Medaglia d’Onore per Angelo Torricelli

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Consegna Medaglia d’Onore ai congiunti di Angelo Torricelli

Angelo Torricelli, figlio di Paolo, nato a Nibionno (Lecco) il 9 settembre 1923 era un soldato del 26° Parco Automobilistico Speciale e si trovava alla data dell’8 settembre 1943 a Tirana. Fatto prigioniero dai tedeschi, venne internato in Germania nello Stalag XI B di Fallingbostel. Morì il 13 agosto 1944 a Bergen Belsen (Bassa Sassonia) e venne inumato in prima sepoltura nel cimitero del campo (Waldfriedhof – blocco I, fila 1, tomba n°17). Nella seconda metà degli anni ’50 venne esumato e traslato dal Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo alla posizione tombale: riquadro 1 / fila D / tomba 15.

Ora le Spoglie di Angelo Torricelli riposano nel Cimitero di Veduggio.

 

Medaglia d’Onore per Oreste Ghidelli

27 gennaio 2018

Caro Roberto,
questa mattina assieme a tutta la mia famiglia ed ai vari nipoti e pronipoti siamo andati a ricevere la medaglia d’onore a nome di Oreste.
Ti ringrazio di cuore per le dritte che mi hai dato che mi hanno permesso di ottenere questa onorificenza che gli rende onore.
[…]

Francesca Fontana



Compagni di un tragico destino – Oreste Ghidelli: un bresciano nel Campo di concentramento di Flossenburg

Medaglia d’Onore alla memoria di Rosario Angione

 

Le comunico che nella giornata odierna (22.01.2018) ho ritirato la medaglia d’onore in favore di mio zio Angione Rosario.
La cerimonia è avvenuta in presenza del Prefetto di Salerno, unitamente ad altre autorità “Arma dei Carabinieri, Sindaci e rappresentanti dell’associazione dei Mutilati ed invalidi di guerra.
La cerimonia dedicata alla giornata della memoria ha visto la consegna di altre due medaglie d’onore riservate la prima a un cittadino di Cava de’ Tirreni (ritirata dal figlio) e l’altra del comune di Sarno (ritirata dal nipote).

La ringrazio per il suo prezioso operato.

Cordialmente Mario Ventre

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Chi era Rosario Angione

Angione Rosario, nato a Laurino (Salerno) il 13 maggio 1922. Soldato del 3° Reggimento Artiglieria Divisione Fanteria. Catturato dai tedeschi sul fronte polacco l’8 settembre 1943 ed internato a Brenna. Ucciso durante un tentativo di fuga il 13 febbraio 1945.


Grazie ad un articolo pubblicato sul sito il 2 dicembre 2016, Mario Ventre di Cava de’ Tirreni, nipote del soldato Angione Rosario, ha potuto conoscere la tragica fine dello zio.

Rosario Angione era nato il 13 maggio 1922 a Laurino (Salerno). Soldato del 3° Reggimento Artiglieria Divisione Fanteria dopo l’8 settembre 1943 era stato fatto prigioniero dai tedeschi ed internato in Polonia.

Nel febbraio del 1945 si trovava a Brenna, una cittadina dell’Alta Slesia dove le SS vi avevano dislocato un lager in cui si trovavano anche prigionieri di guerra italiani.

La zona in quei giorni era sconvolta dai bombardamenti e dalla pressione esercitata dall’Armata Rossa, che avanzava impetuosamente. L’organizzazione nazista stava saltando del tutto.

Il 13 febbraio 1945, 15 soldati italiani ne approfittarono per fuggire mentre era in corso un bombardamento. Dopo una sosta nei boschi, si unirono ai partigiani russi e polacchi. Ormai contavano i giorni che li separavano dalla libertà finale, ma i tedeschi ingaggiarono un combattimento con le unità ribelli che avevano cooptato gli italiani e li catturarono nuovamente.

Le SS ne presero 2 e li uccisero subito con un colpo di pistola alla nuca insieme a 21 russi e a 7 partigiani polacchi rimasti in vita. Gli altri 13 furono rinchiusi in una baracca cosparsa di benzina cui fu appiccato il fuoco.

Tra gli italiani c’era anche Rosario Angione.

Ora il nipote è in contatto con il Professor Ettore Deodato, interlocutore con la Magistratura polacca, che ha iniziato ad indagare sulla strage avvenuta a Brenna.


