebbe quanto prima approfondito l’argomento. Si ripresentò dopo qualche giorno, e come promesso, recava con se l’esito di una brillante ed indubitabile ricerca. Memore di altre recenti esperienze, si era rivolto ad un suo collega che da anni si occupava di catalogare i nominativi dei dispersi sepolti nei cimiteri italiani d’onore sparsi in tutta l’Europa e il responso che ci presentò era inequivocabile.

Lo zio Lindo venne inumato in prima istanza nel cimitero comunale di Heilbronn e successivamente, grazie alle operazioni di recupero che vennero effettuate nel corso degli anni, venne anch’egli traslato in un Cimitero Italiano D’onore. Ma questo non si trovava nella zona dove noi ci affannavamo a rivolgere le nostre ricerche, ma bensì in quella di Francoforte.

Proprio in quello stesso periodo, il nostro storico, stava partendo per una vacanza che lo avrebbe portato a passare da quei luoghi e si prese carico di fare una deviazione per verificare la presenza dello zio presso quel cimitero, e quando tornò, ogni dubbio era finalmente svanito!

Ci mostrò le foto che aveva scattato al cippo commemorativo dello zio e a tutto il cimitero e ne rimanemmo affascinati!

Era l’agosto del 2010. Dopo quasi settant’anni, tra ricerche e batticuori, lo zio Lindo riappariva finalmente a noi!

Lo siamo andati a trovare nella primavera del 2011 e il vedere il suo nome scritto sul quel cippo, fra centinaia di altri e immerso nel verde di quell’immenso giardino, ci ha colmati di gioia. Ben trovato caro zio!

Peccato per le tue sorelle che ti hanno raggiunto prima in cielo che in terra; se avessero saputo prima dov’eri nascosto, sarebbero sicuramente venute a trovarti! Magari anche a piedi, ma siamo sicuri che per te, sarebbero venute fin lì!

Storie – Guido Toccafondi

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TOCCAFONDI Guido di Pietro, nato l’8 agosto 1920 a Cantagallo (Prato)1a, 10 – Sergente del 128° Reggimento di Fanteria / 2a Compagnia / 3° Battaglione – Divisione Firenze – Posta Militare 68 (Jugoslavia) – Fatto prigioniero dopo l’8 settembre 1943 ed internato in Germania 2b – Deceduto il 31 dicembre 1943 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro 2 – fila K – tomba 30 1b. Fonti: 1a, 1b, 2b, 10 – Lorenzo Carlan (nipote).

Tratto da «La Nazione» del 30 ottobre 2011 – Articolo di Silvia Bini

Per tutta la vita ho sentito parlare dello zio Guido. Le gesta e i ricordi dello zio, scomparso a soli 23 anni durante la seconda guerra mondiale, lo hanno accompagnato per tutta l’infanzia e l’adolescenza. La mamma Alice ha sempre avuto nel cuore il rammarico di non poter aver dato una sepoltura adeguata all’unico fratello maschio.Dopo 68 anni, quando ormai non c’erano più speranze, le spoglie di Guido Toccafondi sono finalmente tornate all’affetto della sua famiglia.

Con gli occhi lucidi e una grande felicità, Lorenzo Guido Carlan, racconta come è riuscito, grazie anche all’aiuto dei suoi cugini, prima a ritrovare il corpo dello zio sepolto in Germania e poi a farlo rimpatriare.

Una grande foto di Guido Toccafondi, sotto a un mazzo di fiori bianchi con accanto le lettere ormai ingiallite, inviate dal giovane alla famiglia mentre era in guerra. È stata una processione continua di parenti e conoscenti che con grande commozione venerdì sera hanno fatto la spola nella casa della famiglia Carlan.

«È stata una storia travagliata, quello che ci ha dato forza è che non abbiamo mai smesso di credere che prima o poi saremmo riusciti a ritrovare le spoglie dello zio – racconta con un misto tra commozione e contentezza, il nipote Lorenzo Carlan – mia mamma Alice mi parlava sempre di lui. Sono cresciuto ascoltando le sue gesta, la sua storia. Erano molto legati. Per tutta la vita ha sempre sperato di poter ritrovare suo fratello. Mia mamma spesso prendeva le foto e le lettere inviate dallo zio: ricordo che le guardava e ogni volta, anche dopo trent’anni, si commuoveva pensando a lui.

Guido Toccafondi, appartenente al 128esimo battaglione fanteria, negli anni ’40 fu richiamato alle armi e destinato in Albania: «Si era appena sposato e così molte persone gli consigliarono di darsi disertore, ma lui era troppo onesto.

Partì dicendo a mia mamma che si sarebbero rivisti presto. Ma così non fu – racconta il nipote – Ricordo che fu un grandissimo dolore quando la Croce Rossa comunicò la morte di mio zio avvenuta il 31 dicembre del 1943».

Dopo l’armistizio del settembre ’43 nel quale l’Italia cessò le ostilità contro le forze alleate, i tedeschi iniziarono a deportare i militari italiani nei campi di lavoro: Toccafondi, durante il viaggio si buttò dal camion tedesco, ma nella caduta rimase seriamente ferito. Soccorso dai volontari della Croce Rossa fu portato in un ospedale della provincia di Hannover, dove purtroppo morì poco tempo dopo per una setticemia.

«Per anni abbiamo provato a cercare il corpo, la Croce Rossa comunicò alla famiglia che aveva dato un funerale religioso alla salma di mio zio e che era stato sepolto in un cimitero vicino l’ospedale – continua Carlan – Mio cugino Piero Cocchi, è stato anche in Germania, ma non abbiamo mai trovato la tomba.

Un giorno, sfogliando per caso un giornale, un mio parente, Carlo Chiaramonti, ha letto con grande stupore il nome dello zio con indicata la tomba e il cimitero. È stato un fulmine a ciel sereno. Ci siamo subito messi in contatto con questo appassionato di storia, Roberto Zamboni, che aveva raccolto informazioni». Dallo scorso maggio è iniziato un tam tam di telefonate con l’ambasciata italiana in Germania e con il Ministero della Difesa: «Non è stato facile, ma ci siamo riusciti. È stata una gioia incontenibile quando venerdì è arrivato il treno che riportava a casa mio zio». Ad accoglierlo c’era tutta la famiglia: adesso il corpo di Toccafondi dopo 68 anni, riposa al cimitero di Chiesanuova dove è stato tumulato ieri mattina nell’ala riservata ai Caduti della seconda guerra mondiale.

«L’unico rammarico – conclude Carlan – riguarda mia mamma Alice che per tutta la vita ha atteso il ritorno dell’unico fratello. Purtroppo è scomparsa un anno fa, ma abbiamo fatto tutto questo anche per lei, ne sarebbe stata felice».

sergente guido toccafondiSergente Guido Toccafondi
TOCCAFONDI GUIDO RIMPATRIO 300 dpiRientro a Prato dei resti di Guido Toccafondi

 

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Storie – Luigi Venegoni

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VENEGONI Luigi, nato il 18 maggio 1921 a Ossona (Milano) 1a, 10Deceduto a Kassel (Assia) il 31 marzo 1945 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Francoforte sul Meno (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro D – fila 3 – tomba 1 1b. Fonti: 1a, 1b, 10 – Carlo Venegoni (fratello) – Enrico Venegoni (nipote).

Tratto da «Settegiorni» – Articolo del 30 ottobre 2009 firmato da Cristina Garavaglia.

Ossona [gen]. Dopo oltre sessant’anni dalla morte di Luigi Venegoni, i suoi resti sono stati rimpatriati. Ora riposano nel cimitero comunale di Ossona ma tra i famigliari resta vivo il ricordo della morte dell’allora giovane ossonese per mano dei nazisti.

Nato ad Ossona il 18 maggio 1921, Luigi dovette lasciare il suo lavoro di meccanico per svolgere il servizio di leva.

Nel 1942, ai tempi della Seconda Guerra mondiale, fu spedito nella città dell’Aquila per poi essere trasferito a Giannina, in Grecia, al confine con l’Albania.

La sua storia si intrecciò con quella di migliaia di altri italiani chiamati a combattere, a sparare, a morire.

Arriva l’8 settembre del 1943, data dell’armistizio con gli americani.

Dove si trovava Luigi arrivò tuttavia la Gestapo e con lei la scelta: o arruolarsi nelle fila nazifasciste o essere trasferito in campi di lavoro in qualità di prigioniero.

Luigi Venegoni scelse di non tradire i suoi ideali, il suo paese, e venne così trasferito in Renania, la regione tedesca che si estende su entrambe le rive del fiume Reno.

Le lettere inviate alla famiglia diventarono col tempo sempre più sporadiche. Lì c’era solo lavoro, freddo e fame. La stessa fame che aveva portato Luigi, assieme ai compagni di sventura e a dei civili, a mangiare delle mele lasciate incustodite su un binario morto a Kassel (Germania) durante uno dei tanti spostamenti dei prigionieri. Questa debolezza gli fu fatale.

Accortisi di quanto avevano fatto i militari prigionieri, i nazisti li rinchiusero in convogli bestiame e lì rimasero imprigionati per ore, fino a quando furono fatti scendere e fucilati al bordo di una grossa buca formata in seguito ai bombardamenti alleati.

Fu così che il 31 marzo 1945, a soli 24 anni, Luigi morì appena prima di poter assistere alla liberazione da parte degli americani. E furono proprio questi ultimi a giungere sul posto dell’eccidio dopo l’esecuzione, a dissotterrare i corpi e a dare loro degna sepoltura nel cimitero del luogo.

Le spoglie dei militari uccisi vennero trasferite nel 1952 al cimitero di guerra di Francoforte.

«Ufficialmente abbiamo saputo della sua morte circa otto mesi dopo la fucilazione vera e propria. Ci arrivò la comunicazione dal Ministero della Difesa – racconta il fratello Carlo, che vive ad Ossona – In cuor nostro però lo sapevamo. Luigi non scriveva più lettere e chi riusciva a tornare dalla Germania raccontava delle esecuzioni di militari italiani che sono state fatte nelle città in cui lui era prigioniero».

Ora, a distanza di oltre mezzo secolo, Luigi Venegoni ha potuto essere deposto accanto ai suoi cari defunti. Alla cerimonia del trasferimento dei resti del militare, avvenuta martedì 27 ottobre, erano presenti oltre ai famigliari anche il sindaco Luigi Dell’Acqua».

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Storie – Santi Viviani

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VIVIANI Santi, nato il 30 aprile 1906 ad Arezzo 1a, 10 – Fante – Internato nello Stalag VII B – Matricola 8750 – Deceduto a Moosburg (Baviera) il 5 novembre 1944 – Causa della morte: tubercolosi – Inumato in prima sepoltura nel cimitero di Thonstetten (Baviera) – Posizione tombale: tomba 13 2b. Esumato e traslato nel Cimitero militare italiano d’onore di Monaco di Baviera (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro 5 – fila 9 – tomba 47 1b. Fonti: 1a, 1b, 2b, 10 – Santino Gallorini (nipote).

viviani santi in libiaSanti Viviani in Libia

Santi Viviani, di Domenico e Antonia Dragoni, era nato il 30 aprile 1906 ad Arezzo. Era un piccolissimo coltivatore diretto.

Nel 1927 aveva prestato servizio militare presso il 66° Reggimento fanteria. Il 24 maggio 1940 viene richiamato alle armi e si presenta presso il Distretto Militare di Arezzo. Viene inserito nel 224° Reggimento Territoriale Mobile e il 3 giugno viene imbarcato a Napoli per Tripoli, dove arriva il 6 giugno 1940. Viene spedito in «territorio dichiarato in stato di guerra» l’11 giugno. Il 6 dicembre 1940 viene ricoverato all’Ospedale Militare di Derna ed il 14 dicembre viene trasferito all’Ospedale di Bengasi. Mia nonna mi diceva che era stato colpito da una pleurite. Il 18 dicembre fu imbarcato nella nave ospedale «Arno» e partì per Napoli dove arrivò il 21 dicembre e fu ricoverato al locale Ospedale Militare.

Il 28 dicembre 1940 fu inviato in licenza di convalescenza per 90 giorni, «per malattia dipendente da cause di servizio». Il 28 marzo 1941 ottenne altri 30 giorni di convalescenza.

Il 29 aprile fu dichiarato «idoneo al servizio militare incondizionato». Lo stesso giorno viene «ricollocato in congedo illimitato».

Il 20 luglio 1943 viene richiamato alle armi ed assegnato all’84° Reggimento Fanteria Venezia , 669ª Compagnia Lavoratori. Sede della compagnia la caserma di Firenze, Deposito dell’84°, lungo Via Tripoli (ex De Laugher). L’11 settembre 1943 reparti tedeschi accerchiano la caserma, molti giovani soldati si gettano dalle mura, ma mio nonno che aveva 38 anni, non se la sente oppure crede che i tedeschi non gli faranno granché. Fatto è che fu preso assieme a tutti gli altri che rimasero in caserma, portato alla stazione di Campo Marte ed inviato con un treno allo Stalag VII B (8750) di Memmingen.

Il 29 settembre 1944 fu inviato allo Stalag VII A di Moosburg sull’Isar.

Le cattive condizioni climatiche, la fatica del lavoro coatto e la pessima alimentazione, fecero riaffiorare la pleurite, che probabilmente mal curata, si trasformò in tubercolosi. Secondo la testimonianza di un suo compagno di prigionia, B. N. di Trequanda (SI) – rilasciata ai locali carabinieri il 25 febbraio 1947 – fin dal marzo 1944, mio nonno fu ricoverato all’ospedale italiano del campo VII A, ma il 5 novembre 1944, alle ore 5.45, morì. Il referto medico – inviatomi dalla Deutsche Dieststelle di Berlino – parla di «herz – und Kreislaufschwäche infolge Lungen TBC» (cuore – e insufficienza circolatoria a causa della tubercolosi polmonare). Fu sepolto nel cimitero del campo: Friedhof in Oberreit, nella parte riservata agli italiani, riga 2, tomba n. 856 (Reihe 2, Grab Nr. 856). Negli anni seguenti fu traslato nel Cimitero militare italiano d’onore di Monaco di Baviera. Lasciò la moglie Elisa e due bambini: Maria del 1931 e Domenico del 1936.

