Giuseppe Costantini tra i Caduti sepolti a Francoforte

“Ciao, complimenti per il tuo lavoro, abbiamo ritrovato oggi il fratello di mio nonno disperso in guerra che ora giace a Francoforte e ci organizzeremo per andare. Ho visto delle foto con dei resti ma è possibile rimpatriarli? Siamo scossi ed emozionati, la mia bisnonna ha atteso per anni il suo ritorno e non ha mai saputo dove fosse. Giorgia”


“Cara Giorgia, questi i dati che ho archiviato sul tuo parente:

Costantini Giuseppe, nato il 3 settembre 1922 a Castel Frentano (Chieti) – in altri documenti risulta essere nato a Roma. Marò. Fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 ed internato in Germania nello Stalag XII D di Treviri (Trier). Trasferito allo Stalag XII F di Freinsheim. Morto per polmonite a Neunkirchen il 14 marzo 1944 (in altri documenti risulta essere deceduto nel dicembre 1943). Inumato in prima sepoltura nel Cimitero principale di Neunkirchen/Saar. Nella seconda metà degli anni ’50 venne esumato e traslato dal Ministero della Difesa nel Cimitero militare italiano d’onore di Francoforte sul Meno (Friedhof Westhausen) dove si trova tuttora, alla posizione tombale: riquadro K / fila 2 / tomba 24.

Tra le schede di ricerca dell’Ufficio Informazioni Vaticano per i Prigionieri di Guerra (Archivio Segreto Vaticano) ne ho trovate due che si riferiscono al Costantini Giuseppe che stai cercando. Il nome compare nell’elenco 743: elenco spedito da Bolzano nel mese di agosto e giunto il 10 settembre 1945 relativo a circa 1000 deportati in Germania deceduti, malati o in attesa di rimpatrio, suddiviso per provincia di appartenenza e trasmesso al vicariato di Roma dal Comitato di assistenza ai rimpatriati e nell’elenco 304/E: elenco di 3464 prigionieri civili e militari internati in Germania, compilato in base alla corrispondenza originale trasmessa all’Ufficio Informazioni dalla Croce Rossa internazionale.

Inoltre ho trovato una dichiarazione fatta da un superstite sulla sorte del Costantini (attualmente depositata presso l’Archivio di Stato di Bolzano) – (vedi allegato).

Ti allego anche la foto della tomba.

Roberto Zamboni


 

Ufficio Informazioni Vaticano per i Prigionieri di Guerra (Archivio Segreto Vaticano)

costantini giuseppe archivio bolzano
Elenco testimonianze al rientro dall’internamento (Archivio di Stato di Bolzano)
Tomba di Costantini Giuseppe nel Cimitero militare italiano d’onore di Francoforte sul Meno

Questo ragazzo nella foto era il fratello di mio nonno, Giuseppe, detto Peppe o Peppino perché era il più piccolo di 4 fratelli. Peppino partì per la guerra appena 20enne e non tornò mai più. Negli anni la famiglia non seppe mai dove fosse, non ricevette notizie né ebbe una tomba su cui piangere. Nei racconti di mio nonno ricordo ancora la commozione di chi non si è rassegnato mai alla scomparsa di un fratello, partito e non tornato.
Quando ero piccola, nei racconti, era “lo zio morto in guerra” di cui erano rimaste solo molte foto in bianco e nero tra gli album dei miei nonni. Personalmente non ho mai pensato di avviare ricerche in internet: l’ho sempre creduto disperso e quindi impossibile da ritrovare. Così per me “scomparso” significava davvero “mai più ritrovato” e per questo non ho neanche mai provato a cercare.
La settimana scorsa però, tra le tovaglie di casa, è inspiegabilmente apparsa una cartolina da lui inviata nel febbraio del ’44 dal campo di lavoro XII F in Germania.
Per curiosità abbiamo iniziato delle ricerche in internet sui campi di lavoro ma mai avrei potuto immaginare che dopo 75 anni sarei riuscita a ritrovare mio zio!
Grazie all’impegno di Roberto Zamboni e della sua pagina Dimenticati di Stato dell’esistenza dell’albo IMI caduti alboimicaduti ( per info sugli IMI leggete qui) La resistenza dei militari italiani nei lager imi

abbiamo scoperto le tappe della deportazione di nostro zio, fino a sapere che è sepolto nel cimitero militare italiano d’onore a Francoforte, in Germania.

Non riesco a spiegare l’emozione che ho provato in quel momento e al contempo il grande dispiacere di non aver saputo prima. Soprattutto ho pensato a mio nonno, a quanto sarebbe stato più sereno se solo avesse potuto sapere dove fosse suo fratello, dignitosamente sepolto, mentre gli anni continuavano a passare senza che le risposte arrivassero.
Nessuno lo ha più cercato e invece, mentre una famiglia piangeva un giovane figlio scomparso, lui stesso aveva ricevuto una degna sepoltura così lontano da casa ( nelle storie tramandate si diceva fosse morto in Russia o in Germania).
Scrivo questo post chiedendo ai miei contatti di condividere per consentire di far conoscere questa storia alle famiglie che stanno ancora cercando i loro cari scomparsi in guerra. Lo scrivo anche per coloro che hanno rinunciato a cercare, convinti che gli “scomparsi” non siano presenti in alcun archivio ufficiale.
Mi piace pensare che mio zio abbia voluto farsi ritrovare dopo 75 anni e senz’altro presto andremo a rendergli omaggio.