Articolo sulla strage di Brenna in “Si cercano i parenti dei caduti della strage di brenna”

Stefano è tornato a casa dopo 73 anni

Carissimo signor Zamboni,
è con grandissima gioia e soddisfazione che le trasmetto questi documenti.

Elena Monetti


Monetti Stefano, nato il 17 luglio 1907 a Malnate. Deceduto il 10 ottobre 1945. Sepolto a Monaco di Baviera / Waldfriedhof / Cimitero militare italiano d’onore (Germania). Posizione tombale: riquadro 6 / fila 10 / tomba 29.

 

La Prealpina on line – 16 gennaio 2018

 



Le guerre hanno la natura crudele di seminare dolore e distruzione comprendendo tutto in un alone di spietatezza.
L’esperienza del dolore conduce spesso al silenzio: la parola banalizza quasi sempre lo strazio per la perdita di un figlio o di un compagno di vita o lo sgomento di un bambino che resta orfano senza essere stato, almeno per un po’, tenuto per mano e guidato a non perdersi.
Chi sfoggia con superficialità una retorica che, troppo spesso, rasenta la più pacchiana volgarità probabilmente considera solo con cinismo questi accadimenti umani.
Bisognerebbe invece guardare la storia con più misericordia, portarne un po’ il peso e trasferirne la cognizione a chi viene dopo di noi. Dimenticare offende innanzi tutto la propria dignità.
Oggi è un giorno speciale per le figlie ed i famigliari di Stefano Monetti: nel gennaio di due anni fa da un giornale locale se ne è appreso, per caso, il luogo di sepoltura cercato per una vita. Lo stupore e l’emozione sono stati intensi e coinvolgenti: si può dire che i suoi resti “tornino a casa” dopo essere stati, di fatto, “dispersi” per più di settant’anni.
La moglie, al termine della seconda guerra mondiale, aveva confidato nel suo ritorno per ricominciare finalmente una vita normale. Diversamente da ciò che si aspettava, restò sola a crescere le sue bambine che il padre l’avevano tanto atteso e immaginato. Con grande forza d’animo e molto lavoro contribuì a ricomporre il suo pezzettino di patria distrutta. La tomba di suo marito, là dove i documenti la indicavano, non è mai stata trovata e questo le ha costantemente lasciato un vuoto amaro ed opprimente.
È un grande rammarico che proprio lei, che lo ha cercato per tutta la vita, non ci sia più perché forse oggi troverebbe un po’ di meritata consolazione per quel dolore rimasto sospeso così a lungo.
Stefano è mio nonno.
Nacque nel 1907, il 17 di luglio in vicolo Madonnina a Malnate, sesto di nove fratelli. Non è facile ricucire le fila della sua esistenza: i ricordi a lui legati si perdono con le persone che non ci sono più. Le sue figlie non lo hanno mai conosciuto perché quando partì per la guerra erano piccolissime: una aveva solo quasi tre mesi. La nipote Franca, la sola vivente che lo abbia conosciuto, riferisce che era uno zio gentile, era stato suo padrino di Battesimo e per farla felice, a Natale le regalava quaderni e pastelli colorati in un epoca in cui ci si accontentava di poco.
Già padre di famiglia e non più giovanissimo, fu richiamato alle armi nel 1941. Dopo un servizio in un cantiere bellico in provincia di Pescara rientrò per qualche tempo a casa, e dal febbraio del 1943 fu assegnato alle operazioni di guerra svoltesi nella Scacchiera del Mediterraneo quale effettivo al 501°Reggimento Costiero (Mobilitato) di Fanteria. Nel luglio dello stesso anno, durante la permanenza sulla costa del golfo di Gela nei pressi di Scoglitti in provincia di Ragusa, poche ore dopo l’invasione degli alleati in Sicilia, fu catturato e condotto in un campo di concentramento in Africa settentrionale, probabilmente in Tunisia.
Dopo l’8 settembre aderì come altri prigionieri italiani ai corpi di collaborazione con gli alleati Inglesi ed Americani, arruolato in uno speciale reparto sanitario : l’” 8043rd Medical Sanitary Company” appena costituita con mansioni di servizio e di supporto all’allestimento degli ospedali militari.
In forza a questa compagnia, nel ‘44 fu trasferito dalla Tunisia a Orano in Algeria, poi in Scozia, poi nell’Inghilterra meridionale dove restò fino all’inizio del ‘45; nel febbraio del 1945 fece ritorno in continente sotto il comando del Ten. Thomas A. Hyde: per qualche settimana a Bar Le Duc, nel dipartimento della Mosa in Francia nord orientale; a partire da Aprile a Mainz, in Germania vicino a Francoforte, seguendo sempre più da vicino i movimenti del fronte che avanzava. La linea di fronte è in quei giorni a trenta km dall’ospedale, ma il rapido avanzare delle truppe determina il trasferimento congiunto di ospedale e compagnia che avviene il 21 Aprile nelle vicinanze di Norimberga. Qui la compagnia giunge mentre erano ancora in corso le operazioni di rastrellamento e le fanterie erano passate da tre o quattro giorni. Nell’abitato della città si combatte ancora. In poche ore l’ospedale sorge ed accoglie già i feriti.
Gli eventi precipitano su tutti i fronti. I Russi combattono dentro Berlino mentre le armate tedesche del nord si arrendono senza condizioni. È la fine della Germania nazista e della guerra. Il colonnello comandante fa innalzare la Bandiera Italiana accanto a quella Americana.
È il Maggio del 1945 e la resa è stata firmata in Francia.
