I montoriesi e i mizzolesi deportati nei campi di concentramento nazisti

“Mauthausen, Dachau, Flossenbürg.

Questi nomi arrivavano alle mie orecchie di bambino ogni volta che, a Natale, ci si riuniva a casa dei nonni. E immancabilmente, tutti gli anni, veniva ricordata la figura di Luciano. Lo zio morto in guerra, in Germania. Noi nipoti chiedevamo e volevamo sapere di più. Il nonno si chiudeva in un silenzio colmo di dolore. La nonna invece, a fatica e con gli occhi lucidi, ci spiegava, ci raccontava di quello zio «portato via dai tedeschi» e non più ritornato. Tentava amorevolmente di farci capire che fine avesse fatto Luciano: «L’era in campo de concentramento… i l’ha dato par disperso… (Era in campo di concentramento… l’hanno dato per disperso…)», diceva sconsolata.

«Disperso». Era la stessa parola riportata sulla lapide del cimitero. E un campo di concentramento che cos’era? Di lì a qualche anno, l’avrei visto con i miei occhi un campo di concentramento, e con il tempo anche più d’uno.

Ero ancora un bambino quando per la prima volta varcai la soglia del lager di Mauthausen. Allora compresi, aiutato dalle spiegazioni dei miei genitori, che cosa era un campo di concentramento e percepii quale poteva essere stata la fine dello zio Luciano.

Dopo l’armistizio siglato dall’Italia con gli anglo-americani, annunciato dal Maresciallo Badoglio l’8 settembre 1943, oltre 650.000 militari italiani, dislocati in Patria o nelle zone d’occupazione (Jugoslavia, Grecia, isole dello Ionio e dell’Egeo), furono fatti prigionieri dai tedeschi e deportati in campi d’internamento (Stammlager / Offlager), siti in terra tedesca, austriaca e polacca.

Sorte ancor peggiore toccò ad altri 30.000 nostri connazionali, fatti prigionieri per motivi politici, razziali o precauzionali, e deportati in campi di concentramento o di sterminio.

A differenza dei campi per militari, che erano gestiti dalla Wehrmacht, cioè da soldati dell’esercito regolare tedesco, i campi per civili erano gestiti dalle SS (Schutzstaffeln – «squadre di protezione»), un’unità paramilitare del Partito Nazista la cui ideologia puntava all’annientamento delle cosiddette «razze inferiori» e all’eliminazione di tutti gli oppositori politici.

Chi venne inviato in un Vernichtungslager – cioè un campo di sterminio – fu destinato in breve tempo, se considerato non idoneo al lavoro, ad essere gasato con lo Zyklon B, il potente pesticida a base di acido cianidrico che fu utilizzato nelle camere a gas. In ogni caso, per tutti indistintamente, fossero questi deportati in campi di concentramento (Konzentrationslager) o di sterminio, era previsto lo sfruttamento come forza lavoro fino allo sfinimento e alla morte.

Infatti, una circolare inviata a tutti i campi di concentramento, firmata dall’SS-Obergruppenführer Oswald Pohl, comandante dell’Ufficio centrale economico e amministrativo delle SS, già dal 30 aprile 1942 prevedeva il «Vernichtung durch Arbeit», cioè l’annientamento attraverso il lavoro.

Quasi tutti i deceduti in questi lager non ricevettero una degna sepoltura e finirono nei forni crematori. Solo verso la fine della guerra, a causa delle generali difficoltà di trasporto e la mancanza di carburante, i deportati che morirono in sottocampi a notevole distanza dai campi centrali, non furono più trasportati ai crematori dei lager, ma furono sepolti nei cimiteri locali.

Dopo le liberazioni dei campi di concentramento in Polonia, Austria e Germania, inoltre, si dovette procedere tempestivamente ad inumazioni di massa in fosse comuni, per evitare il diffondersi di epidemie che avrebbero decimato i sopravvissuti. Solo alcune centinaia di questi sventurati ebbero il «privilegio» di una sepoltura dignitosa.

