La Scuola primaria di Sonico (Brescia) sarà intitolata a Giacomo Mottinelli

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MOTTINELLI Giacomo, nato il 20 gennaio 1927 a Sonico / Frazione di Edolo (Brescia) – Arrestato a Sonico e deportato nel Campo di concentramento di Mauthausen – Immatricolato il 4 febbraio 1945 – Matricola 126304 – Deceduto a Gusen/Perg (sottocampo dipendente da Mauthausen) nel maggio del 1945 – Sepolto nel Cimitero militare italiano di Mauthausen (Alta Austria). Posizione tombale: fila 14 – tomba 1145.

Ricostruzione di Ivano Pedersoli (nipote)

Giacomo Mottinelli, nasce a Garda nella contrada dei «Braghete» il 20 gennaio 1927 da Andrea e Teresa. Secondogenito di sei fratelli, trascorre la sua adolescenza aiutando la famiglia contadina. Le condizioni economiche della popolazione, già difficili a quei tempi, precipitano con l’avvento della guerra.

Nel 1944, il primogenito viene chiamato alle armi, da qui, la necessità di un sostentamento alla famiglia, porta Giacomo a trovarsi un’occupazione presso la polveriera di Sonico.

Nell’estate dello stesso anno, Giacomo entra a far parte della 54esima Brigata Garibaldi. Grazie al suo lavoro, riesce a trafugare informazioni e materiale bellico, passandolo al suo gruppo partigiano. Scoperto, nell’autunno del ’44, verrà arrestato davanti alla polveriera di Sonico e rinchiuso presso il comando di Edolo.

I genitori apprendono la notizia, quando, la stessa sera, un gruppo di tedeschi, con il fucile puntato al padre, perquisisce l’abitazione in cerca di munizioni. Fortunatamente non troveranno nulla, evitando la stessa sorte al padre.

Nei giorni a venire, la famiglia riuscirà ad avere dei contatti verbali con Giacomo, attraverso una piccola finestra, ma non sarà loro mai più permesso rivederlo. Mia madre, allora 15enne, ricorda di essere stata con mia nonna a far visita a Giacomo che, trovandosi in un luogo interrato sotto la caserma, era costretto a salire su di una sedia poggiata su un tavolo, per avvicinarsi il più possibile a loro e poter comunicare.

A gennaio, viene trasferito nel campo di Bolzano, dove compirà i suoi 18 anni, e da qui, ammassato su un carro bestiame, partirà per un capolinea chiamato Mauthausen. Sarà l’ultimo viaggio per quel campo. Si sa che arrivò il 4 febbraio, matricola 126304, mestiere dichiarato scalpellino, destinazione Gusen.

Come letto in una testimonianza… «quando sono arrivato a Mauthausen, pensavo di essere all’inferno, Gusen, era l’inferno nell’inferno». Nel campo di Gusen, classificato tra i peggiori campi di sterminio, la vita di un deportato non durava più di 4 mesi. Costretti a lavorare per la realizzazione di gallerie, praticamente al buio, senza un ricambio d’aria, seviziati per ogni ordine non capito o non svolto nei tempi imposti. Rifocillati con mezzo litro di brodaglia per ogni pasto (da loro definita «zuppa»), e un chilo di pane al giorno, fatto con castagne d’india e segatura, ogni 24 uomini. Estenuanti appelli all’aperto, che potevano durare ore prima di rientrare nelle baracche, con temperature che potevano arrivare a -20° e con addosso misere divise da carcerati. Dormivano su pagliericci larghi 80 centimetri, sui quali dovevano trovar posto tre deportati. Per chi si ammalava, spesso l’unica cura era un’iniezione di benzina. Oltre alle violenze fisiche, erano costretti a subire violenze psicologiche, costantemente minacciati dai sadici «kapò», che indicavano, come unica via d’uscita da quell’inferno, gli imponenti camini dei crematori, che giorno e notte spargevano ceneri di corpi già consumati dalla fame e dalle fatiche.

Il 4 maggio, ormai sfinito, Giacomo verrà gettato su una catasta di cadaveri. Dopo un attimo di torpore, ebbe la forza di rialzarsi. Morirà sulla porta della baracca, che per 3 mesi fu casa e speranza, galera e tomba. Il giorno seguente, 5 maggio 1945, le truppe alleate americane, liberarono il campo.

Nell’immediato dopoguerra, i familiari, cercando testimonianze fra i prigionieri di quel campo vennero a sapere che era morto ed era stato cremato. Voci? Verità? Pietas? … chi può dire … forse di fronte al niente, anche le parole possono essere di conforto.

Con il passare del tempo, grazie anche ai nuovi mezzi di trasporto, l’Austria non sembra più essere così lontana, ed ecco che nei primi anni 80, il fratello minore, andrà per la prima volta a Mauthausen. Ci ritornerà più avanti, portando anche una sorella.

Fu in quell’occasione che incontrò un superstite del campo e venne a sapere che il 2 maggio 1945, i forni crematori, vennero spenti e che i morti nei giorni seguenti, furono sepolti dalle truppe americane.

Contattò il Ministero della Difesa, senza però ottenere nulla.

