04.05.1945 – 04.05.2019

Il 4 maggio 1945, nel Campo di concentramento di concentramento di Flossenbürg (liberato dalle truppe americane dodici giorni prima) moriva Luciano Zamboni.


Zamboni Luciano Giovanni

Luciano, figlio di contadini e primo di quattro fratelli, era nato il 3 febbraio 1923 a Trezzolano di Mizzole, un paesino nella provincia di Verona.



Negli anni ’30 si era trasferito, con i genitori, la sorella e i due fratelli, a Montorio, al numero sette di Via dei Platani.

Dopo la caduta del regime, il 25 luglio 1943, la successiva firma dell’armistizio dell’Italia con gli anglo-americani, e la nascita della Repubblica di Salò, anche a Verona avevano ripreso a funzionare gli uffici di leva.



Il 9 novembre 1943 fu pubblicato il primo ordine di chiamata alle armi. L’obbligo di presentazione presso il distretto militare era indirizzato alle classi 1923, 1924 e 1925.

Luciano decise di presentarsi e nel gennaio del 1944 fu inviato al Centro Addestramento Aeronautico di Sacile (Pordenone).


Foglio matricolare e caratteristico di Luciano

Dopo alcuni mesi fu trasferito alla Caserma Aeronautica di Casarsa (3ª Compagnia – 3° Plotone – 10ª Squadra), e infine al 14° Centro Avvistamento (Posta da Campo n. 765) presso Firenze, da dove disertò, giungendo a Verona dopo aver percorso buona parte della strada a piedi. Era il giugno del 1944 e per più di due mesi rimase nascosto presso la casa di uno zio.

A causa delle accanite ricerche da parte dell’Ufficio di Polizia Investigativa di Verona (U.P.I.), alla fine di settembre si vide costretto a farsi assumere alla Todt, l’organizzazione tedesca che provvedeva alla costruzione di fortificazioni e sbarramenti e che dava da lavorare a chiunque ne facesse richiesta, fosse questo un renitente, un disertore o uno sbandato.



Con la Todt fu inviato, assieme ad altri compaesani, sul Monte Altissimo di Nago, a nord del Lago di Garda, e venne impiegato nella costruzione di trincee e opere di difesa militare.

Il 26 novembre 1944, dopo aver chiesto un permesso per far visita alla famiglia che gli venne negato, decise di tornare a casa abbandonando il posto di lavoro.

Purtroppo venne intercettato da una pattuglia della polizia tedesca, arrestato ed imprigionato, prima nel forte di San Mattia e poi nelle celle del Palazzo INA dove aveva sede il Comando Generale SS e Polizia di Sicurezza (Befehlshaber der Sicherheitspolizei und des Sicherheitsdienst – B.d.S Italien).


Forte San Mattia
Celle Palazzo INA

Il 12 gennaio 1945, assieme ad altri prigionieri veronesi, venne portato al Campo di concentramento e transito di Bolzano (Polizei- und Durchgangslager Bozen).


Polizei- und Durchgangslager Bozen

La mattina del 19 gennaio, Luciano e altri 358 internati furono caricati su camion e portati alla stazione ferroviaria di Bolzano dove li attendeva un treno merci, scortato da militi SS e polizia altoatesina, che aveva come destinazione finale il Campo di concentramento di Flossenbürg dove sarebbe arrivato cinque giorni dopo.

Era il pomeriggio del 23 gennaio 1945 e dai vagoni oltre ai vivi furono scaricati anche una decina di morti.

Mio zio, con gli altri prigionieri, fu fatto scendere e avviato a piedi verso il campo di concentramento che si trovava a qualche chilometro più in alto rispetto alla stazione ferroviaria. All’arrivo nel lager, dovette subire la procedura standard prevista per ogni deportato. Fu spogliato di ogni avere, dei vestiti e della dignità, rapato, rasato e lavato. Gli venne fornito il vestiario e, trasferito al blocco 20, immatricolato. Luciano ebbe il numero di matricola 43738 e il triangolo rosso con la «I» nera che lo classificava come prigioniero politico italiano.


Campo di concentramento di Flossenbürg
Libro matricola del lager
Particolare

Il 22 marzo fu trasferito al lager di Natzweiler (Alsazia) e decentrato presso il sottocampo di Offenburg.

Proprio in quel periodo i Kommandos esterni di Natzweiler furono evacuati a causa dell’avanzata delle truppe alleate.