Tutti questi nostri Caduti, civili o militari, morirono dopo atroci patimenti, in ragione del loro pensiero, della loro religione, o per il loro «no» alla richiesta di continuare una guerra assurda”.


Ogni città italiana, paese o piccola frazione, ha avuto le sue vittime della deportazione.

E come ogni località italiana, anche Montorio e Mizzole hanno avuto deportati nei campi di concentramento.

In vista del 27 gennaio, Giornata della Memoria, ho voluto omaggiare i miei compaesani, deportati nei lager nazisti, pubblicando i loro nomi e le tappe del loro calvario.

Roberto Zamboni


DEPORTATI A MAUTHAUSEN

Bosco Silvio di Adolfo, nato a Montorio Veronese (VR) il 10 dicembre 1922. Residente a Montorio in Via Sodelle, 3. Mestiere: calzolaio. Arrestato a Verona e internato a Bolzano. Deportato a Mauthausen sul convoglio partito dal Campo di concentramento e transito di Bolzano (Polizei- und Durchgangslager Bozen) il 5 agosto 1944 e arrivato a Mauthausen il 7 agosto 1944 (trasporto n° 73). Matricola 82291. Categoria assegnata: SCH (Schutzhäftlinge – deportato per motivi precauzionali). Trasferito a Linz-Donau (presumibilmente al sottocampo dipendente da Mauthausen di Linz III) il 9 agosto 1944. Liberato il 5 maggio 1945.

Documento originale KZ Mauthausen (liste dei prigionieri del campo)

Caiani Marino di Angelo, nato il 29 giugno 1922 a Montorio Veronese (VR). Residente a Montorio in Via Mizzole, 8 (ora Via Laghetto Squarò). Mestiere: motorista. Arrestato a Verona e internato a Bolzano. Deportato a Mauthausen sul convoglio partito dal Campo di concentramento e transito di Bolzano (Polizei- und Durchgangslager Bozen) il 5 agosto 1944 e arrivato a Mauthausen il 7 agosto 1944 (trasporto n° 73). Matricola 82289. Categoria assegnata: SCH (Schutzhäftlinge – deportato per motivi precauzionali). Trasferito a Linz-Donau (presumibilmente al sottocampo dipendente da Mauthausen di Linz III) il 9 agosto 1944. Liberato il 5 maggio 1945. Morto il 27 ottobre 1945 a Verona (deceduto dopo il rimpatrio a causa delle gravi condizioni di salute).

Documento originale KZ Mauthausen (liste dei prigionieri del campo)

Ceolari Perio o Peric di Giuseppe, nato a Montorio Veronese (VR) il 5 luglio 1912. Mestiere: operaio. Residente a Montorio in Via Lanificio, 66. Arrestato a Verona e internato a Bolzano. Deportato a Mauthausen sul convoglio partito dal Campo di concentramento e transito di Bolzano (Polizei- und Durchgangslager Bozen) il 5 agosto 1944 e arrivato a Mauthausen il 7 agosto 1944 (trasporto n° 73). Matricola 82327. Categoria assegnata: SCH (Schutzhäftlinge – deportato per motivi precauzionali). Trasferito a Linz-Donau (presumibilmente al sottocampo dipendente da Mauthausen di Linz III) il 9 agosto 1944 (il documento originale riporta come data di trasferimento 9 dicembre 1944 – probabilmente per un errore di trascrizione). Liberato il 5 maggio 1945.

Documento originale KZ Mauthausen (liste dei prigionieri del campo)

Fiocco Carlo di Guglielmina Zattoni, nato a Montorio Veronese (VR) il 27 aprile 1920. Mestiere: tornitore meccanico. Residente a Montorio in Via Lanificio, 34. Arrestato a Verona e internato a Bolzano. Deportato a Mauthausen sul convoglio partito dal Campo di concentramento e transito di Bolzano (Polizei- und Durchgangslager Bozen) il 5 agosto 1944 e arrivato a Mauthausen il 7 agosto 1944 (trasporto n° 73). Matricola 82360. Categoria assegnata: SCH (Schutzhäftlinge – deportato per motivi precauzionali). Trasferito a Linz-Donau (presumibilmente al sottocampo dipendente da Mauthausen di Linz III) il 9 agosto 1944. Liberato il 5 maggio 1945.