Giorgia

Rintracciati in Francia i parenti del veronese Bruno Arcole

Buongiorno,
Grazie al Suo sito internet ho trovato il luogo di sepoltura di mio zio Bruno dopo 75 anni di ricerche.

Lui era nato in Italia e viveva in Francia quando è partito per la guerra.
È nell’elenco dei soldati sepolti a Francoforte sul Meno. […]

Grazie

Maggy Triqueneaux


Cara Maggy,
tuo zio si trova attualmente sepolto nel Cimitero militare Italiano d’onore di Francoforte sul Meno (Friedhof Westhausen) in Germania. I suoi resti mortali sono stati esumati dal cimitero di Aulenbach dal Ministero della Difesa italiano nella seconda metà degli anni ’50 e sepolti nel Cimitero militare Italiano d’onore di Francoforte sul Meno. Non sono in fossa comune ma in una tomba singola.

Questi sono i dati che ho di tuo zio:

Arcole Bruno, nato il 15 agosto 1920 a Soave (Verona). Soldato del 4° Reggimento Artiglieria Contraerea. Fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 ed internato in Germania. Morto il 25 febbraio 1945. Inumato in prima sepoltura nel cimitero del lager ad Aulenbach (ora villaggio abbandonato nell’area urbana di Baumholder, distretto di Birkenfeld, Renania-Palatinato). Esumato e traslato nella seconda metà degli anni ’50 nel Cimitero militare Italiano d’onore di Francoforte sul Meno (Friedhof Westhausen) alla posizione tombale riquadro H, fila 2, tomba 20.

La tomba di Bruno Arcole a Francoforte sul Meno

1943 / 1945 – Anni frantumati

Ricostruzione di Ludovica Sestilli


Fin da piccola ho conosciuto la storia della famiglia di mio padre.
La madre, nonna Sarah, era ebrea, e come lei tutta la numerosa famiglia che viveva in varie regioni italiane, ma anche all’estero.
Da questa “colpa” stigmatizzata dalle leggi razziali, frutto di un’ideologia folle (e non, come erroneamente molti sono portati a credere, messa in piedi da un pazzo, accecato dall’odio per cui gli ebrei erano non una razza inferiore, ma una “non razza”) ebbero origine tutte le vicissitudini che mi appresto a raccontare, essendo riuscita nel tempo a riunire i pezzi di questo puzzle, che si iscrive in quella immensa tragedia che è la Shoah.

Gian Franco Sestilli, vittima delle leggi razziali, estromesso dalla scuola così come la sorella, Gemma (detta Mimmi)

Mio padre, con la sorella e con i genitori, abitavano ad Ancona, dopo la promulgazione delle leggi razziali furono estromessi dalla scuola e braccati dalle SS che cercavano la loro madre, nonna Sarah.
Il racconto che segue è tratto da alcuni spezzoni di un testo della stessa zia Mimmi (Gemma Sestilli), quindi sono le sue parole che ho estrapolato, lo dico per amore di chiarezza e per non appropriarmi di cose non scritte da me direttamente.
La zia Mimmi raccontava: “Se qualcuno mi avesse detto che in quella bella casa nel centro di Ancona, dove ricevevamo parenti, amici e compagni di scuola (io avevo 17 anni, mio fratello 15) non avremmo mai più vissuto, non gli avrei creduto. Invece fu così”.
Vissero così molti mesi in fuga, prima a Sirolo, poi in una soffitta a Fermo.
Un giorno al bar l’altoparlante della radio a massimo volume, diede notizia dell’Armistizio. Si tornava a casa! La vita poteva ricominciare!
L’illusione durò poco: le ultime parole di Badoglio furono una doccia fredda: “La guerra continua”.
Si dovettero rendere conto che i tedeschi erano in casa, non più alleati ma intrisi di odio, pretendendo che le loro leggi, ideologie e sistemi fossero validi anche per loro, mentre la concezione dell’antisemitismo, e la legge di Norimberga ricadevano sulla loro testa.
Per non far cadere la famiglia nell’apatia e combattere lo sconforto, mia nonna che era la forza della famiglia, mentre mio nonno (non ebreo, anzi ateo) era caduto in piena depressione, portò dalla casa rastrellata qualche libro dell’enciclopedia, gli scacchi e le carte da gioco, per tenere il cervello impegnato e fare a gara a chi imparava più voci dell’enciclopedia.

