Rintracciati i parenti di un altro Caduto della strage di Treunbrietzen

Grazie alle ricerche di un nostro amico, dopo 74 anni è stato possibile mettere al corrente la famiglia di un altro Caduto di Treunbrietzen su quale sia stata la sorte del loro caro.

Si tratta di Benigni Angelo, nato il 10 luglio 1922 a Cupramontana (Ancona). Soldato del 1° Reggimento Nizza Cavalleria. Matricola 161613. Morto a Treunbrietzen il 23 aprile 1945. Inumato in prima sepoltura nel Cimitero italiano di Nichel (Italienischer Friedhof). Esumato e traslato nel Cimitero militare italiano d’onore di Berlino (Zehlendorf) alla posizione tombale: riquadro 1, fila 8, numero 10, tomba 142.

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Ricevo e pubblico

“Buongiorno Signor Anastasio.
Come già detto al telefono, grazie al Signor Zamboni gestore del sito “Dimenticati di Stato” che ha raccolto una infinità di dati sui soldati italiani catturati dai tedeschi dopo l’ 8 settembre 1943 e morti nel lager tedeschi durante la prigionia, ho avuto l’opportunità, cercando dati di alcuni miei compaesani Falconaresi di incrociare i riferimenti di suo zio.
Qui di seguito le passo alcune informazioni relative al suo congiunto ma la invito vivamente di visitare il sito “Dimenticati di Stato” e soprattuto la pagina
https://dimenticatidistato.com/2018/07/20/i-caduti-delleccidio-di-treunbrietzen/.
L’associazione Dimenticati di Stato sta raccogliendo dati e fotografie dei nostri “ragazzi” caduti in Germania e sono sicuro che saranno felicissimi di poter avere un suo contatto diretto.
Prego notare alcune informazioni sulla tragica morte di suo zio.
Treuenbrietzen si trova a circa 70 chilometri da Berlino. Qui 160 soldati italiani furono rinchiusi per 20 mesi sorvegliati dai nazisti con il mitra puntato. Lavoravano per la Metawarren Fabrik, una grande fabbrica di materiale bellico che produceva pallottole per fucili. Dodici ore al giorno di fatica, un solo pasto alle sei di sera, una zuppa e 150 grammi di pane. Si lavavano ogni sei mesi, i vestiti cadevano a pezzi, la polmonite e la tubercolosi facevano le prime vittime. Nelle baracche, infatti, il freddo era terribile e, a volte, gli internati venivano svegliati di notte e costretti ad uscire con una temperatura di 10 gradi sotto zero per appelli di controllo, a volte a torso nudo perché non c’era nemmeno il tempo per ripararsi. I maltrattamenti erano programmati con rigore scientifico. Il lager ha la sigla 782/C e la contabilità nazista registra undici deceduti in prigionia, morti di stenti o di malattia. Poi c’è una vampata di speranza, forse saranno salvati. E’ il 21 aprile del 1945, sono le sei di sera quando si sente lo sferragliare di un mezzo corazzato nelle vicinanze del campo, è un carro armato sovietico. Il giovane russo che esce dalla torretta intimando la resa ai tedeschi viene falciato da una raffica, ma la reazione dei suoi compagni piega i tedeschi che si ritirano. Ai prigionieri viene chiesto di non muoversi dal campo perché la zona non è ancora sotto il controllo dell’Armata Rossa, ma il sollievo per una libertà imminente si fa strada. Accade però che un reparto tedesco in fuga irrompe nel campo. Centoventisette italiani, in gran parte giovani, sotto la minaccia dei fucili, sono costretti a marciare nella boscaglia fino a raggiungere un accampamento nazista mimetizzato.
Qui i prigionieri per più di mezz’ora assistono a conciliaboli affannosi tra ufficiali mentre la paura li attanaglia. Poi sono avviati ad una cava e qui comincia il massacro. I feriti agonizzanti vengono finiti con un colpo alla nuca, i cadaveri vengono sepolti sotto uno strato di sabbia. Tre sopravvissuti, scampati miracolosamente, salvati dai cadaveri dei compagni colpiti dai primi proiettili: Edo Magnalardo, Antonio Ceseri e Germano Cappelli emergono dalla carneficina con i vestiti inzuppati del sangue dei loro compagni. Sono venticinque i veneti vittime di questa esecuzione dettata dalla crudeltà e dalla situazione militare sempre più difficile per i tedeschi ormai circondati dalle pattuglie russe. L’episodio di questa immane ecatombe che travolse i militari italiani è particolarmente toccante proprio per la speranza di libertà che si era accesa e che lasciava presagire la fine di un incubo. Poi aveva prevalso la malasorte e la morte era arrivata in una cava mimetizzata dagli alberi della boscaglia.
Confermo quello che lei mi aveva detto al telefono che è stato un sacerdote a recuperare le salme e avvisare i familiari, si trattava di Monsignor Luigi Fraccari, di Verona, andato volontario in Germania per aiutare i soldati italiani prigionieri.

la salma di suo zio si trova Cimitero militare italiano d’onore di Berlino (Zehlendorf) . Posizione tombale: riquadro 1 , fila 8 , numero 10 , tomba 142 .

Altri dati li può recuperare contattando “Onorocaduti” (c’è il sito web) del Ministero della Difesa, perchè mi sembra che sia possibile ottenere una medaglia al valore per gli IMI caduti in prigionia, di questo penso che le saprà dir meglio il Signor Zamboni di Dimenticati di Stato.

Rimango a sua disposizione per ulteriori informazioni e chiarimenti.

Cordiali saluti

Graziano Fiordelmondo

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