Documento originale KZ Mauthausen (liste dei prigionieri del campo)

Gottardi Luigi, nato il 20 gennaio 1902 a Montorio Veronese (VR). Sposato con Anna Canteri. Mestiere: imprenditore di cotonificio e industriale.  Arrestato a San Martino Buon Albergo (VR) l’8 dicembre 1944 e internato a Bolzano. Deportato a Mauthausen sul convoglio partito dal Campo di concentramento e transito di Bolzano (Polizei- und Durchgangslager Bozen) il 1° febbraio 1945 e arrivato a Mauthausen il 4 febbraio 1945 (trasporto n° 119). Matricola 126228. Categoria assegnata: SCH (Schutzhäftlinge – deportato per motivi precauzionali). Trasferito a Gusen (sottocampo dipendente da Mauthausen) il 17 febbraio 1945. Morto il 9 aprile 1945 a Gusen.


DEPORTATI A FLOSSENBÜRG

Zamboni Luciano Giovanni di Andrea e Turri Teresa, nato il 3 febbraio 1923 a Trezzolano di Mizzole (VR). Mestiere: contadino. Residente a Montorio Veronese in Via dei Platani, 5. Arrestato a Caprino Veronese (VR) il 16 dicembre 1944. Detenuto nelle prigioni di Forte San Mattia e del Palazzo INA (sede dell’Ufficio del capo della Polizia di sicurezza e del Servizio di sicurezza – BdS Italien). Internato a Bolzano. Deportato sul convoglio partito da Bolzano il 19 gennaio 1945 e arrivato a Flossenbürg il 23 gennaio 1945 (trasporto n° 118). Matricola 43738. Categoria assegnata: POL (Politisch – deportato politico). Trasferito a Offenburg (sottocampo dipendente da Natzweiler) il 22 marzo 1945. Rientrato a Flossenbürg il 6 aprile 1945. Morto il 4 maggio 1945 a Flossenbürg (dopo la liberazione del lager). Sepolto nel Cimitero comunale di Flossenbürg. Traslato nel Cimitero militare italiano d’onore di Monaco di Baviera. Resti rimpatriati il 2 dicembre 2000.

Documento originale KZ Flossenbürg (libro matricola)

Zenari Rino, nato il 25 dicembre 1925 a Parigi (Francia). Residente a Mizzole (VR). Internato a Bolzano. Deportato a Flossenbürg sul convoglio partito da Bolzano il 5 settembre 1944 e arrivato a Flossenbürg il 7 settembre 1944 (trasporto n° 81). Matricola 21781. Categoria assegnata: SCH (Schutzhäftlinge – deportato per motivi precauzionali). Trasferito a Langenfeld (sottocampo dipendente da Flossenbürg) l’11 ottobre 1944. Morto il 27 luglio 1944 a Lengenfeld.

Documento originale KZ Flossenbürg (libro matricola)

Anche Pietro è tornato a casa

Dopo alcuni anni dal primo contatto dei famigliari con Dimenticati di Stato, a novembre dello scorso anno sono finalmente tornati a casa anche i Resti mortali di Pietro Viale, nativo di Boves (Cuneo).