Storie – Adelio Severin

SEVERIN Adelio di Luigi, nato il 21 febbraio 1913 a Piombino Dese (Padova) 1a, 10Soldato del 37° Battaglione Divisionale / 1a Compagnia – Posta Militare 37 / Grecia – Prigioniero dei tedeschi – Matricola 52400 – Deceduto a Friedrichshafen (Baden Württemberg) il 20 luglio 1944 alle ore 11.30 – Causa della morte: ferite multiple da bombardamento – Inumato in prima sepoltura nella stessa località il 25 luglio 1944 2b – Esumato e traslato nel Cimitero militare italiano d’onore di Monaco di Baviera (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro 5 – fila 1 – tomba 69 1b. Fonti: 1a, 1b, 2b, 10 – Guerrino Severin (figlio) e Marzia Severin (nipote).

Tratto dal periodico «La Piazza» – Illasi (Verona), aprile 2012 – Articolo di Marzia Severin

Nessuno mai vorrebbe vedere il giorno in cui perde i familiari nella tragicità della guerra.

Ma le guerre anche qui in Europa ci sono state, e non c’è famiglia che non abbia pianto la perdita di un fratello, un marito, un familiare.

Non bastano decine di anni a dimenticare.

Anche se molto tempo sembra essere passato dall’ultima guerra, e chi è nato in quegli anni è ormai più che adulto.

Succede così che un bambino nato nel 1943, e che non ha mai visto il suo papà (che assistette solo al suo battesimo e che non tornò mai più, caduto e disperso in guerra), lo ritrova dopo una vita intera di infruttuose ricerche.

Il figlio ritrova il padre con quel formidabile strumento che è Internet, quando ormai erano state battute inutilmente le strade di ricerca tradizionale ed istituzionale.

Quello che non hanno potuto far sapere il Comune, i Ministeri, gli altri enti preposti, ha potuto fare l’impegno di un appassionato con il suo particolare sito: «Dimenticati di Stato» di Roberto Zamboni, di Montorio Veronese, che, con un progetto personale a dir poco encomiabile, sta consentendo a moltissime persone di ritrovare i familiari caduti in guerra, di cui non erano rimaste tracce.

Ed è così che il 1° gennaio, sul sito, in modo così esatto da riportare le coordinate della fila e del numero della tomba, un figlio, Guerrino Severin di Illasi, ha ritrovato il papà mai incontrato: Severin Adelio di Levada di Padova, classe 1913, morto il 20 luglio 1944 sotto a un bombardamento alleato mentre si trovava prigioniero in Germania e sepolto al Cimitero militare italiano d’onore di Monaco di Baviera.

Quindici giorni dopo è avvenuto «l’incontro» sul posto: un parco di 35 mila metri quadrati adibito a cimitero della città, la macchina che si ferma per … caso (?) proprio davanti all’ingresso giusto, fra tanti.

La neve dura ed il ghiaccio sopra le lapidi a nascondere i nomi, la fila giusta, la lapide giusta.

Eccolo. L’emozione è grande! La tomba è lì da sempre, e la famiglia non lo ha mai saputo.

Ora per lui la ricerca è terminata, c’è un posto dove poter lasciare un fiore in suo ricordo. Sulla lapide il nome annerito dal tempo tornerà a luccicare.

severin adelioPeriodico «La Piazza» dell’aprile 2012

Storie – Giuseppe Scirocco

scirocco 9

SCIROCCO Giuseppe, nato il 31 agosto 1908 a Priverno (Latina) 1a, 10Deceduto il 9 settembre 1944 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Monaco di Baviera (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro 5 – fila 11 – tomba 71 1b . Fonti: 1a, 1b, 10 – Christian Pasquali (nipote) – Figlie del caduto.

Del giorno in cui nostro padre partì non ricordiamo molto in quanto eravamo molto piccole.

Io avevo solo un anno e mia sorella Camilla tre. Ricordiamo però la nostra triste infanzia travagliata dagli avvenimenti della guerra e dalla consapevolezza di non avere un padre accanto disposto a guidarci nelle varie scelte che la vita ci poneva di fronte.

Egli, infatti, comunicava con noi solo attraverso delle lettere che nostra madre, la quale non sapeva né leggere né scrivere, faceva leggere a zia Rosina. Ci raccontava di come passava le giornate, della difficile vita in trincea e di quanto gli mancavano gli affetti familiari, ma anche delle amicizie che aveva stretto durante la guerra (in particolare con due commilitoni di Sezze e di Cori), di come un cappellano militare riuscisse a infondergli coraggio e gli desse la forza di andare avanti nonostante tutto, o di come in Germania avesse imparato a bere birra, a quel tempo difficile da trovare in Italia.

Ma soprattutto ci avvertiva dei suoi spostamenti: prima a Savona, poi in Francia e infine in Germania. La sua vita era molto difficile ma la nostra non era da meno.

Nostra madre era costretta ad andare a lavorare in campagna perché con la sola pensione del governo non riusciva a sostenere le spese di famiglia. Io, invece, ero stata mandata in collegio in quanto ero troppo piccola per lavorare con la mamma come faceva mia sorella. Molto spesso indossavamo dei vestiti usati, di seconda mano perché nonostante i sacrifici che faceva nostra madre non riuscivamo a permetterci nulla in più di ciò che già avevamo. A scuola la situazione non era delle migliori. Quando per Natale o per la festa del papà gli altri bambini facevano dei disegni o scrivevano delle letterine con la maestra, noi venivamo sempre messe in disparte e sapevamo benissimo il perché.

scirocco 6Soldato Giuseppe Scirocco
scirocco 7Giuseppe Scirocco durante la Grande Guerra

Perché noi eravamo le uniche della classe a non avere un papà che ci abbracciasse nei momenti di sconforto, che ci desse il bacio della buonanotte o ci rimboccasse le coperte ogni sera prima di andare a dormire.

Non avevamo un papà a cui far vedere i nostri disegni.

Ricordiamo, inoltre, il giorno in cui nostro padre tornò a casa avendo ricevuto tre giorni di licenza.

Era l’8 dicembre 1942 ed era tornato per la morte di sua madre Antonia Bilancia.

Nonostante la triste notizia della morte della nonna, noi eravamo contentissime perché finalmente potevamo passare un po’ di tempo con nostro padre.

Ma purtroppo il 10 dicembre, il giorno in cui doveva ripartire, arrivò molto presto.

scirocco 10 300 dpiTomasa Picone e il marito Giuseppe Scirocco

Egli era triste. Sapeva che molto probabilmente non sarebbe tornato, non avrebbe più rivisto sua moglie e le sue figlie. Infatti quella fu l’ultima volta che lo vedemmo.

Il periodo in Germania fu nero.

Non ricevevamo molte lettere da nostro padre e la maggior parte delle notizie dal fronte le ricevevamo grazie ai commilitoni di Sezze e di Cori i quali,avendo a disposizione molte più licenze, portavano i panni a lavare da nostra madre.

Ella si impegnò affinché nostro padre tornasse a casa per sempre. Inviò al ministero della difesa di Roma un esonero che avrebbe dovuto far tornare a casa il papà dal momento che aveva due figlie piccole da crescere.

Ma la richiesta non venne accettata dal ministero e nessuno poté aiutare la nostra famiglia per farlo tornare a casa. La situazione della guerra stava gradualmente peggiorando.

Avevamo molta paura e la mamma ci portava a ripararci al «ricovero» ogni volta che sentivamo degli aerei da caccia passare sui nostri cieli.

In questo periodo venne anche bombardata una zona vicino casa nostra.

Quando la guerra era ormai quasi giunta al termine, lo Stato (tramite una lettera) ci informò che nostro padre era disperso;

i due commilitoni ci dissero, invece, che era già morto, che era stato per un periodo di tempo in ospedale dopo che degli aerei bombardarono la zona. Solo dieci anni dopo ci avvertirono della morte certa di nostro padre ma non sapevamo dove fosse sepolto.

Nel 1992 ci dissero che era stato sepolto in Germania, molto più precisamente a Monaco di Baviera, ma che non poteva assolutamente essere spostato da lì perché faceva parte di una zona monumentale.

Nel frattempo il comune di Priverno costruì un monumento ai Caduti della guerra del 15-18 ed inserì anche una targa in onore di nostro padre.

Questo però non ci restituiva di certo il corpo del nostro papà.

Il nostro desiderio era quello di riportare il suo corpo nel cimitero del nostro paese per poter almeno poggiare un fiore sulla sua tomba, ma a quanto pare tutto ciò era impossibile!

Dal momento che, dopo la caduta del muro di Berlino, alcune famiglie del paese riuscirono a riportare i loro Caduti (sepolti a Redipuglia) a casa si riaccese in noi la speranza.

Così dopo molti anni di peripezie per riportare nostro padre a casa, finalmente siamo riusciti ad avere una tomba su cui piangere la perdita prematura del nostro amato papà».

scirocco 1 300 dpiRientro a Priverno (Latina) dei resti di Giuseppe Scirocco
scirocco 2Monumento ai Caduti di Priverno (Latina) – Al centro, la targa in ricordo di Giuseppe Scirocco

Storie – Bruno Schiavotto

schiavotto bruno

SCHIAVOTTO Bruno, nato il 9 ottobre 1912 a Monticello Conte Otto (Vicenza) 1a, 10 – Soldato – Deceduto il 4 maggio 1944 1a, 8 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Berlino / Zehlendorf 1a – Posizione tombale: riquadro 3 – fila 15 – numero 1 – tomba 941 8. Fonti: 1a, 8, 10 – Antonia Schiavotto (figlia).

Egregio Signor Roberto Zamboni, mi chiamo Antonia Schiavotto e sono figlia del soldato Schiavotto Bruno, deceduto in campo di concentramento in Germania.

Ho settant’anni ed ho voluto imparare a scrivere le mail principalmente per poterLe esprimere i miei sentimenti di gratitudine, di stima e di affetto per quello che ha fatto e sta facendo per questi nostri caduti.

Non può immaginare l’emozione che ho provato, dopo tanti anni, nel poter vedere e sapere dove riposa mio padre.

Avevo 2 anni quando è mancato il mio papà, però posso raccontare tutto. Mia mamma, che è ancora in vita, allora aveva 24 anni, non si è più risposata e ne parla sempre, ogni giorno. La memoria del passato è sempre presente, la mancanza del marito e della vita che avrebbero potuto vivere assieme, la sente ancora di più adesso.

I miei genitori si sono sposati nel 1940, quindi in tempo di guerra, anche per poter beneficiare di un po’ di denaro che Mussolini aveva destinato a coloro che si sposavano. Forse si trattava di 500 Lire (non ne è sicura), ad ogni modo servivano per comperare i mobili della camera da letto! Dopo un po’ mio padre è stato richiamato, fatto prigioniero a Roma e portato in Germania in un campo di concentramento. Lo facevano lavorare a lungo sui binari della ferrovia e pativa la fame, perché nelle lettere chiedeva che gli venissero inviati pacchi viveri. In quelle lettere non poteva scrivere tutta la verità e i patimenti che subiva, perché venivano aperte e lette. Sicuramente i disagi devono essere stati atroci, quindi si ammalò, non fu certo curato e morì a 33 anni, il 4 maggio 1944.

A mia mamma è stato solamente inviato il certificato di morte e nulla più, il 18 maggio dal Maresciallo Maggiore Otello Morelli. L’indirizzo era «Schiavotto Bruno Gefangenennumer 316691 – Lager-Bezeichnung M-Stammlager III D / 395 Deutschland (Allemagne).

schiavotto bruno 2Bruno Schiavotto con la moglie Adelaide (Adele) e la figlia Antonia

Storie – Francesco Sabatino

francesco sabatino

SABATINO Francesco, nato il 14 ottobre 1922 a Rosarno (Reggio Calabria) 1a, 10 – Deceduto l’8 marzo 1945 – Causa della morte: incursione aerea – Inumato in prima sepoltura nel cimitero di Bernburg (Sassonia-Anhlat) 10 – Esumato e traslato nel Cimitero militare italiano d’onore di Berlino 1a – Posizione tombale: riquadro 1 – fila 4 – numero 4 – tomba 58 8 . Fonti: 1a, 8, 10 – Caterina Gioffrè (nipote).

Ricostruzione di Caterina Gioffrè

Fin da quando ero bambina ho sentito parlare dello zio Ciccio mai tornato dalla seconda guerra mondiale.

Ricordo la mia nonna vestita a lutto per tutta la vita, per quel figlio partito a 17 anni e mai più tornato … Ora, dopo tutti questi anni, volendo rendere felici mia madre e i miei zii, ho voluto provare a muovermi in questa che mi sembrava una ricerca folle.

Con mia grande sorpresa mi sono imbattuta in un gentile e sensibile signore di nome Roberto Zamboni e grazie alle sue dritte, ho ritrovato lo zio! Mio zio, da parte di mamma, si chiamava Francesco Sabatino, nato a Rosarno il 14 ottobre 1922, contadino. Partì nel 1940 con il 29° Battaglione Camicie Nere, dicono come volontario, ma non so se all’epoca si potesse scegliere!

Ha combattuto sul fronte greco-albanese, dove conobbe la sua Violetta, una ragazza albanese che portò a Rosarno e sposò.

Dopo pochi giorni di licenza matrimoniale ripartì e non la vide più. Fino al 1941 combatté nei Balcani e dopo l’armistizio fu catturato dai tedeschi ed internato a Bernburg in Germania, lager XI A.

Morì durante la prigionia nel marzo 1945 e venne sepolto nel cimitero militare d’onore a Berlino. Grazie al sito http://www.dimenticatidistato.com ho saputo come muovermi e il 21 giugno 2011 ho richiesto le spoglie.

Il 21 dicembre 2011 lo zio è rientrato in Italia dove riposa con la sua mamma e il suo papà. Il 2 giugno 2012 la Prefettura di Monza mi ha consegnato la Medaglia d’Onore alla sua memoria.

Dall’ex distretto militare di Catanzaro mi è stata inviata una lettera che lo zio aveva spedito alla sua mamma dal lager, mai giunta, dove conforta i genitori rassicurandoli sul suo buon stato di salute e li mette al corrente che lavora, chiede generi alimentari e indumenti e chiude la lettera con parole d’amore per la sua giovane sposa.


sabatino francesco rimpatrio 300 dpi

Storie – Enrico Forzani Bocchio

Forzani Bocchio Enrico 300 dpi

FORZANI BOCCHIO Enrico, nato il 13 ottobre 1910 a Masserano (Biella) 1a, 10Deceduto il 23 aprile 1945 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Monaco di Baviera 1a – Posizione tombale: riquadro 5 – fila 24 – tomba 14 1b. Fonti 1a, 1b, 10 – Carlo Forzani Bocchio (figlio).