Il lavoro all’ospedale continua mentre la guerra è finita.
Le notizie su di lui si interrompono con la fine della guerra in Europa e delle vicende descritte nel diario della Compagnia che il Cap. Nicolò Camizzi inviò alla famiglia dopo la sua morte.
Stefano continuò il servizio col suo reparto nell’attesa di ritornare al più presto nella sua terra con tutti gli altri soldati. Dai certificati, la morte è avvenuta il 3 ottobre 1945 a Garmisch Partenkirchen in Baviera. Considerando gli spostamenti degli anni precedenti, era davvero a due passi da casa.
I documenti recapitati alla moglie assieme al certificato di morte, attestano che fu sepolto nel cimitero militare americano di St Mihiel in Francia, ma a St Mihiel non esistono cimiteri militari americani. Da subito e fino agli anni ’90, le ricerche e le richieste di informazioni furono rivolte a più riprese alle amministrazioni italiane, francesi ed anche statunitensi poiché al momento del decesso egli faceva parte dell’esercito americano, sempre con esito negativo.
Il luogo di sepoltura iniziale quasi certamente era un altro, probabilmente nella stessa Garmisch, ma l’informazione sbagliata ha impedito alla moglie e alla famiglia il ritrovamento dei suoi resti fino ad oggi.
Con gli accordi tra Francia, Italia e Germania sulla gestione dei sepolcreti e dei sacrari militari in terra straniera della fine degli anni ‘cinquanta, il Ministero della Difesa poté iniziare un’opera di ricerca e traslazione dei resti dei caduti da varie località verso alcuni cimiteri d’onore. I resti dei caduti ritrovati in Germania meridionale furono posti nel Cimitero Militare Italiano d’Onore di Monaco di Baviera.
“Cara nonna, sono certa che in cuor tuo abbia sempre sperato nel miracolo: un ritrovamento in un luogo inaspettato, magari in uno dei tanti cimiteri di guerra che eri solita visitare, o forse immaginavi semplicemente che in uno dei tanti ossari potesse essere finito anche tuo marito e quel tuo rendere omaggio ad “ignoti” ti regalava un po’ di quiete.”
Per noi riportarlo qui è un atto naturale ed un dovere.
Oggi, finalmente, non c’è più la profonda frustrazione causata dal suo essere “disperso”e ci si accorge di quanto fosse importante conservarne viva la memoria seguendo l’esempio coerente e costante di chi lo aveva amato.
In seguito alle ricerche di Roberto Zamboni a partire dal 1994, consultando archivi e incrociando varie fonti, sono divenute disponibili informazioni dettagliate sui luoghi di sepoltura di migliaia di connazionali in Germania, Austria e Polonia morti a causa della guerra. Le sue ricerche presero avvio da un caso per alcuni aspetti simile a quello di Stefano Monetti.
Egli svolge un lavoro prezioso di matura coscienza sociale. Un grazie accorato perché senza le sue informazioni non ci sarebbe stato questo rimpatrio e molti altri.
Il nostro ringraziamento va anche a La Prealpina che pubblicò parte della lista di Zamboni nell’edizione del 29 gennaio 2016. Tra i nomi di 130 caduti originari della provincia di Varese c’era quello di Stefano Monetti e di altri malnatesi.
Da quel momento ha preso avvio la richiesta di concessione dei resti inoltrata dalla famiglia al Ministero della Difesa secondo normativa. Il Parlamento della Repubblica Italiana, su petizione dello stesso Zamboni, ha abrogato nel 1999 la legge 205/1951 che fino ad allora vietava la traslazione delle spoglie di caduti di guerra.
Siamo ugualmente riconoscenti al Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti del Ministero della Difesa, l’ente che custodisce i luoghi della memoria militare e in particolare al Ten. Col. Pasquale Di Maio che ha svolto con massima trasparenza le verifiche e i sopralluoghi richiesti dalla pratica. Un ringraziamento particolare al Dott. Ricciardi del Consolato Generale d’Italia presso Monaco di Baviera che ha seguito questa ricongiunzione con grande calore umano.
Grazie al Sig. Sindaco ed all’Amministrazione del Comune di Malnate per la delicata riconoscenza nell’accogliere le spoglie di questo concittadino.
Infine, siamo particolarmente grati ai rappresentanti del Comando Militare dell’Esercito Lombardia e delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma per il loro intervento e per gli onori resi al nostro caduto.
Caro nonno, guardando l’ultima fotografia ricevuta dalla nonna in quegli anni, scattata con i tuoi commilitoni in un attimo di riposo, vedo il volto di un uomo buono, stanco, dall’aria paziente. Ti penso con immensa ed intensa gratitudine per l’esempio che hai consegnato al futuro, per aver compiuto, come tutti i soldati in guerra, un dovere così estremo e per aver obbedito al tuo destino, ben conscio che nella vita “nulla è dovuto”.
Noi eredi portiamo la fierezza e l’onore del tuo sacrificio e riportarti a casa fa bene a noi e ai nostri figli: non vogliamo allontanare la nostra storia perché arricchisce la nostra umanità: ciò che è stato ci consegna la forza e la necessità della Memoria senza la quale non sapremmo dove siamo diretti.
Finalmente non sei più solo, noi siamo vicini, tu e la nonna siete ricongiunti.
La vostra pace sia anche nostra.