23 febbraio 2016

Gent.mo sig. Roberto, buongiorno,
mi chiamo R. Barbara ed abito a Boves in Piemonte, dopo aver riscontrato sul suo sito il nominativo di Viale Pietro Mario (nato a Boves il 31/07/1908) nonno di mio marito (D. Armando di Rivoira di Boves, figlio di D. Giacomo e V. Silvana) deportato e caduto nella seconda guerra mondiale in Germania a Voerde, in un lager, vorrei sapere se e come è possibile avere ulteriori notizie. Ho trovato il suo nominativo nell’”Elenco Nazionale Caduti per comune di nascita”, dove risulterebbe essere sepolto nel cimitero d’onore a Francoforte sul Meno, sotto il nominativo Viale Pietro Mario (questo era il suo effettivo nome di Battesimo).
In seguito a primi accertamenti svolti presso il Comune di Boves ho potuto visionare e leggere copia del certificato di morte che riportava:

“L’anno 1945 il giorno 11 di Agosto nella palazzina del Comando Italiano di Voerde, avanti a me sottotenente P. Luciano Comandante del “Campo degli ex prigionierei” e Funzionante Ufficiale dello stato civile si sono presentati: G. Bartolomeo di Antonio e di M. Lucia di anni 37, professione segantino domiciliato in Boves, provincia di Cuneo e B. Giuseppe di Giacomo e di C. Anna di anni 36, professione falegname, domiciliato in Boves provincia di Cuneo, i quali mi hanno dichiarato che il giorno 10 del mese di agosto 1945 alle ore antimeridiane 5 e minuti 30 in Voerde è deceduto Viale Pietro, figlio di Carlo Luigi e di Pasero Maddalena, di anni 37 di professione contadino coniugato con C. Caterina, domiciliato in Boves provincia di Cuneo. Il quanto sopra ed a quest’atto sono stati presenti quali testimoni M. Bruno di Giovanni di anni 21, professione impiegato, domiciliato in via M. al n. 55 in B. e L. Angelo di Nazzareno di anni 22, di professione fresatore, domiciliato a S. D. di F. in provincia di A., i quali si sono meco sottoscritti… (poi venivano riportate le firme)”.

Ringrazio sentitamente per l’attenzione con preghiera di voler al più presto farmi pervenire il Vs. riscontro, poiché ritengo nobile l’impegno nel voler rendere giustizia a chi è caduto per la patria lasciando familiari e congiunti nella disperazione. La ringrazio di cuore per il lavoro che svolge.

Cordialmente R. Barbara


Ufficio Informazioni Vaticano per i Prigionieri di Guerra

Viale Pietro Mario, nato il 31 luglio 1908 a Boves (Cuneo). Soldato del 29° Battaglione Alpini. Morto a Voerde (Nord Reno-Vestfalia) il 10 agosto 1945. Causa della morte: polmonite. Inumato in prima sepoltura nel Cimitero di Voerde. Esumato e traslato a Francoforte sul Meno (Germania) / Cimitero militare italiano d’onore (Westhausen). Posizione tombale: riquadro e / fila 2 / tomba 4.


 


1943 – 1945 ANNI FRANTUMATI

Fin da piccola ho conosciuto la storia della famiglia di mio padre.

La madre, nonna Sarah, era ebrea, e come lei tutta la numerosa famiglia che viveva in varie regioni italiane, ma anche all’estero.

Da questa “colpa” stigmatizzata dalle leggi razziali, frutto di un’ideologia folle (e non, come erroneamente molti sono portati a credere, messa in piedi da un pazzo, accecato dall’odio per cui gli ebrei erano non una razza inferiore, ma una “non razza”) ebbero origine tutte le vicissitudini che mi appresto a raccontare, essendo riuscita nel tempo a riunire i pezzi di questo puzzle, che si iscrive in quella immensa tragedia che è la Shoah.

Gian Franco Sestilli, vittima delle leggi razziali, estromesso dalla scuola così come la sorella, Gemma (detta Mimmi)

Mio padre, con la sorella e con i genitori, abitavano ad Ancona, dopo la promulgazione delle leggi razziali furono estromessi dalla scuola e braccati dalle SS che cercavano la loro madre, nonna Sarah.