 

Tratto da «Il Biellese» del 28 maggio 2010 – Articolo di Davide Rota.

Carlo Forzani Bocchio, 70 anni, ne aveva 4 e mezzo quando suo padre è stato ucciso.

Mai chiarite le dinamiche della morte: Enrico Forzani Bocchio era stato internato nel campo di Stockach, nel distretto di Baden Württemberg e appena due giorni prima della Liberazione, venne ucciso, non si è mai saputo da chi.

Come ha scoperto che suo padre è sepolto al cimitero di Monaco di Baviera?

 

«Leggendo Il Biellese di martedì. Scorrendo la lista dei nomi dei biellesi che avete pubblicato, mi sono detto, «vediamo se c’è qualcuno di Masserano» e ho visto che c’era solo il nome di mio padre.

Ho subito avuto una stretta al cuore …».

Ci può parlare delle origini della sua famiglia?

 

«Mio padre, che a sua volta aveva perso i genitori da piccolo e aveva una sorella minore che si chiamava Santina, lavorava come salumiere alla Macelleria Motta di Brusnengo, mentre mia madre, Iolanda Gennardi, nata a Trapani, dove la sua famiglia era stata sfollata nel Veneto, lo aveva conosciuto a Masserano.

Io venni alla luce nel 1940 a Brusnengo, ma nel 1941, quando mio padre fu richiamato e partì per la guerra, io e mia madre tornammo a Masserano».

Quindi ha saputo di lui solo attraverso i ricordi di chi l’ha conosciuto…

 

«Mia mamma da piccolo mi diceva sempre «vedrai che quando torna, ti porta una bella bicicletta rossa».

Mi parlavano spesso di mio padre anche i suoi amici, tutti morti di vecchiaia da parecchi anni.

Di tutti quelli che erano prigionieri con lui, papà fu l’unico a non tornare a casa».

Sua madre è ancora viva?

 

«Sì, ha 91 anni ed è in una casa di riposo. Comunicarle la notizia del ritrovo della tomba di papà, è una cosa delicata, che vorrei fare solo al momento giusto, magari dopo essermi recato in Germania.

Mia madre è una persona emotiva, devo stare attento a non procurarle uno choc».

In tutti questi anni non ha mai cercato l’esatta locazione, per avere notizie di dove e quando è morto suo padre?

 

«Sì, ho l’atto di morte e pensi che fino a sette anni fa, prima di andare in pensione, lavoravo in Comune a Masserano e sono stato in ragioneria e persino all’ufficio anagrafe e stato civile.

Possiedo l’atto di morte che mi è arrivato dalla Germania, ma c’è solo la data, non il luogo della sepoltura.

Tutto ciò che sapevo su di lui era che essendo salumiere, aveva continuato a svolgere la sua professione anche durante la prigionia.

Era ben voluto e rispettato dagli altri italiani e dai tedeschi.

Possiedo ancora le lettere che spediva a mia madre dalla prigionia. Era ottimista, pensava di tornare presto, ma tutto ciò che mi è arrivato è una carta d’identità macchiata di sangue. Mi raccontarono che l’avevano pugnalato mentre usciva dal campo».

Non immagina chi possa essere stato a ucciderlo?

 

«Sapevo che un suo amico di Brusnengo era emigrato in Francia e durante un periodo di lavoro a Chamonix mi decisi ad andare a trovarlo.

Mi presentai dicendo chi ero e chi era mio padre e lo vidi diventare bianco in volto, ma non mi volle dire nulla.

Poi c’era un signore a Masserano, un tipo sempre attaccato alla bottiglia, morto qualche anno fa e anche lui in Germania con mio padre. Mi diceva sempre: «Ah, non posso parlare, se dicessi tutto quello che so. Gli italiani sono balordi …».

La sua prigionia fu quindi meno pesante e difficile di quella di tanti altri?

 

«Dicevano che avesse tanti soldi. Era del 4° Alpini e inizialmente fu destinato in Francia, poi, quando arrivò l’ordine di Badoglio, i tedeschi lo arrestarono e lo condussero a Stockah. Nel frattempo mia madre, operaia, si adattava a fare altri lavori, persino la mondina nelle risaie. Fu difficile per lei ripartire da zero e tirarmi su da sola, ma con la morte di mio padre perdemmo tutto. Pensi che aveva già comprato il terreno per farsi la casa …».

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Artico de «Il Biellese» del 28 maggio 2010

Cosa farà adesso?

 

«Cercherò subito di mettermi in contatto con il signor Zamboni di Verona, l’autore di quel sito internet sui dispersi e i Caduti di guerra. Il nome di Enrico Forzani Bocchio c’è sia sulla tomba di famiglia al cimitero che sulla Lapide dei Caduti, ma ora penso a recarmi in Germania, dove peraltro, ma forse non casualmente, non ero mai stato, per riportare a casa i resti di papà».

Quali sono i ricordi principali della sua infanzia?

 

«A scuola la maestra mi diceva che nella letterina di Natale dovevo scrivere solo «a mia mamma», anziché «ai miei genitori», poi un giorno un mio amico mi disse, ecco arrivare un Alpino, corsi incontro ad abbracciarlo per poi rendermi conto che non era mio padre. Rimanere orfano così piccolo è una cosa che ti cambia la vita.

Ora, con questa notizia, il cerchio si chiude. È un momento importante (dice commosso ndr). Grazie di cuore a Il Biellese e al signor Zamboni».

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Rientro a Malpensa dei resti di Enrico Forzani Bocchio

Storie – Giuseppe Morotti

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MOROTTI Giuseppe, nato il 12 aprile 1923 a Cenate Sotto (Bergamo) 1a, 10Deceduto a Zgorzelec/Görlitz (Voivodato della Bassa Slesia) il 25 dicembre 1944 1a – Sepolto nel Cimitero militare italiano di Bielany / Varsavia (Polonia) 1a . Fonti: 1a, 10 – Oliva Doria Barcella (nipote).

 

Tratto da «L’Eco di Bergamo» del 28 luglio 2011 – Articolo di Elena Catalfamo.

Dopo 65 anni non pensavano più di poter avere notizie di loro fratello. Dal fronte tedesco non era più tornato, neppure dopo la Liberazione. Per le autorità era catalogato tra i dispersi della seconda guerra mondiale.

Alle sorelle Amalia e Giovanna Morotti, 82 e 85 anni, di Cenate Sotto, son tremati i polsi quando hanno ritrovato il nome di Giovanni Giuseppe nel lungo elenco dei 298 dispersi e deportati bergamaschi pubblicato un anno fa sul nostro giornale (il 22 giugno 2010) grazie al lavoro di ricerca di un artigiano veronese, Roberto Zamboni.

Una ricostruzione minuziosa di nomi di militari e civili catturati dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943 e dei luoghi dove erano poi stati sepolti.

«Non possiamo dimenticare quel giorno in cui abbiamo letto sull’Eco – raccontano alcuni parenti stretti, Irene Morotti e Doria Barcella – il nome del nostro caro.

Aveva vent’anni quando è partito. È andato sul fronte come alpino e non è mai più tornato.

Per lunghi anni nessuna notizia, neppure la possibilità di rimpatriare la salma, e poi ecco finalmente che ce l’hanno restituito. Ci hanno restituito la sua memoria. Ora forse avremo una tomba su cui mettere un fiore»

Tratto da http://www.bergamonews.it del 28 settembre 2013 – Articolo firmato da Paolo Ghisleni

 

Alla base militare del Terzo Reggimento Aves Aquila a Orio al Serio, giovedì 26 settembre, si è svolta la cerimonia di consegna ai familiari dei resti, giunti dal cimitero militare di Amburgo, di 18 militari, 14 dei quali bergamaschi, che hanno perso la vita durante la seconda guerra mondiale.

Nelle cassette di legno avvolte nel Tricolore sono contenuti i resti di: Ismaele Angeloni, di Seriate, Battista Martinelli e Giuseppe Beretta di Romano di Lombardia, Giacomo Offredi di Taleggio, Mario Ripamonti, Luigi e Pietro Medolago di Palazzago, Bonaventura Guerini di Semonte di Vertova, Luigi Magni di Calusco d’Adda, Santo Pezzoli di Leffe e Gaspare Rota nativo di Roncola.

Le salme degli altri tre bergamaschi faranno ritorno in Italia sabato 28 settembre, insieme ad un caduto veneto. Il loro arrivo è atteso all’aeroporto Milano Malpensa alle 10.10: ad accoglierli ci saranno i famigliari, che attendono di ricevere i resti mineralizzati dei propri cari.

I tre bergamaschi sono Giuseppe Morotti e Agostino Bombardieri sono nativi di Cenate Sotto, Luigi Rossi di Casnigo, mentre il quarto defunto, Felice Barbero, di Villata, in provincia di Vicenza.

Giuseppe Morotti è morto, durante la seconda guerra mondiale, all’età di 20 anni. Nato il 13 marzo 1923 a Cenate Sotto, nella frazione di San Rocco, ha abitato nella Cascina Ottavia fino a quando è stato chiamato alle armi come alpino ed è partito il 15 settembre 1943.

Giovanissimo, ha dovuto lasciare il proprio paese e la propria famiglia per combattere sul fronte tedesco nella seconda guerra mondiale. Dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943, venne catturato dai nazisti e internato nel campo di prigionia di Zgorzelec/Goerlitz, collocato sul confine tra Germania e Polonia. Circa un anno dopo l’internamento, il 25 dicembre 1944 morì e venne sepolto nel cimitero militare italiano di Bielany a Varsavia, in Polonia mentre, sei mesi più tardi, arrivò alla famiglia la tragica lettera che comunicava il suo decesso.

Da quel momento, i famigliari non hanno più avuto notizie e non sapevano con precisione dove si trovasse il suo corpo.

A 70 anni di distanza, le sue spoglie fanno ritorno in Italia. Ad attenderlo ci sono le due sorelle attualmente viventi, Giovanna Morotti, di 87 anni, e Amalia Morotti di 84 anni, con 18 nipoti.

Doria Barcella, Elsa Gritti, Irene Morotti e Angelo Morotti, nipoti di Giuseppe Morotti, affermano: «Siamo molto contenti di poter tornare ad avere vicino a noi lo «zio Gianetti» – così lo chiamavano in paese.

È morto giovane e, purtroppo, noi nipoti non lo abbiamo conosciuto di persona, ma le sue sorelle ci hanno parlato spesso di lui.

Essendo trascorso tanto tempo, non speravamo più di riuscire a riportare a casa la sua salma.

Nel 2010, invece, dai giornali, abbiamo appreso la notizia che Roberto Zamboni, un artigiano veronese, era riuscito a rintracciare, tramite internet, i nomi di 298 bergamaschi dispersi e deportati durante la seconda guerra mondiale. Tra di loro c’era anche quello di nostro zio: non possiamo dimenticare come eravamo contenti il giorno in cui abbiamo saputo che l’avevano ritrovato. Abbiamo contattato, così, l’associazione Famiglie Caduti e dispersi per aderire al rimpatrio. Il Ministero della Difesa, infine, ci ha comunicato che sarebbe avvenuto il rientro delle spoglie in Italia.

È una grande gioia: ringraziamo le istituzioni, l’associazione e tutti quanti hanno collaborato per il ritorno del corpo dello zio».

Nelle prossime settimane, a Cenate Sotto verrà organizzata una cerimonia funebre e sarà effettuata la sepoltura nel locale cimitero.

Doria Barcella sottolinea: «Ci hanno restituito la sua memoria, ora lo zio riposerà nel suo paese, insieme ai suoi cari e avremo una tomba su cui poter deporre dei fiori. Potrà riposare in pace, insieme alla sua gente».

morotti giuseppe tombaMausoleo sinistro nel cimitero di Bielany
morotti giuseppe articoloArticolo de «l’Eco di Bergamo» sulle sepolture dei bergamaschi

 

 

 

Storie – Eugenio Morgante

MORGANTE Eugenio, nato il 1° febbraio 1901 a Gemona del Friuli (Udine) 1a, 10 – Brigadiere – Deceduto a Vienna il 3 novembre 1944 1a, 10 – Sepolto nel Cimitero militare italiano di Mauthausen (Alta Austria) 1a – Posizione tombale: fila 4 – tomba 488 3. Fonti: 1a, 3, 10 – Morgante Riccardo (nipote).

 

Ricostruzione di Riccardo Morgante

Dalle informazioni pervenute alla mia famiglia, mio nonno Morgante Eugenio, Brigadiere dei Carabinieri Reali, nato a Gemona del Friuli (UD) il 1° febbraio 1901, è morto il 3 novembre 1944, nella condizione di prigioniero di guerra, coinvolto in un’ esplosione occorsa nella stazione ferroviaria di Vienna mentre viaggiava su di un treno merci.

Dalla deposizione testimoniale ricevuta dall’Albo d’Oro è emerso che mio nonno viaggiava sul treno con probabile destinazione verso qualche campo di prigionia dove sarebbe stato impiegato come lavorante coatto (forse Mauthausen dove è stata poi deposta una croce con il suo nome presso il Cimitero Internazionale di Guerra).

Prima che il treno giungesse alla stazione si verificò il bombardamento e, dei trentadue militari italiani che viaggiavano nello stesso vagone (sicuramente alcuni erano Carabinieri Reali), ventotto persero la vita e quattro rimasero feriti.

Il comando tedesco non diede comunicazione di questo decesso né alla Croce Rossa Internazionale né ai comandi militari in Italia.

Da questo ho dedotto che mio nonno era considerato un IMI (internati militari italiani), condizione che accomunò la maggior parte dei nostri militari e che non consentì nemmeno la certificazione del decesso nell’immediato.

Mia nonna apprese la notizia molto tempo dopo e a fatica riuscì poi ad ottenere la pensione di vedova di guerra e solo grazie alla testimonianza di un compagno di prigionia.

Questa in breve la vicenda che ha visto coinvolto un Carabiniere che restò al suo posto ed in servizio nei turbolenti nostri territori orientali dopo l’8 settembre 1943, in rispetto al giuramento prestato all’Arma e alla Patria, fino alle estreme e fatali conseguenze».

doc morgante

morgante eugenio tombaTomba nel cimitero di Mauthausen

Storie – Adolfo Micarelli

micarelli adolfo

MICARELLI Adolfo, nato il 29 maggio 1924 a l’Aquila 1a, 10 – Deceduto il 7 agosto 1944 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Francoforte sul Meno (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro M – fila 4 – tomba 19 1b. Fonti: 1a, 1b, 10 – Rodolfo Camilli (nipote).