Sarah Gnagnatti, ritratta ad Ancona sul Monte Conero con il cane Bry

Una sera, mentre stavano giocando a carte, si udì un colpo alla porta dell’albergo dove soggiornavano e il cameriere chiamò mia nonna Sarah dicendo che un giovane stava cercando proprio lei.
Ebbe una breve conversazione con quel ragazzo, che le consegnò qualcosa e se ne andò.
Mia nonna con fare veloce disse: “Buonanotte sono stanca”.
Nel frattempo, zia era rimasta al tavolo dove stavano giocando a carte con una contessa, simpatizzante nazifascista, che quindi andava assolutamente trattenuta per non farle intuire nulla, mentre mio nonno raggiunse la moglie.
Zia e papà salirono dopo poco e trovarono l’armadio svuotato, borse aperte sui letti, ma soprattutto lunghe e larghe cinture di tela bianca, cucite con grande inventiva e destrezza, piene di banconote.
Quel giovane era il garzone del loro parrucchiere ad Ancona che, sfidando il coprifuoco, era venuto a consegnarle un biglietto inviatole da una zia di Ancona sul quale era scritto: “Il medico dice che l’aria di Fermo fa molto male ai bambini”.
Compreso il messaggio, nonna decise che non sarebbero rimasti un minuto di più.
Era l’ottobre 1943 e riuscirono a fuggire grazie ad un compiacente autista che in un pagliaio nascondeva una Balilla.
Dopo mezz’ora le SS erano sotto casa.
Solo anni dopo, tornando in quella stanza, seppero che i tedeschi erano arrivati a loro grazie alla delazione del figlio di un gerarca fascista.
Arrivarono tra mille peripezie a Porto Recanati dove trovarono rifugio presso la casa di un amico di mio nonno, che nemmeno sapeva nonna fosse ebrea.
Per tutto il periodo della loro permanenza s’inventarono di essere profughi di Rimini e per mia nonna fu deciso (da nonno) che si sarebbe chiamata Maria. In questo modo riuscirono a salvarsi dalla deportazione.
Mio padre rimase talmente traumatizzato da ciò che visse durante la guerra che il solo sentire parlare in tedesco lo faceva finire nel panico. Come molto spesso accade, riuscì a superare le sue paure affrontandole in una strana maniera, cioè mettendosi a studiare proprio il tedesco. Lo imparò talmente bene che, durante una riunione a Francoforte qualcuno gli disse che per essere tedesco parlava molto bene l’italiano!

Il caposaldo della famiglia, la mia bisnonna Gina Coen Piazza (dei Piazza di Livorno) con i quattro figli: (da sinistra) zio Ugo, nonna Sarah, zio Enrico e zia Aurora

Trevigiani sepolti a Berlino

Ricevo e pubblico

“Carissimo Zamboni, ho già avuto modo di scriverle e mandarle del materiale, sulle mie ricerche sugli IMI. Il giorno 5 giugno mi trovavo a Berlino e ho voluto visitare il Cimitero Militare Italiano d’Onore.
Come lei sa, il luogo si trova nella periferia e ho avuto modo con l’elenco dei Caduti della Provincia di Treviso di fotografare tutte le tombe con tutti i nomi.

[…]

Devo dire che il luogo è tenuto bene, anche se all’ingresso non c’è una presenza fissa ma solo a richiesta al Consolato Italiano. Io avendo l’elenco tratto dal Suo Sito non ho avuto difficoltà. Distinti Saluti

Baratto Pietro”


CADUTI DELLA PROVINCIA DI TREVISO SEPOLTI NEL CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE DI BERLINO


ASOLO

SIBILLIN BRUNO, NATO IL 12 OTTOBRE 1923 AD ASOLO (TREVISO) – SOLDATO – DECEDUTO A STEGLITZ (QUARTIERE DI BERLINO) IL 31 AGOSTO 1944 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 2 – FILA 9 – NUMERO 8 – TOMBA 459. FONTI: 1A, 9BROTTO MARCO, NATO IL 18 OTTOBRE 1907 A BORSO DEL GRAPPA (TREVISO) – SOLDATO – DECEDUTO IL 23 APRILE 1945 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 1 – FILA 10 – NUMERO 15 – TOMBA 193. FONTI: 1A, 9


BORSO DEL GRAPPA

BROTTO MARCO, NATO IL 18 OTTOBRE 1907 A BORSO DEL GRAPPA (TREVISO) – SOLDATO – DECEDUTO IL 23 APRILE 1945 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 1 – FILA 10 – NUMERO 15 – TOMBA 193. FONTI: 1A, 9


CARANO SAN MARCO

BANDIERA LINO, NATO IL 7 SETTEMBRE 1924 A CAERANO DI SAN MARCO (TREVISO) – SOLDATO – DECEDUTO IL 18 AGOSTO 1944 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 3 – FILA 1 – NUMERO 20 – TOMBA 621. FONTI: 1A, 9

 


CASTELFRANCO VENETO

SIMIONI GAETANO, NATO IL 21 GIUGNO 1912 A CASTELFRANCO VENETO (TREVISO) – CAPORALE – DECEDUTO IL 5 FEBBRAIO 1944 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 4 – FILA 2 – NUMERO 14 – TOMBA 1081. FONTI: 1A, 9


CESSALTO

LORENZON VITTORIO EUGENIO, NATO IL 5 SETTEMBRE 1924 A CESSALTO (TREVISO) – SOLDATO – DECEDUTO IL 27 LUGLIO 1944 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 3 – FILA 11 – NUMERO 17 – TOMBA 866. FONTI: 1A, 9


CORDIGNANO

MUTTON LINO, NATO IL 17 OTTOBRE 1915 A CORDIGNANO (TREVISO) – DECEDUTO IL 9 MARZO 1945 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 2 – FILA 11 – NUMERO 21 – TOMBA 516. FONTI: 1A, 9


FARRA DI SOLIGO

PEDERIVA DIONISIO, NATO IL 28 GIUGNO 1921 A FARRA DI SOLIGO (TREVISO) – SOLDATO – DECEDUTO IL 28 MARZO 1945 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 1 – FILA 15 – NUMERO 4 – TOMBA 307. FONTI: 1A, 9


ISTRANA

CENDRON CLEMENTE, NATO IL 12 LUGLIO 1923 A ISTRANA (TREVISO) – SOLDATO – DECEDUTO IL 7 MAGGIO 1944 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 3 – FILA 14 – NUMERO 5 – TOMBA 923. FONTI: 1A, 9