Elena Monetti

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Una “Pietra d’inciampo” per Renzo Montecroci


Anche Renzo Montecroci, grazie al pronipote Fabrizio, ha avuto la sua Pietra d’inciampo.


Ma chi era Renzo Montecroci?

Foto tratta da http://alboimicaduti.it

Renzo Montecroci di Pietro, era nato il 20 marzo 1919 a Toano (Reggio Emilia). Soldato del 4° Reggimento Alpini venne catturato dai tedeschi al Brennero il 9 settembre 1943 e deportato in Germania, prima nello Stalag I B di Hohenstein e poi nello Stalag X A di Schleswig, dove gli fu assegnato il numero di matricola 9875.

Trasferito nella zona di Amburgo, il 27 luglio 1944, Renzo rimase vittima di un bombardamento aereo degli alleati.

Inumato in prima sepoltura in un cimitero secondario, nella seconda metà degli anni ’50 venne traslato dal Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo al riquadro 5, fila E, tomba 17.

I suoi resti saranno rintracciati e poi rimpatriati il 26 settembre 2012.


Scheda di ricerca dell’Ufficio Informazioni Vaticano per i Prigionieri di Guerra (Archivio Segreto Vaticano)
Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo


Tratto da la «Gazzetta di Reggio» del 27 settembre 2012 – Articolo di Miriam Figliuolo

“Partirono in due, dei cinque fratelli maschi, e solo uno, alla fine della guerra, fece ritorno. Di Renzo, invece la mamma e il papà, Pietro Montecroci e Domenica Gualtieri, non seppero più nulla. Se non notizie frammentarie e vaghe fino a quella, straziante, della sua morte, nel 1944, in un campo di concentramento in Germania.

Gli anni passarono e dei poveri resti di Renzo e di cosa ne fosse stato di lui dopo la deportazione in Germania, nessuno seppe più niente. Fu questo uno dei più grandi dolori che Pietro e Domenica si portarono nella tomba.

Come loro gli altri figli, i fratelli e le sorelle di Renzo, Luigi, Francesco, Adalgisa, Noemi, Marina, Nino e Mario, che ogni volta, tra le lacrime, raccontavano ai loro figli di quello zio, loro fratello, partito Alpino poco più che ventenne e mai più ritornato. Un dramma raccontato di padre in figlio e di madre in figlio, anche alle generazioni successive, di una famiglia, la Montecroci molto numerosa.