Nell’estate del 2010, grazie a Roberto Zamboni con il suo articolo «Dimenticati di Stato» pubblicato su un quotidiano, scoprimmo che Giacomo Mottinelli, era tra i 65 italiani identificati e sepolti dagli americani dopo la liberazione del campo, nel Cimitero militare italiano di Mauthausen.

Immediatamente, contattai il Ministero della Difesa per avere ulteriori informazioni. Questi si dimostrò molto disponibile e mi fece fare una richiesta scritta a mezzo di raccomandata, alla quale tutt’ora non ho avuto risposta. Le richieste erano molto semplici: se realmente fosse sepolto lì, e la posizione tombale.

Dopo mesi di inutili attese, ricontattai il Ministero, il quale mi richiese nuovamente una domanda scritta, ma data la mia insistenza, non ottenni la posizione tombale, ma la conferma che quanto indicato da Roberto Zamboni, corrispondeva a realtà ma non potendomi però garantire la possibilità del rimpatrio.

Immediatamente invio una nuova richiesta attraverso e-mail.

Alla fine di ottobre, non avendo risposte dal Ministero, ne parlo con degli amici, già coinvolti in questa vicenda, e con loro decido di partire alla ricerca del Cimitero militare italiano di Mauthausen.

Chiedendo informazioni sul cimitero a chi già era stato a Mauthausen, tutti mi indicheranno solo quel lembo di terra a sinistra, in fondo all’Appelplatz (piazzale dell’appello), ma nessuno darà conferma di aver visto un vero e proprio cimitero.

Sarà sempre Zamboni a darmi delle dritte.

La mattina del primo novembre, passando sul lungo ponte del Danubio, entriamo a Mauthausen, troviamo l’indicazione per il Campo di concentramento, che si trova a circa 7 km. sulla sinistra, mentre noi dobbiamo svoltare a destra.

Dopo pochi chilometri, troviamo il cimitero, entriamo: una distesa di croci infinita. Capiamo subito che non sarà una ricerca facile, tutte le croci in granito grezzo chiaro, sono segnate dal tempo, con muschio che annebbia le scritte, decidiamo di dividerci e di iniziare la ricerca, dopo aver scandagliato buona parte del cimitero, ecco che finalmente su una croce leggiamo il nome di Giacomo Mottinelli, l’emozione è grande, subito ripuliamo la croce con una moneta, unico attrezzo a portata di mano. […]

Tornato a casa, con delle certezze, ricontatto il Ministero, la richiesta ora è un’altra: come posso riportare a casa i resti di mio zio.

Passano alcuni mesi, e finalmente, nel febbraio 2011, ottengo le prime risposte: è possibile rimpatriarlo, le spese sono tutte a carico dei familiari. La mia risposta è immediata: procedere con il rimpatrio.

Da qui una lunghissima corrispondenza per e-mail e contatti telefonici, fino a quando, definite le pratiche, mi viene richiesto di pagare in anticipo ed in tempi brevi tutte le spese che dovranno sostenere. Prontamente eseguo il bonifico.

A fine giugno, verrò contattato telefonicamente dal Ministero il quale mi avvisa che il rimpatrio potrà avvenire già nel mese di luglio, e che potrò essere informato solo pochi giorni prima.

La mattina del 27 luglio, una telefonata dal Ministero, mi avvisa che i resti dello zio, sono giunti alla Malpensa da un’ora, e che il ritiro deve avvenire possibilmente entro lo stesso giorno per evitare spese di deposito. Mi organizzo e parto subito per Malpensa dove devo sbrigare ulteriori pratiche e pagare altre tasse doganali. Dopo circa un’ora, sbrigate le pratiche, mi trovo in un grosso capannone con un via vai incredibile di merci, sopra un bancale, avvolto in un banale telo di iuta, mi consegnano i resti.

Non mi aspettavo cerimonie, ma tantomeno che venisse trattato come un pacco di merce qualunque … che squallore … sono incattivito.

Caricati i resti in macchina, riparto per Garda. Si torna a casa …

Penso al suo calvario, al dolore che ha segnato una famiglia, a una madre che per cinquant’anni non ha avuto una tomba su cui piangere, penso a tutte le estenuanti pratiche burocratiche, tra indifferenza e menefreghismo di tutti questi mesi. Credetemi, per arrivare a questo, non ho trovato porte aperte, anzi, molte ho dovuto forzarle. Ancora una volta, mi chiedo se è possibile che nessuno abbia dimostrato sensibilità, rispetto, per questo ragazzo che, come molti altri ha sofferto e dato la vita per il concetto di libertà, che tutti noi, oggi abbiamo.

Sarà solo nei giorni a venire che avrò una visione diversa di tutto questo, nel calore della sua gente, nelle semplici parole, nei piccoli gesti, che però vengono dal cuore e toccano l’anima.

La partecipatissima veglia del 17 agosto dove nessuno ha voluto mancare per dargli il bentornato, ha dimostrato, che ne lui, ne il suo sacrificio, qui, tra la sua gente, sono stati dimenticati.

Il mattino seguente, ha avuto luogo il rito funebre, ed anche qui, l’ennesima mancanza da parte delle istituzioni, il dovuto e tanto promesso picchetto d’onore, non si è visto, ma dopo 66 anni, finalmente so che potrà riposare in pace nella sua terra.

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