MASERADA SUL PIAVE

MENEGAZZI RUGGERO, NATO IL 20 AGOSTO 1923 A MASERADA SUL PIAVE (TREVISO) – SOLDATO – DECEDUTO IL 7 MAGGIO 1944 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 3 – FILA 7 – NUMERO 4 – TOMBA 756. FONTI: 1A, 9


PIEVE DI SOLIGO

PADOIN GIOVANNI, NATO IL 28 SETTEMBRE 1913 A PIEVE DI SOLIGO (TREVISO) – SOLDATO – DECEDUTO IL 3 MARZO 1944 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 4 – FILA 6 – NUMERO 3 – TOMBA 1149. FONTI: 1A, 9


QUINTO DI TREVISO

SCABORRO O SCABORO PIETRO, NATO IL 24 GENNAIO 1910 A QUINTO DI TREVISO (TREVISO) – CAPORALE – DECEDUTO IL 2 FEBBRAIO 1944 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 4 – FILA 2 – NUMERO 3 – TOMBA 1070. FONTI: 1A, 9


RIESE PIO X

GAETAN CARLO LUIGI, NATO IL 30 SETTEMBRE 1916 A RIESE PIO X (TREVISO) – CAPORAL MAGGIORE – DECEDUTO L’11 APRILE 1944 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 4 – FILA 7 – NUMERO 15 – TOMBA 1180. FONTI: 1A, 9


SALGAREDA

BATTISTIOL LUIGI, NATO IL 7 APRILE 1903 A SALGAREDA (TREVISO) – DECEDUTO IL 6 AGOSTO 1947 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 2 – FILA 12 – NUMERO 7 – TOMBA 524. FONTI: 1A, 9


SERNAGLIA DELLA BATTAGLIA

ZAMBON SANTE, NATO IL 16 GIUGNO 1924 A SERNAGLIA DELLA BATTAGLIA (TREVISO) – SOLDATO – DECEDUTO IL 23 APRILE 1945 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 1 – FILA 9 – NUMERO 14 – TOMBA 167. FONTI: 1A, 9


TREVISO

ANZANELLO GIACOMO PIETRO, NATO IL 29 GIUGNO 1924 A TREVISO – SOLDATO – DECEDUTO IL 16 MAGGIO 1944 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 3 – FILA 6 – NUMERO 13 – TOMBA 739. FONTI: 1A, 9


CRESPAN VIRGINIO, NATO IL 23 MAGGIO 1898 A TREVISO – CIVILE – DECEDUTO IL 17 NOVEMBRE 1941 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 2 – FILA 2 – NUMERO 11 – TOMBA 349. FONTI: 1A, 9


VALDOBBIADENE

VETTORETTI BENIAMINO, NATO L’11 MAGGIO 1886 A VALDOBBIADENE (TREVISO) – CIVILE – DECEDUTO IL 13 MAGGIO 1942 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADR 2 – FILA 4 – NUMERO 1 – TOMBA 368. FONTI: 1A, 9


VEDELAGO

BANDIERA EMILIO, NATO IL 10 OTTOBRE 1924 A VEDELAGO (TREVISO) – SOLDATO DEL 38° REGGIMENTO DI FANTERIA / 7A COMPAGNIA RECLUTE / TORTONA (ALESSANDRIA) – PRIGIONIERO DEI TEDESCHI – INTERNATO NELLO STAMMLAGER III D / KOMMANDO 783 – MATRICOLA 106178 – DECEDUTO L’11 GENNAIO 1944 – SEPOLTO A BERLINO GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 3 – FILA 19 – NUMERO 11 – TOMBA 1038. FONTI: 1A, 9, 2B


 

VITTORIO VENETO

SEGAT GIUSEPPE, NATO L’8 NOVEMBRE 1888 A VITTORIO VENETO (TREVISO) – CIVILE – DECEDUTO L’8 GENNAIO 1942 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 2 – FILA 3 – NUMERO 5 – TOMBA 357. FONTI: 1A, 9


ZERO BRANCO

BASSO GIOVANNI SANTE, NATO IL 3 OTTOBRE 1924 A ZERO BRANCO (TREVISO) – SOLDATO – DECEDUTO IL 7 MAGGIO 1944 – SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE RIQUADRO 3 – FILA 14 – NUMERO 11 – TOMBA 929. FONTI: 1A, 9


Berlino (Zehlendorf) – Cimitero militare italiano d’onore

Il Cimitero militare italiano d’onore di Berlino si trova nel quartiere Zehlendorf, all’interno del cimitero comunale «Waldfriedhof».
È stato realizzato nel triennio 1955-57 ed accoglie le spoglie di 1.166 Caduti italiani della 2a Guerra Mondiale.
Sui cippi dei Caduti identificati sono riportati: qualifica (soldato, marinaio, aviere, lavoratore civile ecc.), nome, cognome e anno di morte.
Per i non identificati è riportata la voce «ignoto» e in qualche caso la qualifica e l’anno di morte.
Gran parte dei Caduti sepolti sono soldati catturati dall’esercito tedesco dopo l’8 settembre e tradotti in Germania in prigionia. Ma vi sono an-che 22 donne e molti lavoratori civili deceduti a causa di bombarda-menti aerei, malattie e il brutale sfruttamento nel lavoro coatto.
Le sepolture nel Cimitero militare italiano ebbero inizio nel 1955 e proseguirono fino al 1957.
Il merito di questa pia opera va a Monsignor Luigi Fraccari che fu missionario a Berlino per 35 anni a partire dal 1944. L’inaugurazione del cimitero avvenne il 21 dicembre del 1958. Nel 1995 vi furono eseguiti lavori di riallineamento e ripristino delle tombe. Significativi lavori di ristrutturazione e abbellimento sono stati effettuati nel 2010(1).