Quasi tutti gli internati, a piedi o in treno, furono trasferiti a Dachau.

Luciano, assieme ad altri prigionieri, fu riportato a Flossenbürg, dove arrivò il 6 aprile.

Il 20 aprile 1945, il comandante del campo di Flossenbürg, l’SS-Obersturmbannführer Otto Max Kögel, ordinò l’evacuazione e i 14.800 prigionieri in grado di camminare, furono incolonnati e avviati a piedi verso sud con destinazione il Campo di concentramento di Dachau.


Marcia di trasferimento verso Dachau

Dei 1.526 internati che rimasero nel lager, (tra questi anche 46 italiani, compreso mio zio), circa la metà era ammalata di tubercolosi o di tifo e gli altri, a giudizio dei carnefici nazisti, con un piede già nella fossa, non avrebbero vissuto abbastanza da vedere i loro liberatori.


Prigionieri del lager dopo la liberazione


Luciano era ancora vivo quando, la mattina del 23 aprile 1945, una compagnia della 97ª Divisione di Fanteria dell’Esercito americano liberò il Campo di concentramento di Flossenbürg.


Liberazione di Flossenbürg
23 aprile 1945
2 maggio 1945
4 maggio 1945
Forno crematorio di Flossenbürg

Il 4 maggio, dodici giorni dopo la liberazione del lager, mio zio morì. Morì da uomo libero e sicuramente circondato dall’affetto e non dall’indifferenza com’erano morti a migliaia nei mesi precedenti i suoi compagni di prigionia.

Parte dei deceduti dal 23 al 30 aprile furono cremati. Molti furono sepolti in fosse comuni nel territorio occupato dal campo di concentramento.


Fosse comuni a Flossenbürg

Lo stesso giorno in cui morì mio zio, nel cimitero del paese di Flossenbürg, furono inumate le prime 21 salme di prigionieri che sopravvissero alla liberazione ma che poco dopo spirarono a causa delle vessazioni subite. Su ognuna delle 120 tombe che alla fine accolse quel cimitero fu apposta una piccola lapide col nome dell’ex deportato defunto.


Prime sepolture nel cimitero del paese
Trasporto salme
Inumazioni nel cimitero comunale di Flossenbürg
Il Cimitero di Flossenbürg negli anni 50

Il 12 marzo 1958 i resti di quattro deportati italiani furono trasferiti dal cimitero del paese di Flossenbürg al Cimitero Militare Italiano d’Onore a Monaco di Baviera su ordine del Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra. Uno di questi quattro italiani era Luciano.


Sepolture di italiani a Flossenbürg

Registri del Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra

Tomba nel Cimitero militare italiano di Monaco di Baviera

“…morire sì, ma morire liberi, non bruciati, dormire sotto una zolla fresca ed una pia croce. Dolcissimo sogno. Morire, ma dopo aver rivisto i familiari, abbracciati i figli, la sposa, nel proprio casolare, in mezzo alle cose che ci furono care perché essenza della nostra vita e riposare nel piccolo cimitero dove dormono l’eterno sonno gli avi e gli amici…”


Tratto da “Dimenticati di Stato”

“Verso la fine di novembre del 2000 fui avvisato dal Capitano di Corvetta Giovanni Mingardo, del Commissariato Generale, che in quei giorni si sarebbe proceduto a riesumare e rimpatriare, dal Cimitero Militare Italiano di Monaco di Baviera, i resti di Luciano. Questi sarebbero stati fatti sbarcare all’aeroporto di Venezia, evitandomi così un inutile viaggio fino a Roma, presso il Sacrario Militare del Verano, dove generalmente venivano portate le cassette-ossario dei Caduti in guerra, una volta rimpatriate. Lì sarebbero stati lasciati nell’attesa che fossi andato a ritirarli.

Il 2 dicembre 2000 mi recai all’aeroporto Marco Polo dove, con un volo della Lufthansa, era stata portata la cassetta-ossario contenente quello che rimaneva del mio povero zio.

Arrivai agli uffici della compagnia tedesca di buon’ora e la segretaria mi consegnò tutta la documentazione che doveva essere vistata dal dirigente dell’Ufficio di Sanità per il rilascio di un nulla osta sanitario.