 

Ricostruzione di Rodolfo Camilli

 

Micarelli Adolfo nato a Poggio Santa Maria di l’Aquila il 29 maggio 1924, figlio di Giuseppe e Narducci Concetta è deceduto nello Stalag VI D di Dortmund il 7 agosto 1944 e sepolto il giorno seguente.

Arruolatosi volontario il 6 agosto 1943, giunse al 57° Reggimento Artiglieria l’8 agosto 1943.

Dopo l’8 settembre, fu catturato, inviato presso lo Stalag II B (Hammerstein) ed in seguito trasferito allo M-Stalag VI D di Dortmund, dove morirà per malattia il 7 agosto 1944.

Dopo anni di silenzio da parte dello Stato, è stato ritrovato da suo nipote Rodolfo Camilli il 7 luglio 2010, grazie alla collaborazione di Roberto Zamboni mediante il sito http://www.dimenticatidistato.com.

Le spoglie fanno compagnia agli altri 4000 e oltre compagni di sventura.

La nostra famiglia pertanto non ha chiesto il rientro in Patria del congiunto, perché sarebbe rimasto nell’indifferenza di un grande cimitero.

Lì, nel Cimitero militare italiano d’onore di Francoforte sul Meno (tomba 19 / fila 4 / riquadro M ), insieme agli altri 4000… formano una «forza» non indifferente di monito, e si fanno compagnia…

FRANCOFORTE MICARELLI ADOLFO       CIMG6358Tomba nel Cimitero di Francoforte
med d'on micarelli 1Medaglia d’Onore alla memoria del Soldato Adolfo Micarelli

Storie – Francesco Malagnino

malagnino francesco

MALAGNINO Francesco, nato il 1° settembre 1923 a Manduria (Taranto) 1a, 10Soldato – Deceduto il 27 agosto 1946 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Berlino 1a – Posizione tombale: riquadro 2 – fila 12 – numero 4 – tomba 521 8. Fonti: 1a, 8, 10 – Maria Antonietta Malagnino (nipote).

 

Ricostruzione di Maria Antonietta Malagnino

 

Caro zio, mi hanno chiesto di parlare di te… io non so cosa dire, ti ho conosciuto dai ricordi di nonna e di mio padre, ma non ti ho mai potuto abbracciare.

Quando nonna bella, come la chiamavo io, veniva a casa, parlava sempre di te, diceva che eri il migliore della sua famiglia, lei giudicava i suoi figli dal cuore e tu lo avevi grande.

Eri un contadino appassionato della fisarmonica e quando tornavi la sera stanco dal lavoro portavi in spalle lo zio Palmo detto Mario che era disabile.

Lui solo con te riusciva a mangiare e a sorridere. Poi coccolavi la piccola Immacolata che era sempre ammalata.

Zio… io promisi a nonna bella che ti avrei trovato ed infatti grazie all’aiuto di tanta brava gente quest’anno abbiamo saputo dove sei stato sepolto, sappiamo anche che sei stato catturato a Trento il 9 settembre 1943 e portato nel campo di concentramento M-Stalag III B. Da allora sino alla tua morte non ci sono documenti.

Allora ho cercato di informarmi, capire, e ho scoperto dai documenti spediti dalla Germania che i militari italiani che non si piegarono ad Hitler furono internati nei campi sparsi intorno a Berlino con lo status di prigionieri di guerra (IMI) e dopo diventarono lavoratori civili coatti.

Sei morto a Berlino-Wested in un lazzaretto … zio le nostre mezze verità non sono una pagina di storia perché le alleanze del male non sono state ancora rese pubbliche.

Come sei stato utilizzato in quegli anni prima della tua morte non lo sapremo mai.

Voglio solo ripetere le parole di nonna bella che mi disse quando avevo circa sette anni: «Antonella trova il mio Francesco Gregorio e quando lo troverai digli che noi l’abbiamo sempre amato, digli che io lo penso sempre …».

La notizia della tua scomparsa sconvolse nonno Michele che per il dolore ebbe dopo poco un ictus e rimase in quel letto sino alla sua morte.

Caro zio, ora sei avvolto dall’amore di Dio e della tua famiglia.

A noi rimane l’incombenza di scoprire la verità intera e in quel quadrato bianco del cimitero dove sei stato sepolto nella fredda Berlino, la nonna bella mi ha fatto poggiare per qualche minuto un maglione che lei aveva fatto a mano per te, con una promessa:

«Antonella, quando lo troverai portagli questo maglione, aveva sempre freddo il mio Francesco!».

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Bentornato Alberto

ROSCINI Alberto, nato il 5 settembre 1907 a Perugia – Deceduto a Bensberg (Nord Reno-Westfalia) il 12 aprile 1945 – Causa della morte: cannoneggiamento inglese – Inumato in prima sepoltura nel cimitero locale (fossa comune con altri nove Caduti italiani) – Esumato e traslato nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo (Germania) – Posizione tombale: riquadro 3 – fila Z – tomba 55

 

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Storie – Giovanni Scappini

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SCAPPINI Giovanni, nato il 22 giugno 1922 a Isola della Scala (Verona) 1a, 10Deceduto il 26 febbraio 1945 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro 4 – fila X – tomba 68 1b . Fonti: 1a, 1b, 10 – Giovanni Scappini (nipote) – Stefano Polato.

Ricostruzione di Stefano Polato

Mio zio Giovanni Scappini, nasce a Isola della Scala (Verona) il 22 giugno 1922 da un’umile famiglia povera di contadini fittavola per conto di uno dei signori del tempo.

È il primogenito di 4 fratelli. Va a scuola ma ci rimane solo fino alla IVa elementare, ad aspettarlo infatti c’è la vita nei campi di gran lunga ben più importante per la ristretta economia familiare.

L’infanzia scorre tranquilla tra il lavoro e il «correr dietro alle ragazze». Siamo nel pieno dell’era fascista e anche Giovanni, contro la volontà del padre, partecipa tutti i fine settimana ai sabato fascista per le vie del paese.

Allo scoppiare del secondo conflitto mondiale, Giovanni ha quasi 18 anni. Poco tempo dopo arriva anche per lui la chiamata al servizio militare che egli svolge regolarmente a Bressanone fino all’aprile del 1941 quando può ritornare a casa con congedo illimitato.

Il 17 gennaio 1942, Giovanni per motivi bellici riceve la lettera del Ministero della Guerra che lo obbliga a presentarsi per il richiamo alle armi. In questa occasione saluterà i genitori e i fratelli. Si rivedranno un’ultima volta qualche mese più tardi. Viene assegnato al 231° Reggimento Fanteria «Avellino», inserito nella 11ª Divisione «Brennero», 4ª compagnia. Il 1° agosto 1942, per ordine dei comandi superiori, il 231° Reggimento «Avellino», sale sul treno che da Bressanone lo porterà in Grecia, territorio dichiarato in stato di guerra. Giungerà ad Atene l’11 agosto del 1942 e rimarrà nella penisola balcanica di presidio mobilitato tra Grecia e Albania, con compiti logistici e di perlustrazione fino al settembre del 1943. Alla data dell’8 settembre 1943, il 231° Reggimento Fanteria «Avellino» finì per sciogliersi laddove si trovava lasciando gli uomini al loro destino.

Giovanni in GreciaGiovanni Scappini in Grecia

Difficile sapere cosa sia successo in quei momenti, quello di cui si è certi è che proprio qui in Albania, precisamente a Durazzo, l’11 settembre 1943, Giovanni viene catturato e fatto prigioniero dai soldati dell’esercito tedesco. Rimase lì fino al 25 settembre ’43 quando insieme ai compagni della divisione Brennero venne fatto salire a bordo della nave Arborea e condotto a Venezia. Da lì smistato sulla linea ferroviaria fino a Padova ed infine partito per il viaggio di non ritorno verso i lager tedeschi. Giunse allo Stammlager VI C Bathorn, nord ovest della Germania ai confini con Belgio e Olanda, da lì smistato in altri campi di internamento e lavoro coatto quali Fullen, Krefeld- Fichtenhain, Bocholt ed infine Munster. Classificato come Internato militare italiano non venne mai assistito dalla Croce Rossa e non tutelato dalla Convenzione di Ginevra. Si ammalò per via delle condizioni brutali a cui furono sottoposti tutti quei poveri ragazzi. Oltre al deperimento organico che lo portò a pesare 50 chilogrammi per 1 metro e 85 centimetri, contrasse la malaria, la difterite ed infine la tubercolosi polmonare. Senza cure, morì il 26 febbraio 1945 a Munster, non aveva ancora 23 anni.

Sepolto nel cimitero che sorgeva fuori dal campo, nel ’58 venne traslato nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo senza che la famiglia ne venisse informata.

L’11 agosto 2010, appena saputo del luogo dove era sepolto, ci siamo recati ad Amburgo per portare un fiore e il saluto di chi non lo ha mai dimenticato. Il 2 giugno 2012 gli è stata conferita la Medaglia d’Onore ai cittadini italiani deportati ed internati nei lager nazisti.

Trascrizione della lettera inviata alla famiglia dalla prigionia

 

29 dicembre 1944 – Carissimi di famiglia, io mi trovo in ottima salute e così spero sia di voi. Dunque io è diverso tempo che non ricevo vostre notizie, ma non importa perché, a quanto credo io, il perché che non ricevo sia che ogni tanto si cambia posto, ma il necessario è che riceviate voi. Dunque sebbene ricevete moduli per pacchi non state spedirne. Carissimi, pure questo anno è passato il giorno del Santo Natale è stato un dispiacere perché non abbiamo potuto passarlo in compagnia, ma speriamo l’anno venturo. Carissimi voi non pensate di me che mi trovo bene e quest’anno le feste le abbiamo passate meglio dell’anno scorso e pure il trattamento è molto migliore. Dunque allegri specialmente la mamma. Fatemi sapere dei fratelli che immagino che non saranno a casa. Padre non faticatevi troppo che presto vi verrà l’aiuto. Vi saluto, vostro figlio Giovanni

LETTERA  229 dicembre 1944 – Lettera inviata alla famiglia da Giovanni Scappini
scappini giovanni articoloArticolo apparso su «L’arena» di Verona il 27 gennaio 2011

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scappini 1Lapide nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo

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Stefano Polato con la famiglia Scappini al C.M.I. di Amburgo

 

DSC_0092Il nipote omonimo sulla tomba ad Amburgo

 

Storie – Giovanni Filippi Farmar

filippi farmar giovanni

FILIPPI FARMAR Giovanni, nato il 14 marzo 1915 a Valli del Pasubio (Vicenza) 1a, 10 – Arruolato nel 322° Reggimento Fanteria / 5a Compagnia – Deceduto presso l’Ospedale civile dell’Università di Munster (Germania) il 15 settembre 1944 – Causa della morte: ferite da bombardamento aereo 10 – Sepolto ad Amburgo (Germania) – Cimitero militare italiano d’onore 1a – Posizione tombale: riquadro 3 – fila x – tomba 50 1b. Fonti: 1a, 1b, 10 – Sonia Filippi (nipote).

Ciao Roberto! Volevo farti sapere che, grazie al tuo immenso lavoro, ho scoperto il luogo di sepoltura di mio nonno Giovanni Filippi Farmar, morto in Germania del 1944 e fino ad oggi dato per disperso … per tutti questi anni abbiamo sempre pensato che potesse essere sepolto in qualche fossa comune, o bruciato nei forni crematori … invece ci aspettava in una tomba del cimitero di Amburgo … e adesso dobbiamo solo lavorare per riportarlo a casa. Grazie infinite da tutta la famiglia, e un augurio perché moltissime altre famiglie possano ritrovare i loro cari che pensano persi per sempre. Sonia Filippi

filippi farmar giovanni amburgoLa figlia Giovanna per la prima volta sulla tomba del papà
filippi farmar giovanni amburgo tombaTomba nel C.M.I. di Amburgo
filippi farmar giovanni amburgo tomba 2Sonia Filippi con il papà e la mamma sulla tomba del nonno

Storie – Giovanni D’Intino

d'intino giovanni

D’INTINO Giovanni, nato il 24 settembre 1914 a Bomba (Chieti) 1a, 10Soldato del 9° Reggimento Alpini / Battaglione Bassano – Matricola 30640 – Fatto prigioniero in Albania dopo l’8 settembre 1943 – Deceduto a Landau an der Pfalz il 13 febbraio 1945 – Inumato in prima sepoltura nel cimitero locale 10 – Esumato e traslato nel Cimitero militare italiano d’onore di Francoforte sul Meno (Germania) 1a. Posizione tombale: riquadro G – fila 8 – tomba 13 1b. Fonti: 1a, 1b, 10 – Gabriele D’Intino (nipote).

 

Ricostruzione di Gabriele D’Intino

Giovanni D’Intino nacque a Bomba (Chieti) il 24 settembre 1914.

I suoi genitori Antonio e Agata Gianfarra, entrambi di estrazione contadina, vivevano a Vallecupa, una contrada che dista circa tre chilometri dal centro capoluogo.

Terminato presto gli studi, sin dall’età di quattordici anni iniziò la sua carriera lavorativa, come operaio, presso il locale cementificio.

Soldato di leva nel Distretto Militare di Chieti nell’anno 1934. Dopo il servizio di leva sposò Teresa Vitullo, anch’ella di Bomba, che aspettò invano il suo ritorno e, appresa la notizia della scomparsa di Giovanni, emigrò in Australia. Dal matrimonio non nacquero figli.

In data 6 aprile 1935 fu chiamato alle armi ed assegnato al 9° Reggimento Alpini – Battaglione Bassano, (Matricola 30640). Dal 1° giugno 1935 operò in detto reparto quale «Soldato Scelto».

Nel compiere dodici mesi di servizio fu trattenuto alle armi ed assegnato al Distretto Militare di Chieti e, successivamente, posto in congedo il 29 novembre 1936.

Il 30 agosto 1939 fu richiamato alle armi per essere successivamente congedato il giorno 31 marzo1940 e il 10 gennaio 1941 fu nuovamente richiamato alle armi per «urgenze militari di carattere eccezionale» presso il 9° Reggimento Alpini di Sulmona ed inviato, poco dopo, il 29 gennaio 1941, in Albania, in territorio dichiarato in stato di guerra, con imbarco a Bari e sbarco a Durazzo.

In data 7 ottobre 1942 Giovanni D’Intino fu rimpatriato via terra e raggiunse il 9° Reggimento Alpini di stanza a Gorizia.