Oggi, a distanza di poco più di 67 anni dalla fine della guerra, e dopo 68 anni e due mesi dalla sua morte, avvenuta il 27 luglio 1944 quando aveva poco più di 25 anni, Renzo Montecroci, o meglio quello che resta del suo corpo, è tornato finalmente a casa. La sua sepoltura, nel piccolo cimitero di Corneto, accanto alla mamma e al papà, sarà una festa, per i Montecroci e per tutta Toano. Avrà luogo domenica a partire dalle 9.

Ieri, su un volo con scalo a Bologna, sono rientrate in Italia le spoglie, finora custodite in una tomba nel cimitero militare Öjendorf ad Amburgo, dove il suo corpo è finito, in nome del «privilegio» concesso ai militari dai tedeschi: essere sepolti in una fossa singola invece di una comune. A realizzare il sogno a lungo e invano vagheggiato da Pietro e Domenica e dai loro figli, tutti ormai morti, è stato l’impegno e la volontà dei nipoti e pronipoti di Renzo. Un obiettivo raggiunto grazie a un iter burocratico previsto dallo Stato italiano, che i Montecroci non conoscevano fino a poco tempo fa e che non avrebbero comunque potuto avviare non sapendo dove si trovavano i resti del loro congiunto.

A dare una svolta è stato l’incontro con Roberto Zamboni, autore di una lunga e sofferta ricerca, pubblicata su internet (www.dimenticatidistato.com) e Facebook, su i «Dimenticati di Stato»: l’elenco di 16mila Caduti italiani e il luogo preciso dove sono sepolti; con l’intento specifico di aiutare i congiunti a riavere le spoglie dei propri cari.

Fabrizio Montecroci, pronipote di Renzo, che ha curato le pratiche di rientro della salma inoltrate al Ministero della Difesa, racconta: «È stata una serie di circostanze fortuite e concomitanti che ci hanno portato fino a Zamboni. Prima la scoperta, a febbraio, della sua ricerca da parte di un mio cugino, sempre un Montecroci.

Poi un incontro pubblico organizzato a Casina proprio con Zamboni, l’aprile scorso, di cui venni a conoscenza leggendo la Gazzetta di Reggio un sabato mattina, l’unico giorno in cui ho tempo di leggere il giornale. Ci andai e, al momento del dibattito, mi feci avanti. Il nome di Renzo era nel suo elenco. Mi spiegò come fare per farlo tornare a casa».

Con il papà Romano, figlio di una sorella di Renzo, Marina, Fabrizio è volato ad Amburgo per vedere dove il prozio aveva riposato in tutti questi anni. Ieri padre e figlio sono andati a Bologna a riprendersi le spoglie per riportarle a casa.


Il diario di Carlo Sacchi


Salve, vi scrivo dalla provincia di Alessandria. Volevo chiedervi se possibile pubblicare sul vostro profilo questo articolo scritto l’anno scorso. Sono alla ricerca di un diario di prigionia lasciato da mio nonno, internato nel lager di Auschwitz, e morto ad Arco di Trento nel Sanatorio Morgagni. Lasciò in punto di morte a un suo compagno di letto il suo diario di prigionia. Chissà che possa saltare fuori… che qualche parente lo abbia custodito. Grazie


Per contatti su Facebook: Romano Sacchi


I Caduti di Dortmund


Pubblico alcuni elenchi provenienti dagli Archivi dell’ITS di Arolsen con i nominativi di italiani morti a Dortmun tra il settembre del 1939 e il maggio del 1945.

Le Spoglie di gran parte di questi caduti sono state traslate nei cimiteri militari italiani (quasi esclusivamente a Francoforte sul Meno) ed inumate in fosse singole (dove si trovano tuttora).

Altri Caduti, non identificabili per mancanza di dati anagrafici o altro, sono stati traslati a Francoforte sul Meno e sepolti come “ignoti” (dall’elenco generale delle sepolture depositato presso Onorcaduti ne risultano almeno 16 provenienti da Dortmund).


LISTE DI ITALIANI DECEDUTI A DORTMUND (Fonte Archivio ITS – Bad Arolsen)

Le liste che seguono riportano i nominativi dei nostri connazionali morti a Dortmund (in prigionia o per cause di guerra). Questi nomi, molto spesso sono stati storpiati all’atto della trascrizione, quindi vanno letti con estrema attenzione e presi con beneficio d’inventario.