Mi recai presso l’Ufficio di Sanità Marittima ed Aerea di Venezia ed il dirigente preposto mi rilasciò i documenti necessari. Con l’incartamento regolarizzato tornai all’aeroporto per il ritiro di quello che, secondo tutte le carte che mi trovavo tra le mani, era considerato un semplice «pacco».

La cassetta era stata scaricata dal volo LH 3792 della Lufthansa proveniente da Monaco, portata nei magazzini dell’aeroporto e lì custodita. Dopo aver presentato i documenti per il ritiro, il magazziniere mi accompagnò in un capannone e cominciò la ricerca.

Era deprimente trovarsi in mezzo a colli d’ogni genere, sapendo che si stava cercando quello che un tempo era stato un ragazzo forte ed in salute, racchiuso ora in una «scatoletta» alta e profonda 25 centimetri e larga poco più di mezzo metro. Inoltre il ragazzo addetto alla consegna cercava e non riusciva a capire cosa stesse cercando. Io stavo zitto e lo seguivo con lo sguardo.

Ad un certo punto lo vidi trasalire. Girando e rigirando tra le mani le carte che gli avevo consegnato si era accorto di qualcosa: ciò che stava cercando erano dei «human remains», per l’appunto dei resti umani. Sbiancò, immediatamente si scusò e mi condusse in fondo al capannone dove ai piedi di un tricolore erano state collocate due cassette di legno di pino. Su una delle due era stato scritto con un gessetto bianco «Luciano Zamboni». Era tutto ciò che rimaneva di mio zio. Dopo aver subìto il carcere, le botte, le torture, l’inferno del campo di concentramento ed un «sequestro di Stato» durato più di cinquant’anni, mio zio era stato depositato come un pacco postale nello squallido magazzino di un aeroporto. Non mi aspettavo di trovare fanfare o picchetti d’onore, ma sarei stato felice se lo avessero almeno messo in un luogo isolato dal resto del deposito, fingendo un po’ di compassione e rispetto per quei miseri resti e per chi li sarebbe andati a ritirare.

Fortunatamente ero andato a Venezia da solo evitando a mio padre e ai miei zii questa ennesima umiliazione.

Presi la cassetta senza dire una parola e mi avviai verso l’uscita.

A differenza di chi, al Ministero della Difesa, qualche giorno prima le aveva definite «solo quattro ossa mineralizzate», per noi parenti quei poveri resti erano una importante parte del nostro passato familiare.

Mia madre in quel periodo era gravemente ammalata e bloccata a letto senza la minima possibilità di muoversi. Sapevo che le avrei fatto un regalo inimmaginabile se le avessi permesso di abbracciare le Spoglie di quel cognato di cui mi aveva lungamente parlato.

Contravvenendo a tutti i regolamenti cimiteriali, portai quella cassettina a casa di mia madre per un ultimo saluto. Per mio padre, fratello di Luciano, fu un regalo enorme e fu una delle poche volte che lo vidi piangere. Potrà sembrare stupido, ma era mio desiderio tenere mio zio almeno per un giorno circondato dal calore della sua famiglia. Cosi feci.

Il giorno seguente avvolsi la cassetta nel tricolore e la portai nel cimitero dove riposavano ormai da molti anni i suoi genitori.

Nel suo ultimo viaggio fu accompagnato dai parenti, da chi lo aveva conosciuto ed amato e da chi aveva patito con lui le sofferenze dei campi di concentramento.

Tra questi, il Presidente della sezione veronese dell’Associazione Nazionale ex Deportati, il Signor Gino Spiazzi, che era arrivato a Flossenbürg sullo stesso convoglio di mio zio. Dal campo di smistamento di Bolzano a quello di Flossenbürg e fino al suo trasferimento al sottocampo di Zwickau, quest’uomo aveva condiviso col mio parente la fame e la sete, il freddo, le botte, le umiliazioni e la paura di poter essere ucciso in qualsiasi istante.

Le sue parole mi toccarono particolarmente perché ciò che raccontava era quello che avrebbe potuto raccontare Luciano se fosse tornato.

Una volta terminata la breve cerimonia mi diressi nel luogo dove le Spoglie mortali sarebbero state tumulate, avvolte nella bandiera italiana sovrastata dal foulard a strisce grigie ed azzurre con al centro il triangolo rosso, simbolo degli ex deportati politici, per l’estremo saluto”.


Cassetta-ossario con i Resti di Luciano

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