Il giorno 20 gennaio 1943 fu nuovamente inviato in Albania, in territorio dichiarato in stato di guerra e vi rimase stabilmente in servizio fino al 15 settembre 1943, quando a seguito dei noti eventi storici succedutisi all’8 settembre di quell’anno, fu catturato dai tedeschi e condotto in Germania quale prigioniero di guerra.

In terra straniera Giovanni trovò la morte in malattia, nella cittadina di Landau an der Pfalz (regione Renania Palatinato), il giorno 13 febbraio 1945 (da scheda anagrafica consultata a suo tempo presso il Comune di Bomba risulta il decesso per tifo petecchiale).

d'intino giovanni 2Soldato Giovanni D’Intino

Si legge testualmente nel Foglio Matricolare: «Nessun addebito può essere elevato in merito alle circostanze della cattura e al comportamento tenuto durante la prigionia di guerra».

Presumibilmente, Giovanni D’Intino fu inizialmente tumulato nel cimitero francese della cittadina tedesca di Landau. Nel 1951 il governo italiano ratificò la legge 204/51 che vietava il rimpatrio delle salme sepolte nei cimiteri italiani all’estero. Nel biennio 1957/1958, per iniziativa del Commissariato Generale Caduti in Guerra – Onorcaduti -, Giovanni fu riesumato e trasferito a Francoforte sul Meno, nel Cimitero militare italiano d’onore (riquadro G, fila 8, tomba 13).

I familiari non furono mai informati dell’opera svolta da Onorcaduti.

Per tutti questi anni è regnato il più completo silenzio delle autorità competenti sul luogo della sepoltura e, nonostante, ricerche intraprese privatamente con un viaggio nella città tedesca del decesso, i familiari non erano riusciti a porgere un fiore sulla sua tomba. Solo grazie all’iniziativa di un comune cittadino italiano, il Signor Roberto Zamboni, che volontariamente e caparbiamente ha raccolto notizie ed informazioni nel sito «Dimenticati di Stato» e li ha, con elevato senso civico, resi telematicamente disponibili agli interessati, gli stessi familiari sono giunti a conoscere l’esatta ubicazione dei resti del caro congiunto.

A conclusione dell’iter procedurale attivato presso il Ministero della Difesa, la Salma di Giovanni è stata riesumata il 22 ottobre 2012 ed è stata rimpatriata nei giorni seguenti. Il primo novembre 2012 si è tenuta a Bomba (CH) la cerimonia commemorativa in onore dell’Alpino, D’Intino Giovanni, uno di quei tanti, troppi, giovani militari abbandonati ad un triste destino, che ha reciso la loro vita e gettato nell’oblio la loro morte.

Dopo oltre sessantasette anni di attesa, il giovane Alpino, strappato prematuramente all’affetto dei suoi cari dalla crudeltà degli strascichi del secondo conflitto mondiale, è tornato in Patria e potrà riposare in pace nel suo paese natio, dove, per lungo tempo, è stato atteso, invano, il suo ritorno.

La cerimonia in suo onore, nell’ambito della quale è stata celebrata la Santa messa per la benedizione delle spoglie (e un Consiglio Comunale in sua memoria), ha rappresentato per i familiari, gli amici e tutta la comunità bombese un momento di grande commozione, uno di quei giorni che resterà sicuramente impresso per sempre nella mente e nel cuore. Finalmente, i suoi cari hanno potuto porgere un fiore sulla tomba di Giovanni, giovane eroe morto per la libertà delle generazioni future.

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Rientro a Bomba (Chieti) dei resti di Giovanni D’Intino

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Storie – Francesco Occhibove

OCCHIBOVE Francesco Sisto, nato il 9 marzo 1924 ad Alife (Caserta) 1a, 10 – Catturato dai tedeschi a Bolzano il 10 settembre 1943 10 – Deceduto a Dortmund (Nord Reno-Westfalia) il 26 maggio 1944 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Francoforte sul Meno (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro O – fila 12 – tomba 23 1b . Fonti: 1a, 1b, 10 – Anna Occhibove Saunders (nipote).

 occhibove francescoBersagliere Francesco Occhibove

Brighton (Regno Unito), 8 giugno 2012

Egregio Signor Zamboni, vorrei cogliere questa occasione per dichiarare il nostro apprezzamento per il sito che, organizzato e presentato in modo premuroso, consente alle famiglie di trovare i propri cari morti al servizio del loro Paese.

È stato dal suo sito che la famiglia Occhibove da Alife (CE) è stata in grado di rintracciare Occhibove Francesco, assassinato dalle forze tedesche nel 1944.

Non conosciamo le circostanze della sua morte, ma solamente che morì in un campo di concentramento. Conoscere il luogo di sepoltura è stato il culmine di un lungo viaggio improvvisamente reso semplice dal suo sito. […]

Siamo ora in contatto con l’Ambasciata italiana a Londra per quanto riguarda la possibilità di rimpatrio di Francesco ad Alife in modo che egli possa essere sepolto con gli altri membri della sua famiglia.

Mi sono anche presa la libertà di dare i dettagli del suo sito all’addetto della Difesa a Londra per dare informazioni a chiunque altro avesse bisogno di aiuto in questo senso.

Ancora una volta e per conto della famiglia Occhibove preghiamo di accettare i nostri più sentiti ringraziamenti.

[…] Roger e Anna (nata Occhibove) Saunders.

 

Ricostruzione di Anna Occhibove

Francesco Occhibove era nato ad Alife il 9 marzo 1924 e venne catturato dai tedeschi a Bolzano il 10 settembre 1943.

Il 4 maggio 1944, mio nonno Luigi Occhibove, padre di Francesco Occhibove, ricevette una lettera nella quale veniva comunicato che suo figlio Francesco era morto.

Mia nonna, madre di Francesco, si era ammalata fin dalla partenza in guerra del figlio.

Per questo motivo il nonno decise di non informarla di quanto accaduto a Francesco, sperando così di non aggravare lo stato di salute della moglie che sarebbe sicuramente morta per il dolore. Queste sono tutte le informazioni che avevamo!

Non avevamo idea dove fosse stato portato o dove fosse stato sepolto! Solo adesso sappiamo dov’è.

Tratto da http://www.clarusonline.it del 12 ottobre 2013 – Articolo di Emilia Parisi

 

Alife, ieri la cerimonia in ricordo di Francesco Occhibove, bersagliere prigioniero di guerra – Dopo 70 anni tornano a casa le spoglie del bersagliere, vittima del Secondo Conflitto Mondiale

Si è svolta ieri ad Alife la cerimonia di commemorazione del bersagliere alifano Francesco Occhibove, in presenza delle autorità religiose, militari e civili.

Le sue spoglie mortali sono state trasportate in processione da Piazza della Liberazione alla Cattedrale di S. Maria Assunta, dove è stato celebrato il rito religioso.

Una folla silenziosa, i parenti del bersagliere scomparso e i bambini delle scuole elementari e medie di Alife, hanno seguito in processione il feretro, accompagnandolo nel suo ultimo viaggio terreno.

Era il 10 settembre del 1943: Francesco Occhibove aveva solo vent’anni quando, durante il Secondo Conflitto Mondiale, fu fatto prigioniero dai tedeschi a Bolzano e trasportato in un campo di concentramento in Germania.

Fu proprio nel lager di Dortmund, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, che il giovane trovò la morte un anno più tardi, il 26 maggio del 1944.

Fu sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Francoforte sul Meno, dove le sue spoglie hanno trovato riposo fino al 5 Ottobre scorso, quando finalmente sono state trasportate in Italia per essere tumulate nel cimitero di Alife.

Il valoroso bersagliere, a cui fu conferita dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri la Medaglia d’Onore di Bronzo, è tornato casa dopo settant’anni. Un rientro in patria fortemente voluto dalla famiglia, dal Comune di Alife e dall’Arma dei Carabinieri. «Questa è l’urna di un forte!» – ha esclamato Don Domenico La Cerra, parroco di Alife, all’inizio dell’omelia – «Il suo nome non può non farci pensare al nostro Pontefice e al poverello di Assisi, simboli universali di sacrificio e di rinuncia».

Il sacerdote, infine, ha messo in evidenza i valori fondamentali della pace e della non violenza, una strada che tutti gli esseri umani dovrebbero percorrere.

Francesco Occhibove lo aveva capito, nonostante la giovane età. In questo senso le ultime parole pronunciate dal religioso sono significative: «Francesco si è sacrificato per l’indipendenza, per il ritorno alla libertà e per la concordia del mondo».

4 novembre 2013 – Alife. Ci scrive la nipote di Francesco Occhibove, il militare alifano vittima di guerra riportato da poco nella sua città

La nipote del militare deceduto nel 1944 in Germania ci scrive dopo aver letto il nostro articolo sul rimpatrio della salma di Francesco ad Alife, e allega qualche immagine della cerimonia di consegna della Medaglia d’Onore a Londra.

 

«Salve! Sono Anna Occhibove, nipote di Francesco Occhibove. Vivo in Britannia e per tre anni ho fatto ricerche per rintracciare il luogo di sepoltura di mio zio, quando finalmente l’anno scorso ho scoperto dove era. Con l’aiuto del dott. Roger Saunders e dei suoi contatti nell’Ambasciata Italiana di Londra, e con quello dell’ammiraglio Dario Giacommin e del giornalista Roberto Zamboni, ho poi trasferito tutte le informazioni a mio cugino Giuseppe Di Matteo e mia zia Felicina ad Alife, per portare a termine il rimpatrio di zio Francesco.

Sfortunatamente non sono potuta venire per la cerimonia, ma ne sono stata molto orgogliosa e onorata, l’ho seguita via internet». […]

Il messaggio di Anna contiene anche un pensiero dell’amico Roger Saunders da lei menzionato: «Caro lettore, come ex militare so quanto è importante assicurarsi che un soldato non resti dimenticato, e che ritorni al suo Reggimento o alla sua famiglia. Per me è stato un onore aver avuto la mia piccola parte nel ritorno di Francesco ad Alife.

L’avete reso orgoglioso e sono sicuro che è contento del vostro impegno. Ben fatto. Roger» […].

 

occhibove francesco manifesto

 

 

Storie – Enrico Nava

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NAVA Enrico, nato l’11 dicembre 1924 a Proserpio (Como) 1a, 10 – Deceduto il 17 luglio 1944 1a, 10 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro 5 – fila R – tomba 35 1b . Fonti: 1a, 1b, 10 – Daniela Nava (nipote) – Raffaella Colombo (pronipote).

30 agosto 2010 – Gentile signor Zamboni, grazie al suo prezioso lavoro di ricerca abbiamo finalmente scoperto che i resti del fratello di mio nonno, deportato a 19 anni in Germania, si trovano nel cimitero militare di Amburgo. Si è trattato di una sorpresa enorme e sinceramente inattesa. Di nuovo grazie. Raffaella Colombo.

 enrico nava articolo«Giornale di Erba» – 28 maggio 2011

Tratto dal «Giornale di Erba» – 28 maggio 2011 – Articolo di Laura Renzi

Proserpio (Como) – Dopo quasi 67 anni Enrico Nava tornerà a casa. Una ricerca lunga quella compiuta da Daniela Nava e dalla figlia Raffaella Colombo per riportare i resti dello zio morto in guerra nel 1944.

Una ricerca che ancora risulta lacunosa in alcuni tratti: è stato difficile ricostruire tutto il suo percorso durante la seconda guerra mondiale e scoprire le tappe di quel viaggio che l’hanno condotto fino al campo di prigionia di Fallingbostel, nella Germania del Nord, tra Hannover e Amburgo. Lager in cui è morto per deperimento del cuore il 17 luglio 1944, come è riportato, nell’atto compilato il 20 marzo del 1945.

«Sapevamo che questo zio era morto in guerra. Era il fratello di mio papà – spiega Daniela Nava – Lui, però, non ha mai parlato molto di questo fatto. Era stato in guerra per tantissimi anni e non amava ricordare nulla di quel periodo. Così la vicenda dello zio Enrico era rimasta un capitolo chiuso per tutto questo tempo. Anche se dentro di me c’era la voglia di poterlo ritrovare e riportare a Proserpio, dove era nato e cresciuto».

È stato un articolo di giornale, letto per caso nel settembre dello scorso anno a far diventare realtà il desiderio di Daniela. Tra una serie di soldati italiani ritrovati dal veronese Roberto Zamboni nei cimiteri di guerra di Germania, Austria e Polonia figurava anche quello del proserpino. E così la famiglia ha potuto scoprire dove fosse esattamente sepolto Enrico e far partire l’iter per ricondurlo a casa.

«Ha passato quasi un anno nel lager di Fallingbostel e la fame e gli stenti lo hanno portato alla morte. Era nato l’11 dicembre del ’24 e perciò non aveva neppure 20 anni». Enrico Nava era stato chiamato al servizio di leva pochi giorni prima dell’8 settembre 1943. Faceva parte del III° gruppo carri veloci dell’unità Principe Amedeo. «Era partito da poco. Era stato mandato a Milano e poi sappiamo che al momento della cattura, il 9 settembre del 1943 si trovava a Bolzano – spiega Raffaella Colombo – Purtroppo questo percorso è lacunoso e non sappiamo con certezza i tempi e le date del suo passaggio da una caserma all’altra. Dai documenti che ci hanno mandato dal Ministero della Difesa abbiamo poi individuato con certezza la sua prigionia, la sua morte e la sua sepoltura». Nava, infatti, è rimasto per quasi 67 anni al cimitero militare italiano d’onore di Amburgo. «Abbiamo dato l’assenso per il rimpatrio entro lo scorso 3 maggio e ora stiamo attendendo la cassettina con i suoi resti. Lo zio sarà sepolto al cimitero di Proserpio, nella parte vecchia, accanto al monumento dei Caduti».

enrico nava docCertificato di morte e sepoltura stilato a Fallingbostel il 22 luglio 1944
enrico nava articolo 2«Giornale di Erba» del 29 ottobre 2011

Tratto dal «Giornale di Erba» del 29 ottobre 2011 – Articolo firmato (tee).

Proserpio (Como) – Enrico Nava torna a casa. Dopo più di un anno dalla richiesta di rimpatrio voluta dai parenti e dopo 67 anni dalla sua scomparsa, i resti del valoroso soldato proserpino, morto nel campo di prigionia di Fallingbostel durante la seconda guerra mondiale alla giovanissima età di 19 anni, rientreranno in Italia per essere deposti nel cimitero comunale, all’interno dell’area riservata ai Caduti in guerra.