Recapiti e orari del Zehlendorf Friedhof (Cimitero Zehlendorf)
Ingresso principale: Potsdamer Chaussee n. 79.
Ingresso secondario nei pressi del Cimitero militare italiano d’onore: Wasgensteig n. 30.
Il cimitero è aperto ai visitatori dalle ore 9.00 del mattino fino all’imbrunire.
Informazioni sulle tombe possono essere richieste all’amministrazione cimiteriale, che si trova presso l’ingresso di Wasgenteig, 30.
Per altre informazioni:
Ambasciata d’Italia (Cancelleria Consolare) Berlino Hildebrandstraße, 1 – D 10785 – Berlino – Tel +49-30-25440100 Fax +49-30-25440189 – E-mail: consolare.berlino@esteri.it
C.M.
Dati tratti da: «Ministero della Difesa, Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra, Onorcaduti, Sacrari e cimiteri militari italiani all’estero

Rintracciati i parenti di un altro Caduto della strage di Treunbrietzen

Grazie alle ricerche di un nostro amico, dopo 74 anni è stato possibile mettere al corrente la famiglia di un altro Caduto di Treunbrietzen su quale sia stata la sorte del loro caro.

Si tratta di Benigni Angelo, nato il 10 luglio 1922 a Cupramontana (Ancona). Soldato del 1° Reggimento Nizza Cavalleria. Matricola 161613. Morto a Treunbrietzen il 23 aprile 1945. Inumato in prima sepoltura nel Cimitero italiano di Nichel (Italienischer Friedhof). Esumato e traslato nel Cimitero militare italiano d’onore di Berlino (Zehlendorf) alla posizione tombale: riquadro 1, fila 8, numero 10, tomba 142.

SONY DSC


Ricevo e pubblico

“Buongiorno Signor Anastasio.
Come già detto al telefono, grazie al Signor Zamboni gestore del sito “Dimenticati di Stato” che ha raccolto una infinità di dati sui soldati italiani catturati dai tedeschi dopo l’ 8 settembre 1943 e morti nel lager tedeschi durante la prigionia, ho avuto l’opportunità, cercando dati di alcuni miei compaesani Falconaresi di incrociare i riferimenti di suo zio.
Qui di seguito le passo alcune informazioni relative al suo congiunto ma la invito vivamente di visitare il sito “Dimenticati di Stato” e soprattuto la pagina
https://dimenticatidistato.com/2018/07/20/i-caduti-delleccidio-di-treunbrietzen/.
L’associazione Dimenticati di Stato sta raccogliendo dati e fotografie dei nostri “ragazzi” caduti in Germania e sono sicuro che saranno felicissimi di poter avere un suo contatto diretto.
Prego notare alcune informazioni sulla tragica morte di suo zio.
Treuenbrietzen si trova a circa 70 chilometri da Berlino. Qui 160 soldati italiani furono rinchiusi per 20 mesi sorvegliati dai nazisti con il mitra puntato. Lavoravano per la Metawarren Fabrik, una grande fabbrica di materiale bellico che produceva pallottole per fucili. Dodici ore al giorno di fatica, un solo pasto alle sei di sera, una zuppa e 150 grammi di pane. Si lavavano ogni sei mesi, i vestiti cadevano a pezzi, la polmonite e la tubercolosi facevano le prime vittime. Nelle baracche, infatti, il freddo era terribile e, a volte, gli internati venivano svegliati di notte e costretti ad uscire con una temperatura di 10 gradi sotto zero per appelli di controllo, a volte a torso nudo perché non c’era nemmeno il tempo per ripararsi. I maltrattamenti erano programmati con rigore scientifico. Il lager ha la sigla 782/C e la contabilità nazista registra undici deceduti in prigionia, morti di stenti o di malattia. Poi c’è una vampata di speranza, forse saranno salvati. E’ il 21 aprile del 1945, sono le sei di sera quando si sente lo sferragliare di un mezzo corazzato nelle vicinanze del campo, è un carro armato sovietico. Il giovane russo che esce dalla torretta intimando la resa ai tedeschi viene falciato da una raffica, ma la reazione dei suoi compagni piega i tedeschi che si ritirano. Ai prigionieri viene chiesto di non muoversi dal campo perché la zona non è ancora sotto il controllo dell’Armata Rossa, ma il sollievo per una libertà imminente si fa strada. Accade però che un reparto tedesco in fuga irrompe nel campo. Centoventisette italiani, in gran parte giovani, sotto la minaccia dei fucili, sono costretti a marciare nella boscaglia fino a raggiungere un accampamento nazista mimetizzato.
Qui i prigionieri per più di mezz’ora assistono a conciliaboli affannosi tra ufficiali mentre la paura li attanaglia. Poi sono avviati ad una cava e qui comincia il massacro. I feriti agonizzanti vengono finiti con un colpo alla nuca, i cadaveri vengono sepolti sotto uno strato di sabbia. Tre sopravvissuti, scampati miracolosamente, salvati dai cadaveri dei compagni colpiti dai primi proiettili: Edo Magnalardo, Antonio Ceseri e Germano Cappelli emergono dalla carneficina con i vestiti inzuppati del sangue dei loro compagni. Sono venticinque i veneti vittime di questa esecuzione dettata dalla crudeltà e dalla situazione militare sempre più difficile per i tedeschi ormai circondati dalle pattuglie russe. L’episodio di questa immane ecatombe che travolse i militari italiani è particolarmente toccante proprio per la speranza di libertà che si era accesa e che lasciava presagire la fine di un incubo. Poi aveva prevalso la malasorte e la morte era arrivata in una cava mimetizzata dagli alberi della boscaglia.
Confermo quello che lei mi aveva detto al telefono che è stato un sacerdote a recuperare le salme e avvisare i familiari, si trattava di Monsignor Luigi Fraccari, di Verona, andato volontario in Germania per aiutare i soldati italiani prigionieri.