Il racconto che segue è tratto da alcuni spezzoni di un testo della stessa zia Mimmi (Gemma Sestilli), quindi sono le sue parole che ho estrapolato, lo dico per amore di chiarezza e per non appropriarmi di cose non scritte da me direttamente.

La zia Mimmi raccontava: “Se qualcuno mi avesse detto che in quella bella casa nel centro di Ancona, dove ricevevamo parenti, amici e compagni di scuola (io avevo 17 anni, mio fratello 15) non avremmo mai più vissuto, non gli avrei creduto. Invece fu così”.

Vissero così molti mesi in fuga, prima a Sirolo, poi in una soffitta a Fermo.

Un giorno al bar l’altoparlante della radio a massimo volume, diede notizia dell’Armistizio.

Si tornava a casa! La vita poteva ricominciare!

L’illusione durò poco: le ultime parole di Badoglio furono una doccia fredda: “La guerra continua”.

Si dovettero rendere conto che i tedeschi erano in casa, non più alleati ma intrisi di odio, pretendendo che le loro leggi, ideologie e sistemi fossero validi anche per loro, mentre la concezione dell’antisemitismo, e la legge di Norimberga ricadevano sulla loro testa.

Per non far cadere la famiglia nell’apatia e combattere lo sconforto, mia nonna che era la forza della famiglia, mentre mio nonno (non ebreo, anzi ateo) era caduto in piena depressione, portò dalla casa rastrellata qualche libro dell’enciclopedia, gli scacchi e le carte da gioco, per tenere il cervello impegnato e fare a gara a chi imparava più voci dell’enciclopedia.

Sarah Gnagnatti, ritratta ad Ancona sul Monte Conero con il cane Bry

Una sera, mentre stavano giocando a carte, si udì un colpo alla porta dell’albergo dove soggiornavano e il cameriere chiamò mia nonna Sarah dicendo che un giovane stava cercando proprio lei.

Ebbe una breve conversazione con quel ragazzo, che le consegnò qualcosa e se ne andò.

Mia nonna con fare veloce disse: “Buonanotte sono stanca”.

Nel frattempo, zia era rimasta al tavolo dove stavano giocando a carte con una contessa, simpatizzante nazifascista, che quindi andava assolutamente trattenuta per non farle intuire nulla, mentre mio nonno raggiunse la moglie.

Zia e papà salirono dopo poco e trovarono l’armadio svuotato, borse aperte sui letti, ma soprattutto lunghe e larghe cinture di tela bianca, cucite con grande inventiva e destrezza, piene di banconote.

Quel giovane era il garzone del loro parrucchiere ad Ancona che, sfidando il coprifuoco, era venuto a  consegnarle un biglietto inviatole da una zia di Ancona sul quale era scritto: “Il medico dice che l’aria di Fermo fa molto male ai bambini”.

Compreso il messaggio, nonna decise che non sarebbero rimasti un minuto di più.

Era l’ottobre 1943 e riuscirono a fuggire grazie ad un compiacente autista che in un pagliaio nascondeva una Balilla.

Dopo mezz’ora le SS erano sotto casa.

Solo anni dopo, tornando in quella stanza, seppero che i tedeschi erano arrivati a loro grazie alla delazione del figlio di un gerarca fascista.

Arrivarono tra mille peripezie a Porto Recanati dove trovarono rifugio presso la casa di un amico di mio nonno, che nemmeno sapeva nonna fosse ebrea.

Per tutto il periodo della loro permanenza s’inventarono di essere profughi di Rimini e per mia nonna fu deciso (da nonno) che si sarebbe chiamata Maria. In questo modo riuscirono a salvarsi dalla deportazione.

Mio padre rimase talmente traumatizzato da ciò che visse durante la guerra che il solo sentire parlare in tedesco lo faceva finire nel panico. Come molto spesso accade, riuscì a superare le sue paure affrontandole in una strana maniera, cioè mettendosi a studiare proprio il tedesco. Lo imparò talmente bene che, durante una riunione a Francoforte qualcuno gli disse che per essere tedesco parlava molto bene l’italiano!