Era stata la nipote Daniela Nava, con l’aiuto della figlia, Raffaella Colombo, a volere ardentemente il rientro delle reliquie dello zio nel suo paese natio. Quando scoprì, il settembre dello scorso anno, grazie a un articolo letto per caso nell’inserto di un quotidiano, che i resti del parente erano conservati in un cimitero militare, fece immediatamente avviare l’iter burocratico per il rimpatrio.

«Mia mamma diceva sempre che in questo modo avrebbe fatto contento il nonno, il quale era restato molto segnato dalla scomparsa prematura del giovane fratello – racconta la figlia Raffaella – È stata una sorpresa, in quanto non pensavamo fosse possibile ritrovare il corpo, lo credevamo finito in una fossa comune».

La restituzione delle reliquie era prevista inizialmente per fine maggio, ma, a causa di alcuni problemi burocratici dovuti alla chiusura del consolato italiano in Germania, è stata possibile solo ora.

Troppo tardi però perché la nipote Daniela, scomparsa lo scorso 15 luglio a causa di un tumore, potesse assistere a questa importante occasione, che tanto aveva desiderato. […].

Un sogno si è avverato – Storie – Alberto Roscini

ROSCINI Alberto, nato il 5 settembre 1907 a Perugia – Deceduto a Bensberg (Nord Reno-Westfalia) il 12 aprile 1945 – Causa della morte: cannoneggiamento inglese – Inumato in prima sepoltura nel cimitero locale (fossa comune con altri nove Caduti italiani) – Esumato e traslato nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo (Germania) – Sepolto come ignoto in una delle tombe del riquadro 3 – fila Z – tombe dalla 49 alla 57 e 66. Fonti: 10 – Franco Roscini (figlio).

 

Perugia, 3 luglio 2010

Egregio Sig. Zamboni,

sono il figlio di un ex deportato in Germania deceduto il 12 aprile 1945 a Bensberg e sepolto nel cimitero della cittadina. Purtroppo il suo corpo è stato ritrovato senza piastrino di riconoscimento.

Mio padre ed i suoi colleghi erano stati passati come lavoratori e dimoravano in un cinema della cittadina. Durante un cannoneggiamento americano nel fuggire è stato colpito al petto.

Questi dati sono conosciuti dalla famiglia perché un collega di mio padre, che era residente in un piccolo paese nei pressi di Perugia, trovandolo morto ha pensato bene di togliergli la giacca ma in essa era il piastrino di riconoscimento, il portafoglio e documenti vari personali. Detto materiale è in mio possesso perché quel signore ebbe la buona idea di consegnarlo a mia madre.

Pertanto mio padre risulta disperso e nel cimitero di Bensberg sono stati sepolti 10 italiani ignoti.

Il Ministero della Difesa (Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra) proprio oggi ha risposto a una mia lettera nella quale chiedevo se i resti erano ancora sepolti a Bensberg.

Oggi vengo a sapere che i resti degli italiani sono stati esumati negli anni 50 e portati nel cimitero di Amburgo. Non potevano dirlo al momento della esumazione?

Il Ministero stesso mi dice che i resti sono messi in tombe riquadro 3 fila Z tombe dalla 49 alla 57 e tomba 66.

Ma questi miseri resti sono separati l’uno dall’altro o sono mescolati? Come sono stati interrati? In casse di zinco?

Mi pongo queste domande perché oggi sarebbe molto facile con l’esame del DNA ritrovare i propri cari.

Io sono vecchio, ho 72 anni ma certamente vorrei riavere i miseri resti di mio padre.

Le chiedo quindi se c’é qualche strada per cercare di ottenere ciò.

[…]

Resto in attesa di un suo riscontro e le porgo il mio più grato riconoscimento per il lavoro che sta svolgendo.

Distinti saluti. FRANCO ROSCINI […] Figlio di ALBERTO ROSCINI nato a Perugia il 5.9.1907

 roscini alberto e figlioAlberto Roscini con in braccio il figlio Franco

Lettera inviata da Alberto Roscini al figlio Franco

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14 dicembre 1944 – Mio adorato figlio, mi auguro che la presente ti giunga e che la tu possa stringere al tuo cuoricino. Specie in questi giorni ti ricordo tanto. Franco, figlio mio, prega per il tuo papà, sii buono con la tua mamma

[…].

Soffro tanto al pensiero di saperti lontano. Franco, che Iddio ti protegga e ti benedica

[…]

A te tanti tanti baci e abbracci… ti benedico, tuo papà Alberto.

Ricerche fatte dalla famiglia tramite il Vaticano

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 Schede di ricerca dell’Ufficio Informazioni Vaticano per i Prigionieri di Guerra

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Alberto Roscini con la Medaglia d’Onore assegnatagli alla memoria 

roscini alberto medaglia

10 novembre 2010

Egregio Signor Zamboni, domenica scorsa insieme a mio figlio Roberto sono stato presente alla cerimonia che si è tenuta presso il Cimitero militare di Amburgo.

A parte la cerimonia, la mia commozione è stata di vedere e toccare con mano le dieci tombe di “Ignoti” provenienti dal Cimitero di Bensberg (Colonia), in una delle quali vi sono i resti di mio padre. Non le dico la commozione e le lacrime che sono sgorgate …

roscini alberto lapide ignotoUna delle tombe anonime nel cimitero di Amburgo

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Tratto da «Il Corriere dell’Umbria» del 3 agosto 2011- Articolo di Alessandro Antonini.

Franco Roscini, lo scorso 7 novembre ha pianto. Nel freddo autunno teutonico, il suo cuore era più caldo di un termosifone.

Del papà, mai conosciuto, sempre amato, caduto in guerra, non c’erano notizie. Per sessant’anni inghiottito nel gorgo nero dei morti anonimi ammazzati dalle bombe e dai proiettili. Quel cadavere, disperso, mai onorato, è stato il tarlo di una vita. Una volta in pensione, col figlio Roberto, dopo lunghe e faticose ricerche documentali, ha scovato il suo tesoro. Un fazzoletto di terra con dieci tombe, tra le quali è sepolto il padre Alberto, morto il 12 aprile 1945 in un campo di lavoro a Bensberg, a Colonia. Adesso che ha fatto trenta, vuole arrivare a sapere di preciso dove riposano le spoglie mortali del genitore «milite ignoto», e ha fatto formalmente richiesta al ministero per l’esame del dna. Quel ministero (commissariato onoranze ai caduti di guerra, ndr) che gli ha fornito le carte per ricostruire gli ultimi attimi di vita e le vicissitudini della salma del padre.

Franco Roscini, dirigente contabile dell’ex Silvestrini, ha sempre raccolto informazioni sulla sorte di Alberto. Fino a qualche anno fa sapeva soltanto che era morto in primavera, nel 1945, in un centro a pochi chilometri da Colonia, dove era stato deportato dal Montenegro l’8 settembre 1943. Lavorava nei campi, costretto dai tedeschi, quando un bombardamento inglese uccise lui e altri 14 compagni italiani. Un proiettile lo centrò in pieno petto. In mano c’è un documento del Vaticano, inviato nel ’46 alle mogli dei dispersi (e rinvenuto solo dopo anni in un cassetto) scritto in latino, in cui si informa dell’eccidio e che la sepoltura in loco era stata celebrata con rito cattolico dal parroco Joseph Roderburg. «Quando sono andato in pensione – spiega Franco Roscini – ho avuto più tempo da dedicare alle ricerche e anche sulla scia di notizie di stampa che parlavano dei ritrovamenti dei genitori scomparsi in guerra, mi sono messo in testa di ritrovare papà».

Grazie anche al sito internet di Roberto Zamboni, dedicato ai «Dimenticati di Stato», cominciai a vergare le prime raccomandate.

Nel mirino anche la presidenza della Repubblica, che risponde e annuncia l’impegno a sondare i più alti livelli dell’esercito. La dritta giusta arriva da palazzo Baracchini. La Difesa si documenta e ritrova un atto del governo tedesco dove si certifica che nel 1956 la salma di Alberto Roscini, tumulata a Colonia, è stata traslata nel cimitero militare italiano di Amburgo. Tra 5mila 668 tombe di cui 171 ignote, è un bel cercare. Dopo qualche mese arriva però un’indicazione che vale oro: riquadro tre, fila zeta, dalla lapide 49 alla 57 e la 66. «A questo punto, ed è l’aprile dello scorso anno, decidiamo di partire – continua Franco. – Veniamo a sapere che l’ambasciata italiana ad Amburgo il 7 novembre celebra i Caduti compatrioti. Sono andato su con mio figlio, è stato un giorno indescrivibile. Unico. Siamo pronti a tornare ogni anno, ma visto che l’ambasciata è stata chiusa nei mesi scorsi, temiamo che anche quel rito sia a rischio». Senonché, adesso, l’obbiettivo della famiglia Roscini è un altro: trovare la lapide, tra le dieci, con l’esame del codice genetico. «Sarebbe un sogno – continua – ho chiesto se c’è la possibilità al ministero, so che è molto complicato, però ci speriamo». Una lastra di pietra dove rifondere «riconoscenza e doverosa ammirazione», per dirla col generale della difesa Vittorio Barbato: così scrive in calce alla lettera indirizzata a Roscini.

31 ottobre 2014

Ciao Roberto ti allego la risposta che ho avuto dal Consolato di Hannover

“Gentile Signor Roscini,

il Ministero della Difesa ha comunicato a questo Consolato Generale di voler realizzare entro la fine di quest’anno l’operazione relativa agli esami del DNA per individuare con certezza i Resti Mortali di suo padre.

Siamo in contatto con l’amministrazione del Cimitero e con l’Istituto di Medicina legale per fissare il calendario dell’operazione per individuare con certezza i Resti Mortali di suo padre, attraverso gli esami DNA dei 10 Caduti italiani sepolti nel Cimitero di Amburgo/Oejendorf. Siamo in stretto contatto con il Ten. Col. Pasquale Di MAIO del Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti.

[…]

Spero che questa volta la cosa vada in porto entro l’anno perché altrimenti i fondi trovati dal Ministero dovranno essere restituiti e quindi l’anno prossimo saremmo di nuovo alla ricerca di soldi … […] Un caro saluto, Franco Roscini

 

30 novembre 2014

Ciao Roberto, tutto è stabilito.

Il giorno 11 dicembre alle ore 9 inizieranno le esumazioni ed i prelievi di un osso ritenuto idoneo dal personale medico.

Sarò presente anche io accompagnato da mio figlio Roberto per sottopormi al prelievo della saliva per effettuare il mio DNA dallo stesso Istituto che provvederà a fare quello dei 10 esumati.

Sarà presente anche il Colonnello Di Maio dell’Onorcaduti e la Sig.ra Bergamaschi del consolato di Hannover.

Spero che dentro quelle fosse ci siano dei resti ben definiti. Mi è stato riferito che potrebbero esserci più di un resto e addirittura vuote. A questo livello sarà impossibile effettuare gli esami.

Io sarò su dal 10 al 13 dicembre e spero di riuscire in questa mia avventura.

Ti terrò informato di quanto avverrà. Un caro saluto. Franco.

Riesumazioni ad Amburgo per l’esame del DNA

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22 maggio 2015

Carissimi amici,

vi comunico che il risultato dell’esame del DNA per la ricerca dei resti di mio padre ha dato come risultato il 99,99994%. Tomba n. 55, quella in cui sono stati trovati gli oggetti di cui pubblicai a suo tempo le foto e che mi verranno consegnati.

Finalmente è giunto il giorno del suo rientro a casa.

Lunedì 25 mi recherò a Roma Fiumicino per ritirare la cassetta contenente i resti e la conserverò in casa.

Come potrete capire la gioia è infinita perché posso riabbracciare dopo 70 lunghi anni colui che insieme a mia madre mi hanno dato la vita.

Il giorno 30 c.m. alle ore 15.30 verrà officiata una cerimonia religiosa presso la Cattedrale di Perugia a cui parteciperanno varie autorità, rappresentanze di combattenti e reduci, il Primario e i due Medici specialisti dell’Istituto di Medicina Legale di Amburgo che hanno effettuato le ricerche, un giornalista ed un fotografo del National Geographic e varie rappresentanze della stampa locale.

Un grazie a tutti voi che mi siete stati vicini in questa mia avventura.

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Tratto dal Corriere dell’Umbria del 23 maggio 2015

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Storie – Pietro Scandola

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SCANDOLA Pietro, nato il 4 luglio 1915 a Erbezzo (Verona) 1a, 10 – Deceduto il 26 febbraio 1944 – Sepolto a Francoforte sul Meno (Germania) – Cimitero militare italiano d’onore 1a – Posizione tombale: riquadro Q – fila 7 – tomba 16 1b . Fonti: 1a, 1b, 10 – Scandola Piermichele (nipote), Falzi Giuseppina (moglie del nipote).

Ricostruzione di Giuseppina Falzi

Riguardo al nostro Scandola Pietro abbiamo delle notizie un po’ frammentate perché la sua morte è avvenuta davanti al fratello più giovane anche lui prigioniero, il quale non ne ha mai parlato molto con i figli e i nipoti.

Era un dramma troppo pesante per lui che ha condiviso solo con i fratelli, forse per non lasciare trapelare troppo.

Siamo andati all’archivio di stato di Verona a prendere il foglio matricolare ma è incompiuto.

Vi è scritto quante volte è stato richiamato alle armi, trattenuto per poco tempo e poi rimandato a casa in congedo illimitato per ben 3 volte, il tutto finisce con scritto a matita la parola morto (non ho parole).

Lui era il figlio primogenito di madre vedova (5 maschi 2 femmine) con 2 fratelli, Antonio e Augusto, già in guerra.

Di professione era carrettiere  (stiamo parlando di anni molto duri soprattutto per i piccoli paesi di montagna quale era Erbezzo in quei tempi).

Dovrebbe essere stato chiamato in guerra ai primi di gennaio 1943, alpino battaglione Verona. Sappiamo che nel settembre 1943 assieme al fratello Giuseppe (classe 1923) si trovava nella caserma Cesare Battisti di Vipiteno, assieme a loro c’erano due paesani, come truppe destinate al fronte russo.

Con i fatti del 8 settembre 1943 il loro comandante li congedò dicendo loro di ritornare a casa.

Partirono loro due fratelli assieme ai due paesani e cercando di evitare le vie principali, per paura della polizia altoatesina, il mattino del 12 settembre arrivarono nei pressi di Ortisei.

Si fermarono a dissetarsi, ma ripreso il cammino uno dei due paesani si accorse di aver perso quei pochi soldi che custodiva nei calzini.