la salma di suo zio si trova Cimitero militare italiano d’onore di Berlino (Zehlendorf) . Posizione tombale: riquadro 1 , fila 8 , numero 10 , tomba 142 .

Altri dati li può recuperare contattando “Onorocaduti” (c’è il sito web) del Ministero della Difesa, perchè mi sembra che sia possibile ottenere una medaglia al valore per gli IMI caduti in prigionia, di questo penso che le saprà dir meglio il Signor Zamboni di Dimenticati di Stato.

Rimango a sua disposizione per ulteriori informazioni e chiarimenti.

Cordiali saluti

Graziano Fiordelmondo

Battista Farina. Un altro bergamasco tra i caduti di Natzweier

Gentile Sig. Zamboni mi sono imbattuta in questo sito mentre cercavo notizie di un mio prozio disperso di guerra.
Ho già consultato tutti gli elenchi e non ho trovato traccia però vorrei sapere se lei riesce a darmi qualche informazione in più.
Posso solo dirle che si chiamava FARINA BATTISTA nato il 07/05/1916 a CALUSCO D’ADDA (BG) e dato per disperso il 30/09/1943.
Alcuni parenti dicono morto a Mauthausen ma non vi è nessuna certezza.
La ringrazio anticipatamente e le porgo cordiali saluti.
Teli Anna


 

Farina Battista, nato il 7 maggio 1916 a Calusco d’Adda (Bergamo). Deportato a Dachau sul convoglio partito dal Reclusorio militare di Peschiera del Garda (Verona) il 20 settembre 1943 e arrivato il 22 settembre 1943. Numero di matricola assegnato: 55139. Categoria assegnata: AZR (Arbeitszwang Reich – deportato ai lavori forzati). Trasferito a Markirch (sottocampo di pendente dal Lager di Natzweiler – Alsazia) il 27 marzo 1944. Matricola 9603. Morto a Natzweiler il 14 aprile 1944.

 

Stralcio pagina del “Registro Matricole” del Lager di Dachau
Elenco di nominativi stilato nei giorni successivi alla liberazione nel Campo di concentramento di Dachau
Documento dell’infermeria del Campo di concentramento di Dachau riferito a Farina Battista

04.05.1945 – 04.05.2019

Il 4 maggio 1945, nel Campo di concentramento di concentramento di Flossenbürg (liberato dalle truppe americane dodici giorni prima) moriva Luciano Zamboni.


Zamboni Luciano Giovanni

Luciano, figlio di contadini e primo di quattro fratelli, era nato il 3 febbraio 1923 a Trezzolano di Mizzole, un paesino nella provincia di Verona.



Negli anni ’30 si era trasferito, con i genitori, la sorella e i due fratelli, a Montorio, al numero sette di Via dei Platani.

Dopo la caduta del regime, il 25 luglio 1943, la successiva firma dell’armistizio dell’Italia con gli anglo-americani, e la nascita della Repubblica di Salò, anche a Verona avevano ripreso a funzionare gli uffici di leva.



Il 9 novembre 1943 fu pubblicato il primo ordine di chiamata alle armi. L’obbligo di presentazione presso il distretto militare era indirizzato alle classi 1923, 1924 e 1925.

Luciano decise di presentarsi e nel gennaio del 1944 fu inviato al Centro Addestramento Aeronautico di Sacile (Pordenone).


Foglio matricolare e caratteristico di Luciano

Dopo alcuni mesi fu trasferito alla Caserma Aeronautica di Casarsa (3ª Compagnia – 3° Plotone – 10ª Squadra), e infine al 14° Centro Avvistamento (Posta da Campo n. 765) presso Firenze, da dove disertò, giungendo a Verona dopo aver percorso buona parte della strada a piedi. Era il giugno del 1944 e per più di due mesi rimase nascosto presso la casa di uno zio.

A causa delle accanite ricerche da parte dell’Ufficio di Polizia Investigativa di Verona (U.P.I.), alla fine di settembre si vide costretto a farsi assumere alla Todt, l’organizzazione tedesca che provvedeva alla costruzione di fortificazioni e sbarramenti e che dava da lavorare a chiunque ne facesse richiesta, fosse questo un renitente, un disertore o uno sbandato.



Con la Todt fu inviato, assieme ad altri compaesani, sul Monte Altissimo di Nago, a nord del Lago di Garda, e venne impiegato nella costruzione di trincee e opere di difesa militare.