Il caposaldo della famiglia, la mia bisnonna Gina Coen Piazza (dei Piazza di Livorno) con i quattro figli: (da sinistra) zio Uogo, nonna Sarah, zio Enrico e zia Aurora
Nonna Sarah e nonno Rolando
Biglietto scritto da poche settimane da mio padre a me dopo un ictus che lo ha colpito 4 anni fa. Oggi ha 90 anni, ha perso l’uso della parola, non ricorda cosa ha mangiato a pranzo, ma della Shoah ricorda tutto
La cugina Bauer morta a Dachau

Altra vicenda che ha coinvolto la mia famiglia è quella di Schulim Vogelmann, il solo italiano della Lista di Oskar Schindler, cugino di mio padre, il quale ne parla in un memoriale scritto in tarda età.

Memoriale scritto da Gian Franco Sestilli nel 2015

Quando Schulim da Vienna dove viveva, partì per arruolarsi nell’esercito britannico in Israele, il padre Nachum gli disse: “cosa vuoi che ti auguri figlio mio? di mangiare bene con forchetta e coltello?, sii onesto!”.

Fu l’ultima volta che si videro. Tornato Firenze, dove il fratello insegnava il Talmud nel locale collegio rabbinico, Schulim fu assunto dal libraio Leo Samuel Olscki, proprietario della Giuntina, divenendone in breve direttore della tipografia che pubblicò “L’amante di Lady Chatterley”.

Durante i rastrellamenti tedeschi a Firenze, Schulim cercò una via di fuga con la figlia Sissel (che in yiddish significa “dolce”) di 8 anni e la moglie Anna Disegni, figlia del rabbino capo di Torino, ma il 30 Gennaio 1944 con altre 604 persone furono rinchiusi nel carcere di San Vittore, poi caricati dal binario 21 sul vagone e dopo 7 giorni di pianti, urla, vomito e pestaggi, mamma e figlia appena scese furono avviate subito alle camere a gas.

500 persone furono eliminate e Sissel divenne simbolo della Shoah italiana.

La piccola Sissel Vogelmann

Schulim dopo la morte della sua bambina e della moglie fu assoldato come tipografo/falsario da Oskar Schindler, visto che la Germania voleva mettere in crisi la Banca d’Inghilterra e ci provò anche con quella d’America, stamparono sterline false, soprattutto per pagare la famosa spia Cicero e altre operazioni.

Schulim vendette mezza razione di pane per pagarsi una grammatica polacca, lingua da rinfrescare perché dimenticata in gioventù.

 

Tornato a Firenze rilevò la Giuntina, casa editrice specializzata in testi ebraici, che poi fu rilevata dai figli Daniel e Guidobaldo: figlio di Albana Mondolfi con cui ebbe la forza di ricominciare a vivere. Albana era figlia di Virginia Coen, gasata anche lei ad Auschwitz, sorella della mia bisnonna, cosi come miseramente finirono anche i cugini Bauer che dal treno ebbero il tempo di lanciare una bottiglia con dentro arrotolato un biglietto con scritto “pregate per noi”.

Schulim morì nel 1974 e venne sepolto accanto alla tomba di Primo Levi. Sulla lapide, per volere del figlio Daniel, è stato inciso il numero di matricola che portava tatuato sul braccio: 173484.

Mi auguro di avere apportato un piccolo tassello all’immane mosaico della tragedia che ha colpito il popolo ebraico, e l’umanità tutta.

Shalom,

Maria Ludovica Sestilli


 

“La dimenticanza porta all’esilio, il ricordo porta alla libertà ”

Israel ben Eliezer (1698-1760) meglio noto come Baal Shem Tov

 


Schulim Vogelmann con la figlia Sissel
Articoli tratti da La Repubblica (Edizione Firenze) del 20 marzo 2008 – Articoli di Marco Ansaldo