Questo accompagnato da Pietro tornò indietro, li trovarono ma furono avvistati.

Raggiunti gli altri e ripreso il cammino in breve tempo furono circondati da nove altoatesini e un soldato tedesco che armi in pugno intimò loro la resa.

Senza più armi (le avevano abbandonate) non gli rimase altro da fare. Il giorno stesso furono condotti a Chiusa Valgardena dove furono caricati sul treno per la Germania.

Dopo giorni di viaggio su carri bestiame, senza acqua ne cibo, arrivarono nel campo di lavoro di Lippstadt, dove lavorarono in una fabbrica bellica, costruendo ali per aerei.

La guerra e la prigionia alterano l’animo umano.

Pietro (lo ricordano famigliari e conoscenti) era un uomo molto forte e robusto e si nutriva molto di più rispetto agli altri.

Nell’ultimo periodo passato nel campo di lavoro di Lippstadt dove ovviamente si soffriva la fame si faceva di tutto pur di nutrirsi.

Pietro fu accusato da un italiano (anche questi prigioniero) di aver rubato in un campo delle patate. Tale gesto fu riferito ai soldati tedeschi.

La sua morte è avvenuta il 26 febbraio 1944, dopo le brutali percosse subite dai soldati tedeschi per il gesto compiuto.

Già malnutrito e provato per problemi di salute, la morte non avvenne subito ma dopo alcuni giorni di atroci sofferenze, il tutto sempre davanti agli occhi del fratello Giuseppe e dei due paesani.

Fu seppellito dal fratello Giuseppe e da uno dei due compaesani, scortati e obbligati a scavare anche la fossa dai soldati tedeschi nel cimitero comune di Lippstadt.

Da quel giorno per tutti i suoi famigliari Pietro venne ricordato come quel povero soldato prigioniero morto in maniera disumana.

Le speranze di ritrovare la sua salma non vacillarono.

A fine anni ’90 i fratelli Giuseppe e Augusto andarono al cimitero di Lippstadt ma con grande sgomento non trovarono la tomba.

Tutto il resto caro Roberto lo sai, perché sei stato tu a ritrovarcelo.

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10 novembre 2013 – Discorso di ringraziamento alla cerimonia di rientro di Pietro Scandola

 

Oggi possiamo finalmente dire di avere aggiunto l’ultimo tassello a questo puzzle. Dopo quasi 70 anni abbiamo esaudito il grande desiderio della nostra famiglia, gli Scandola dal Vajo.

Anche se non lo abbiamo mai conosciuto, lo zio Pietro è sempre stato presente nei pensieri e nei racconti della nostra famiglia, grazie alla memoria di sua mamma e dei suoi fratelli che hanno tenuto vivo il suo ricordo parlando di lui ai nostri genitori, e poi a loro volta a noi che siamo i suoi pronipoti. Non a caso la prima parte del nome di mio papà Piermichele è in memoria di nostro zio.

La possibilità di riaverlo qui è stato un impegno, ma anche un dovere da parte nostra come suoi discendenti, di poter realizzare quel sogno, quel desiderio, che fino ad ora non era mai stato possibile compiere da coloro che ci hanno preceduto.

Pensiamo alla sua mamma, la Luigia, una madre che oltre al dolore di aver perso un figlio nel campo di lavoro dove era tenuto prigioniero, ha dovuto subire l’ingiustizia e la beffa di non poterlo riavere indietro, per dargli l’ultimo saluto ed una degna sepoltura.

E anche ai suoi fratelli, il Beppi e il Gusto, che anni dopo la sua morte sono andati comunque a cercarlo in Germania, ma senza riuscire a trovarlo perché spostato dal cimitero di Lippstadt in un luogo allora indefinito, senza che nessun familiare venisse avvisato.

Incredibilmente però, lo scorso 15 giugno è arrivato nel comune di Erbezzo un e-mail che ci ha comunicato la sua posizione nel cimitero d’onore di Francoforte sul Meno.

A mandare questa e-mail è stato il signor Zamboni Roberto, che oggi per motivi di salute non è potuto essere presente con nostro profondo dispiacere. Non abbiamo parole per ringraziarlo per ciò che ha fatto per noi e per tante altre famiglie italiane.  Con una situazione simile alla nostra, ma con una tenacia e perseveranza uniche, il signor Zamboni ha individuato negli anni i vari cimiteri italiani in Germania, Austria e Polonia, dove sono stati sepolti e si trovano ancora oggi molti dei nostri giovani «dimenticati di stato», che ad oggi ammontano a 16.079 persone. Ha dato così la possibilità ai parenti di riportare a casa i loro Caduti.  Noi siamo una tra quelle famiglie che hanno avuto la fortuna di riabbracciarlo e non abbiamo parole per esprimere la nostra gratitudine verso questa persona, che con il suo impegno e continuo lavoro, ci ha dato la speranza e la certezza oggi di riaverlo qui a Erbezzo, la sua terra nativa. Per sempre grazie da parte di tutti noi Scandola.

scandola pietro rimpatrioRientro dei resti mortali di Scandola Pietro ad Erbezzo (Verona)
scandola pietro rimpatrio 2Cassetta-ossario con i resti mortali di Pietro Scandola
scandola pietro rimpatrio 3Cerimonia religiosa
scandola cerimonia relig10 novembre 2013 – Chiesa parrocchiale di Erbezzo (Verona)

 

Storie – Giuseppe Romanelli

romanelli giuseppe

ROMANELLI Giuseppe, nato il 9 febbraio 1921 a Martina Franca (Taranto) 1a, 10 – Detenuto nelle prigioni di Bielefeld / presso il Campo Löhne (Nord Reno-Westfalia) – Registro prigionieri: n° 416 / Lista indumenti: n° 416 – Deceduto il 24 febbraio 1945 – Causa della morte: bombardamento 2b – Sepolto nel Cimitero Militare Italiano d’Onore di Amburgo 1a – Posizione tombale: riquadro 2 – fila V – tomba 18 1b. Fonti: 1a, 1b, 2b, 10 – Grazia Carbotti (nipote).

Ricostruzione di Grazia Carbotti

Nato a Martina Franca il giorno 9 febbraio 1921 da Giovanni e Paola Carrieri, fu arruolato il 1° maggio 1940 e chiamato alle armi il giorno 1° gennaio 1941 nel II° Reggimento di Artiglieria, Divisione Fanteria.

Il 20 aprile del ’41 ricevette la nomina di Appuntato indetto.

Il 26 agosto si imbarcò a Bari giungendo il giorno successivo in Albania, a Durazzo, in territorio dichiarato in stato di guerra. Qui partecipò alle operazioni di guerra, combatté coraggiosamente, riportando anche diverse ferite che lo costrinsero a vari ricoveri in campi militari, come risulta dal foglio matricolare.

Il 10 settembre 1943, dopo l’Armistizio, fu catturato dai tedeschi, condotto in Germania e considerato prigioniero di guerra a tutti gli effetti presso il M-Stalag VI C (Bathorn/Emsland).

Il 17 ottobre 1943 fu trasportato al M-Stalag VI K (Senne / Paderborn) o (Forrelkrug).

Visse gli ultimi giorni della sua vita a Bielefeld in un magazzino con l’indirizzo Reichsbahn camp 480 dove si producevano armi da guerra.

Il 24 febbraio 1945, alle ore 13,15, all’età di 24 anni, in seguito ad un bombardamento da parte di aerei inglesi, il soldato Giuseppe Romanelli perse la vita.

Sepolto il 9 marzo 1945 a Sennelager (Einzelgrab), cimitero civile di Bielefeld, venne riesumato il 9 giugno 1958 e trasportato nel Cimitero Militare d’Onore di Amburgo, dove tuttora le sue spoglie riposano.

Nel 1965 gli vennero conferite tre Croci al Merito di guerra. Risulta inoltre iscritto nel libro dei soci «honoris causa» dell’Associazione Nazionale ex Internati (ANEI).

romanelli giuseppe lapideTomba nel cimitero di Amburgo

Il 2 giugno 2011, 65° anniversario della Repubblica Italiana, in Piazza della Vittoria a Taranto, è stata consegnata la Medaglia d’Onore alla memoria del soldato Romanelli Giuseppe.

 romanelli giuseppe medaglia d'onore

Storie – Luigi Ragnoli

RAGNOLI Luigi, nato il 10 febbraio 1911 a Roseto degli Abruzzi (Teramo) 1a, 10 – Soldato – Deceduto a Pressbaum (Bassa Austria) il 10 marzo 1945 – Sepolto nel Cimitero militare italiano di Mauthausen (Alta Austria) 1a – Posizione tombale: fila 8 – tomba 951 3. Fonti: 1a, 3, 10 – Simona Ragnoli (nipote).

 ragnoli luigiLuigi Ragnoli

Ricostruzione di Simona Ragnoli

 

Mio nonno Ragnoli Luigi, nato a Roseto degli Abruzzi (Teramo) il 10 febbraio 1911, fu arruolato nel novembre del 1940 come soldato del 49° Fanteria / 2a Compagnia / 3° Battaglione.

Venne catturato dai tedeschi in Albania l’8 settembre 1943 e costretto ai lavori forzati.

Da un verbale di irreperibilità emesso l’8 giugno 1948 fu dato per disperso a partire dal maggio del 1944.

Successivamente, il 7 luglio 1957, alla famiglia è stato notificato che il soldato Ragnoli Luigi era deceduto in prigionia in Germania per malattia in data 10 marzo 1945 e sepolto presso il cimitero di Pressbaum (Bassa Austria).

Il 18 ottobre 1957 la salma è stata riesumata, riconosciuta e trasportata al cimitero di Mauthausen: Fila 8 / Tomba 951. Insieme a mio padre siamo stati due volte a fare visita al Cimitero di Mauthausen ed abbiamo verificato che la tomba con il nome e cognome è realmente nella posizione che ci avevano comunicato».

mauthausen cmiCimitero militare italiano di Mauthausen

 

 

Storie – Giuseppe Polverigiani

polverigiani giuseppe

POLVERIGIANI Giuseppe, nato il 9 luglio 1924 a Montefano (Macerata) – Deceduto a Watenstedt Salzgitter (Bassa Sassonia) il 24 gennaio 1945 1a, 10 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo (Germania) 1b – Posizione tombale: riquadro 2 – fila Q – tomba 31 1b. Fonti: 1a, 1b, 10 – Leonardo Carloni (genero della sorella).

Ricostruzione di Leonardo Carloni

 

Dopo 69 anni di solitudine tornano fra i suoi cari i resti mortali del soldato di leva Polverigiani Giuseppe.

Giuseppe Polverigiani, nato a Montefano (Macerata) il 9 luglio 1924, è stato chiamato alle armi e aggregato al 6° Reggimento Bersaglieri il 27 agosto 1943. Fatto prigioniero dai tedeschi il 9 settembre 1943 in seguito all’Armistizio dopo soli 14 giorni di servizio, è deceduto in prigionia il 24 gennaio 1945 a Watenstedt/Salzgitter (Bassa Sassonia). Negli anni ’50 sono stati vani i tentativi dei genitori, di ricerca del luogo di sepoltura e a maggior più il rimpatrio, per una legge del 1951 che ne vietava il rientro. Alla fine degli stessi anni dopo l’istituzione dei Sacrari militari da parte del Ministero della Difesa fu esumato e sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo.

Commoventi sono le poche righe scritte su una cartolina militare del 1944 dove ricorda ai genitori le sofferenze per la fame «e voi sapete con che cosa viene la debolezza … io caro babbo spero sempre di ricevere qualche cosa … spesso guardo dove si spacciano i pacchi, li ritiro per gli altri amici … per me non c’è mai nulla …». I racconti dei fratelli rimasti in famiglia testimoniano altrettanto le sofferenze patite dai genitori, che hanno visto sempre vanificato l’impegno prodigato nel inviare aiuti.

Nel 1962 gli è stata conferita la croce al merito di guerra.

Nel febbraio di quest’anno occasionalmente, ascoltando un telegiornale, ci colpiva la notizia dell’opera meritoria di Roberto Zamboni che ringraziamo ancora una volta, ideatore del sito internet «Dimenticati di Stato», per la certosina opera di ricerca dei Caduti dell’ultima guerra mondiale sepolti nei cimiteri di Germania, Austria e Polonia, nonché promotore della proposta di modifica della indegna legge 204/51 comma 2 articolo 4, avvenuta nel 1999 (L. 365/99). La vista su quell’elenco del nome e del luogo certo di sepoltura ha riacceso la speranza di mia suocera di riportare a casa suo fratello e così il 26 settembre del 2012 quel caro ragazzo è tornato nel paese d’origine per riposare accanto alla madre nel cimitero di Montefano. […].

polverigiani giuseppe rimpatrioRientro a Montefano (Macerata) dei resti di Giuseppe Polverigiani

Storie – Michele Campanella

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CAMPANELLA Michele, nato il 2 giugno 1912 a Castellana Grotte (Bari) 1a, 10Artigliere – Deceduto a Fullen / Meppen (Bassa Sassonia) il 22 marzo 1945 – Causa della morte: malattia 10 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro 3 – fila N – tomba 4 1b. Fonti 1a, 1b, 10 – Michele Campanella (nipote).

Tratto da «La Gazzetta del Mezzogiorno» – Edizione di Bari del 25 novembre 2011 – Articolo di Emanuele Caputo.

Castellana (Bari) – Un regalo inaspettato. «Ho appreso che il nonno non è seppellito in una fossa comune ma ha una degna sepoltura, proprio alla vigilia del mio compleanno.

È stato un po’ come ritrovarlo. Ho più volte sperato di visitare la Germania e ora ho un altro buon motivo per farlo».

Michele Campanella, 46enne capotreno delle Ferrovie del Sud Est, segretario cittadino di Sinistra Ecologia e Libertà, è l’omonimo nipote di uno dei tre castellanesi fra i «Dimenticati di Stato», l’elenco di italiani inumati nei cimiteri militari tedeschi o austriaci, pubblicato da Roberto Zamboni sul suo sito internet (http://www.dimenticatidistato.com). La notizia che le spoglie di nonno Michele sono sepolte nel cimitero militare italiano d’onore di Amburgo è giunta proprio grazie alla pubblicazione di quell’elenco.

Il tassello mancante, insomma, della ricostruzione, non semplice, della vita di nonno Michele Campanella, nato nella città delle grotte il 2 giugno 1912 e scomparso il 22 marzo 1945, in guerra.