Il 26 novembre 1944, dopo aver chiesto un permesso per far visita alla famiglia che gli venne negato, decise di tornare a casa abbandonando il posto di lavoro.

Purtroppo venne intercettato da una pattuglia della polizia tedesca, arrestato ed imprigionato, prima nel forte di San Mattia e poi nelle celle del Palazzo INA dove aveva sede il Comando Generale SS e Polizia di Sicurezza (Befehlshaber der Sicherheitspolizei und des Sicherheitsdienst – B.d.S Italien).


Forte San Mattia
Celle Palazzo INA

Il 12 gennaio 1945, assieme ad altri prigionieri veronesi, venne portato al Campo di concentramento e transito di Bolzano (Polizei- und Durchgangslager Bozen).


Polizei- und Durchgangslager Bozen

La mattina del 19 gennaio, Luciano e altri 358 internati furono caricati su camion e portati alla stazione ferroviaria di Bolzano dove li attendeva un treno merci, scortato da militi SS e polizia altoatesina, che aveva come destinazione finale il Campo di concentramento di Flossenbürg dove sarebbe arrivato cinque giorni dopo.

Era il pomeriggio del 23 gennaio 1945 e dai vagoni oltre ai vivi furono scaricati anche una decina di morti.

Mio zio, con gli altri prigionieri, fu fatto scendere e avviato a piedi verso il campo di concentramento che si trovava a qualche chilometro più in alto rispetto alla stazione ferroviaria. All’arrivo nel lager, dovette subire la procedura standard prevista per ogni deportato. Fu spogliato di ogni avere, dei vestiti e della dignità, rapato, rasato e lavato. Gli venne fornito il vestiario e, trasferito al blocco 20, immatricolato. Luciano ebbe il numero di matricola 43738 e il triangolo rosso con la «I» nera che lo classificava come prigioniero politico italiano.


Campo di concentramento di Flossenbürg
Libro matricola del lager
Particolare

Il 22 marzo fu trasferito al lager di Natzweiler (Alsazia) e decentrato presso il sottocampo di Offenburg.

Proprio in quel periodo i Kommandos esterni di Natzweiler furono evacuati a causa dell’avanzata delle truppe alleate.

Quasi tutti gli internati, a piedi o in treno, furono trasferiti a Dachau.

Luciano, assieme ad altri prigionieri, fu riportato a Flossenbürg, dove arrivò il 6 aprile.

Il 20 aprile 1945, il comandante del campo di Flossenbürg, l’SS-Obersturmbannführer Otto Max Kögel, ordinò l’evacuazione e i 14.800 prigionieri in grado di camminare, furono incolonnati e avviati a piedi verso sud con destinazione il Campo di concentramento di Dachau.


Marcia di trasferimento verso Dachau

Dei 1.526 internati che rimasero nel lager, (tra questi anche 46 italiani, compreso mio zio), circa la metà era ammalata di tubercolosi o di tifo e gli altri, a giudizio dei carnefici nazisti, con un piede già nella fossa, non avrebbero vissuto abbastanza da vedere i loro liberatori.


Prigionieri del lager dopo la liberazione


Luciano era ancora vivo quando, la mattina del 23 aprile 1945, una compagnia della 97ª Divisione di Fanteria dell’Esercito americano liberò il Campo di concentramento di Flossenbürg.


Liberazione di Flossenbürg
23 aprile 1945
2 maggio 1945
4 maggio 1945
Forno crematorio di Flossenbürg

Il 4 maggio, dodici giorni dopo la liberazione del lager, mio zio morì. Morì da uomo libero e sicuramente circondato dall’affetto e non dall’indifferenza com’erano morti a migliaia nei mesi precedenti i suoi compagni di prigionia.

Parte dei deceduti dal 23 al 30 aprile furono cremati. Molti furono sepolti in fosse comuni nel territorio occupato dal campo di concentramento.


Fosse comuni a Flossenbürg

Lo stesso giorno in cui morì mio zio, nel cimitero del paese di Flossenbürg, furono inumate le prime 21 salme di prigionieri che sopravvissero alla liberazione ma che poco dopo spirarono a causa delle vessazioni subite. Su ognuna delle 120 tombe che alla fine accolse quel cimitero fu apposta una piccola lapide col nome dell’ex deportato defunto.


Prime sepolture nel cimitero del paese
Trasporto salme
Inumazioni nel cimitero comunale di Flossenbürg
Il Cimitero di Flossenbürg negli anni 50

Il 12 marzo 1958 i resti di quattro deportati italiani furono trasferiti dal cimitero del paese di Flossenbürg al Cimitero Militare Italiano d’Onore a Monaco di Baviera su ordine del Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra. Uno di questi quattro italiani era Luciano.


Sepolture di italiani a Flossenbürg

Registri del Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra

Tomba nel Cimitero militare italiano di Monaco di Baviera

“…morire sì, ma morire liberi, non bruciati, dormire sotto una zolla fresca ed una pia croce. Dolcissimo sogno. Morire, ma dopo aver rivisto i familiari, abbracciati i figli, la sposa, nel proprio casolare, in mezzo alle cose che ci furono care perché essenza della nostra vita e riposare nel piccolo cimitero dove dormono l’eterno sonno gli avi e gli amici…”


Tratto da “Dimenticati di Stato”

“Verso la fine di novembre del 2000 fui avvisato dal Capitano di Corvetta Giovanni Mingardo, del Commissariato Generale, che in quei giorni si sarebbe proceduto a riesumare e rimpatriare, dal Cimitero Militare Italiano di Monaco di Baviera, i resti di Luciano. Questi sarebbero stati fatti sbarcare all’aeroporto di Venezia, evitandomi così un inutile viaggio fino a Roma, presso il Sacrario Militare del Verano, dove generalmente venivano portate le cassette-ossario dei Caduti in guerra, una volta rimpatriate. Lì sarebbero stati lasciati nell’attesa che fossi andato a ritirarli.