«Mio padre Giovanni aveva solo tre anni e mezzo quando il nonno morì – racconta Michele – e la nonna Antonia Inzucchi ci ha lasciato nel 1966, troppo presto perché io potessi raccogliere la sua testimonianza. Delle vicende militari del nonno restano: un mucchio di foto, inviate alla moglie con alcuni messaggi scritti (nonostante fosse analfabeta); gli attestati del 14esimo Reggimento Artiglieria / Divisione di Fanteria «Ferrara» e del 19esimo Reggimento Artiglieria «Venezia» che fregiarono il soldato castellanese degli speciali distintivi commemorativi, istituiti rispettivamente per la spedizione in Albania del 1939 e sul fronte albanese/greco jugoslavo dal 28 ottobre 1940 al 23 aprile 1941; il telegramma di guerra con il quale il colonnello Paolo Zecca, capo dell’ufficio stralcio stato civile ed albo d’oro della direzione generale della leva sottufficiali e truppa di Roma, comunica alla famiglia l’avvenuto decesso, con ritardo, a causa di «tardiva segnalazione».

«In quel telegramma – spiega il nipote – viene espressamente comunicato che il decesso è avvenuto in prigionia e per malattia, con tutta probabilità nel campo tedesco di Fullen, ai confini con l’Olanda, dove il regime nazista inviava i cosiddetti disertori, etichettati come «Imi», cioè Italienischen Militar Internierten.

Dopo due dure campagne in Albania – continua Michele Campanella – il nonno non aveva più alcuna voglia di servire lo Stato per le operazioni di guerra e sperava di poter rimanere per sempre con i suoi familiari».

Così non fu: il militare e padre di famiglia, deciso a disertare, venne arrestato dai carabinieri e successivamente internato in Germania.

Le sofferenze per la malattia, probabilmente tubercolosi, terminarono due mesi prima della chiusura di quel campo, nel quale non veniva applicata la Convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra.

In concreto, le condizioni igienico-sanitarie favorivano il proliferare delle patologie contagiose: «Ho letto che lavoravano come schiavi – aggiunge Michele Campanella junior -, in veri e propri campi della morte, simili a quelli che hanno ospitato personaggi come Giovannino Guareschi e Alessandro Natta».

campanella michele commilitoniMichele Campanella con alcuni commilitoni
campanella michele docComunicazione che annunciava la morte del Campanella
campanella michele 2Soldato Michele Campanella

Storie – Arnolfo Calandrelli

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CALANDRELLI Arnolfo, nato il 6 marzo 1914 a Crognaleto (Teramo) 1a, 10 – Soldato – Matricola 44944 – Fatto prigioniero in Albania – Internato nello Stalag XII D (Trier) – Deceduto il 12 giugno 1944 presso lo Stalag VI A di Hemer-Hiserlon – Causa della morte: tubercolosi – Inumato in prima sepoltura nel cimitero per gli italiani il 15 giugno 1944 – Posizione tombale: tomba n°15 2b – Esumato e traslato nel Cimitero militare italiano d’onore di Francoforte sul Meno (Germania) 1a – Posizione tombale: riquadro P – fila 3 – tomba 40 1b. Fonti: 1a, 1b, 2b, 10 – Margherita e Milva Calandrelli (nipoti).

Ricostruzione di Margherita e Milva Calandrelli

Primo di dodici fratelli, nacque a Cesacastina (comune di Crognaleto, Teramo) il 6 marzo 1914. Dopo l’8 settembre 1943 fu catturato dai nazisti in Albania, deportato in Germania e internato nello Stammlager XII di Trier. Morì (pare per tubercolosi) il 12 giugno 1944 presso lo Stalag VI A di Hemer Hiserlon (Nord Reno-Westfalia).

I famigliari furono informati della tragedia da una lettera di un frate cappellano presente all’interno del campo. Da allora per tutti i famigliari fu «disperso». Non ebbero più nessuna notizia e il non aver potuto dare a quel figlio almeno una degna sepoltura fu per i nonni e per i suoi fratelli una ferita che il tempo non riuscì a rimarginare.

Negli anni, per noi nipoti «quello Zio» che aveva rifiutato di aderire al nazifascismo e che per questo aveva pagato con la vita, era diventato il «nostro eroe» e cresceva il bisogno di saperne di più. Ma tutte le «indagini» intraprese non portavano da nessuna parte. Gli elementi a disposizione erano pochi: una lettera dal lager di Hemer e sbiaditi ricordi dei fratelli che con il tempo diventavano più flebili.

Per anni nel rivolgerci alle autorità in cerca di informazioni, avemmo sempre la risposta: «Non abbiamo nessuna notizia sul luogo di sepoltura», seguita immancabilmente dall’invito a rassegnarci: «È passato tanto tempo …». Finalmente nel 1997, «casualmente», durante una visita al Sacrario delle Fosse Ardeatine, un numero di telefono attirò la mia attenzione. Telefonai senza avere ormai più speranza ed invece …

«Il Soldato Calandrelli Arnolfo è sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore a Francoforte sul Meno». Finalmente la mia tenacia era stata premiata. Immediatamente io e mia cugina Margherita organizzammo la partenza per la Germania. Non sapevamo che cosa avremmo trovato ma portavamo con noi tanta speranza, tante emozioni e un «preziosissimo sacchettino».

Arrivammo a Francoforte il 6 agosto 1997, quartiere Westausen, Cimitero Italiano, riquadro P, fila 3, tomba 40… una pietra di granito… Soldato Calandrelli Arnolfo. Che emozione!

calandrelli arnolfo tomba

Io e Margot non parlammo, ci abbracciammo in profondo raccoglimento. Poi in solenne silenzio sparsi sopra quella tomba la terra contenuta nel nostro «sacchettino».

L’aveva raccolta zio Lamberto, uno dei fratelli di Arnolfo, davanti alla casa paterna a Cesacastina, sotto il melo che aveva visto giocare negli anni tutti i bambini Calandrelli, e che, testimone muto, aveva ascoltato (anche lui) i racconti della nonna.

Emozionate, ricordando i nonni e pensando ai fratelli rimasti in Italia, piangemmo insieme. Visitammo il Cimitero, 4788 tombe. Una follia della storia. Provammo tanta tristezza.

Decidemmo di informarci per riportare in Italia lo zio. Con sconcerto scoprimmo che non era possibile. Una legge assurda ne vietava il rimpatrio. E questo fu un ulteriore sopruso.

Tornammo in Italia con tante foto per documentare quello che avevamo visto.

Un anno dopo, una lettera della Presidenza del Consiglio dei Ministri Commissione Interministeriale atti Giuridici Caduti in Guerra ci informava che il Servizio Internazionale di Ricerche di Arolsen in risposta a una mia lettera del 1994 (nella quale si chiedevano informazioni del Soldato Calandrelli) non erano riusciti, malgrado l’impegno, a trovare nessuna informazione …

Risposi indignata, mandando io a loro tutte le informazioni, fornendo anche la posizione del cimitero a Francoforte e invitandoli (visto che sono pagati per questo e visto che non lo avevano fatto fino allora) a contattare i parenti di tutti quei «dispersi» che probabilmente avevano dimenticato di avvertire nel momento della sepoltura e che probabilmente ancora ne erano all’oscuro.

Passarono altri anni e ancora «per caso», navigando su Internet, mi imbattei nel sito «Dimenticati di Stato». Un archivio eccezionale! Con meraviglia scoprii che quella legge vergognosa che vietava il rimpatrio dei «sepolti all’estero» era cambiata. Questo grazie alla caparbietà e alla tenacia di un altro nipote, «Roberto Zamboni», di un altro soldato (Luciano Zamboni). Con una storia alle spalle simile alla nostra, aveva fatto sì che il Parlamento italiano modificasse quella legge. Il sito è una fonte inesauribile di dati catalogati in maniera impressionante.

Con sdegno ho avuto conferma che nessuno, o quasi, dei famigliari di tutti quei «dispersi» era stato avvertito.

Da quell’archivio ho preso le informazioni per riportare in Italia lo zio. I suoi resti sono stati rimpatriati il 25 ottobre del 2011.

Finalmente, dopo 69 anni, riposa nel piccolo cimitero di Cesacastina, tra le sue montagne vicino ai suoi cari.

Il 30 maggio 2012 a Palazzo Valentini, sede della Provincia di Roma, ci hanno consegnato la Medaglia d’Onore insignita al Soldato Calandrelli Arnolfo.

Questa storia vuole essere un omaggio a tutti gli internati, uomini, donne e bambini, che con il loro sacrificio hanno contribuito a far fare un passo avanti alla storia.

Il nostro impegno di nipoti dovrà essere quello di non dimenticare il loro sacrificio facendo conoscere, per quanto è possibile, la loro storia, le loro pene, il loro coraggio.

calandrelli arnolfo rimpatrioConsegna delle spoglie mortali ai congiunti
calandrelli arnolfo rimpatrio 2La sorella Irma veglia le spoglie di Arnolfo

Storie – Pellegrino Bragazzi

BRAGAZZI Pellegrino di Francesco, nato il 29 giugno 1910 a Ramiseto (Reggio Emilia) 1a, 10 – Soldato del 260o Reggimento di Fanteria – Fatto prigioniero sul fronte jugoslavo – Deceduto il 21 marzo 1944 9, 10 – Sepolto nel Cimitero militare italiano d’onore di Berlino (Germania) – Posizione tombale: riquadro 3 – fila 13 – numero 17 – tomba 913 8. Fonti: 1a, 8, 9, 10 – Massimo Andreani (nipote).

 bragazzi pellegrinoPellegrino Bragazzi

Tratto da «La Nazione» del 4 novembre 2012 – Articolo siglato A.M.Z..

Sono tornate a casa, a Sarzana, dopo 68 anni, le spoglie di Pellegrino Bragazzi, morto a 34 anni, con tutta probabilità sotto un bombardamento anglo-americano.

Bragazzi, infatti, come gli altri soldati che in quei giorni stavano combattendo con i tedeschi sul fronte jugoslavo, si trovò, dopo la firma dell’armistizio, a passare dallo status di alleato a quello di nemico.

E come tale venne fatto prigioniero dai tedeschi e portato a lavorare in una delle fabbriche di armi germaniche.

A casa aveva lasciato la moglie Delfina Mori e tre figli: Milena, Silvana e Silvano.

Di lui la famiglia, pur non smettendo di cercarlo, non seppe più nulla fino allo scorso anno.

La ricerca, infatti, nonostante la morte della moglie e del figlio, è proseguita.

Nessuno della famiglia si è arreso e l’anno scorso il professor Massimo Andreani è andato a Berlino Ovest a far visita alla tomba di suo nonno.

«Abbiamo fatto di tutto per riportarlo a casa – spiega il professore.

Siamo riusciti a sapere dove si trovava utilizzando più canali informativi: attraverso la banca dati dedicata a reduci e scomparsi che il Ministero della Difesa ha in rete, il sito «Dimenticati di Stato», creato da Roberto Zamboni di Verona e le informazioni di Don Luigi Fraccari, missionario a Berlino dal 1944 al 1979.

È merito suo se tutti i militari italiani morti nei campi di lavoro sono stati raccolti in cimiteri».

A decidere di far rimpatriare i resti è stata la figlia di Pellegrino, Milena, madre del professore.

Ora le sue spoglie si trovano nel cimitero urbano di Sarzana in attesa del funerale.

Sarà tumulato nella tomba con la moglie. L’aspetto sconcertante è che, sebbene si tratti di soldati morti in guerra, lo Stato italiano non si fa carico delle spese per il recupero e il trasporto delle salme in Patria che restano a carico delle famiglie.

Storie – Giuseppe Bolognino

BOLOGNINO Giuseppe, nato il 21 settembre 1923 a Poggiardo (Lecce) 1a, 10 – Deceduto il 4 novembre 1944 1a, 10 – Sepolto ad Amburgo (Germania) – Cimitero militare italiano d’onore 1a – Posizione tombale: riquadro 3 – fila U – tomba 30 1b. Fonti: 1a, 1b, 10 – Bolognino Carmelo (nipote).

bolognino giuseppeCaporale dei Bersaglieri Giuseppe Bolognino

Poggiardo (Lecce), 15 dicembre 2013

Il 18 ottobre 2013, il caporale dei Bersaglieri Giuseppe Bolognino, deceduto il 4 novembre a Gelsenkirken (Germania) in un campo di concentramento in seguito a dei bombardamenti, sepolto nel cimitero militare di Amburgo, dopo 69 anni è tornato a casa e le sue spoglie, dopo una toccante e solenne cerimonia, sono state sepolte nel cimitero del suo paese, Poggiardo. Io, Carmelo Bolognino, nipote di Giuseppe Bolognino, nel mio intervento (seguito a quello del sindaco e del colonnello di Cavalleria di Lecce) ho ringraziato Lei a nome di tutti i parenti, e per ciò che ha fatto non La dimenticherò mai.

Ricostruzione di Carmelo Bolognino

Chi era Giuseppe Bolognino

 

Nato a Poggiardo il 21 settembre 1923, ottavo dei nove figli di Davide Bolognino e Pasquarosa Maggio, a soli 19 anni partì per Bolzano nel 7° reggimento Bersaglieri.

Dello zio ci sono rimaste soltanto delle foto che lui mandava a casa, e delle lettere che scriveva dicendo che stava bene e chiedendo notizie dei suoi familiari, in particolare di altri due suoi fratelli più grandi che era anche loro in guerra.

Quello che colpisce di più di queste semplici lettere è l’ansia, la preoccupazione di questo ragazzo di soli 20 anni che non riceveva, dal suo punto di vista, risposte esaurienti, probabilmente perché non tutte le lettere arrivavano a destinazione. Dopo il 29 settembre 1943, ad ogni modo, non ci fu più alcuna comunicazione.

Per 67 anni, la Storia ha tenuto nascosti questi uomini, lasciando i familiari nel buio totale, ma poi fortunatamente a volte si trovano persone come Lei. Mi sono rimaste impresse alcune frasi da Lei scritte: «Le persone non si giudicano dal colore della pelle o per le divise che indossano o per la fede politica o religiosa che professano». E ancora di più mi ha colpito questa frase: «Il passato vive sempre, purché anche uno solo lo ricordi».

È per questa frase che ad ottobre del 2011, quando sui giornali locali sono usciti i nomi dei dimenticati di Stato, e tra questi c’era il nome di mio zio, l’unico mio pensiero è stato quello di riportarlo a casa sua, anche se personalmente non l’ho mai conosciuto, visto che sono nato nel 1949. Così è stato e adesso lui riposa accanto ai suoi genitori e a due suoi fratelli.