Il 2 dicembre 2000 mi recai all’aeroporto Marco Polo dove, con un volo della Lufthansa, era stata portata la cassetta-ossario contenente quello che rimaneva del mio povero zio.

Arrivai agli uffici della compagnia tedesca di buon’ora e la segretaria mi consegnò tutta la documentazione che doveva essere vistata dal dirigente dell’Ufficio di Sanità per il rilascio di un nulla osta sanitario.

Mi recai presso l’Ufficio di Sanità Marittima ed Aerea di Venezia ed il dirigente preposto mi rilasciò i documenti necessari. Con l’incartamento regolarizzato tornai all’aeroporto per il ritiro di quello che, secondo tutte le carte che mi trovavo tra le mani, era considerato un semplice «pacco».

La cassetta era stata scaricata dal volo LH 3792 della Lufthansa proveniente da Monaco, portata nei magazzini dell’aeroporto e lì custodita. Dopo aver presentato i documenti per il ritiro, il magazziniere mi accompagnò in un capannone e cominciò la ricerca.

Era deprimente trovarsi in mezzo a colli d’ogni genere, sapendo che si stava cercando quello che un tempo era stato un ragazzo forte ed in salute, racchiuso ora in una «scatoletta» alta e profonda 25 centimetri e larga poco più di mezzo metro. Inoltre il ragazzo addetto alla consegna cercava e non riusciva a capire cosa stesse cercando. Io stavo zitto e lo seguivo con lo sguardo.

Ad un certo punto lo vidi trasalire. Girando e rigirando tra le mani le carte che gli avevo consegnato si era accorto di qualcosa: ciò che stava cercando erano dei «human remains», per l’appunto dei resti umani. Sbiancò, immediatamente si scusò e mi condusse in fondo al capannone dove ai piedi di un tricolore erano state collocate due cassette di legno di pino. Su una delle due era stato scritto con un gessetto bianco «Luciano Zamboni». Era tutto ciò che rimaneva di mio zio. Dopo aver subìto il carcere, le botte, le torture, l’inferno del campo di concentramento ed un «sequestro di Stato» durato più di cinquant’anni, mio zio era stato depositato come un pacco postale nello squallido magazzino di un aeroporto. Non mi aspettavo di trovare fanfare o picchetti d’onore, ma sarei stato felice se lo avessero almeno messo in un luogo isolato dal resto del deposito, fingendo un po’ di compassione e rispetto per quei miseri resti e per chi li sarebbe andati a ritirare.

Fortunatamente ero andato a Venezia da solo evitando a mio padre e ai miei zii questa ennesima umiliazione.

Presi la cassetta senza dire una parola e mi avviai verso l’uscita.

A differenza di chi, al Ministero della Difesa, qualche giorno prima le aveva definite «solo quattro ossa mineralizzate», per noi parenti quei poveri resti erano una importante parte del nostro passato familiare.

Mia madre in quel periodo era gravemente ammalata e bloccata a letto senza la minima possibilità di muoversi. Sapevo che le avrei fatto un regalo inimmaginabile se le avessi permesso di abbracciare le Spoglie di quel cognato di cui mi aveva lungamente parlato.

Contravvenendo a tutti i regolamenti cimiteriali, portai quella cassettina a casa di mia madre per un ultimo saluto. Per mio padre, fratello di Luciano, fu un regalo enorme e fu una delle poche volte che lo vidi piangere. Potrà sembrare stupido, ma era mio desiderio tenere mio zio almeno per un giorno circondato dal calore della sua famiglia. Cosi feci.

Il giorno seguente avvolsi la cassetta nel tricolore e la portai nel cimitero dove riposavano ormai da molti anni i suoi genitori.

Nel suo ultimo viaggio fu accompagnato dai parenti, da chi lo aveva conosciuto ed amato e da chi aveva patito con lui le sofferenze dei campi di concentramento.

Tra questi, il Presidente della sezione veronese dell’Associazione Nazionale ex Deportati, il Signor Gino Spiazzi, che era arrivato a Flossenbürg sullo stesso convoglio di mio zio. Dal campo di smistamento di Bolzano a quello di Flossenbürg e fino al suo trasferimento al sottocampo di Zwickau, quest’uomo aveva condiviso col mio parente la fame e la sete, il freddo, le botte, le umiliazioni e la paura di poter essere ucciso in qualsiasi istante.

Le sue parole mi toccarono particolarmente perché ciò che raccontava era quello che avrebbe potuto raccontare Luciano se fosse tornato.

Una volta terminata la breve cerimonia mi diressi nel luogo dove le Spoglie mortali sarebbero state tumulate, avvolte nella bandiera italiana sovrastata dal foulard a strisce grigie ed azzurre con al centro il triangolo rosso, simbolo degli ex deportati politici, per l’estremo saluto”.


Cassetta-ossario con i Resti di Luciano