Vincenzo Amormino – Diario di un IMI siciliano

Vincenzo Amormino è un ragazzo della provincia di Agrigento che, alla data dell’8 settembre 1943, ha solamente 22 anni. Orfano di padre, come moltissimi altri ragazzi viene sbattuto in una guerra assurda, come tutte le guerre, fin dal 1941.

É un Aviere della Regia Aeronautica e nel settembre del 1943 si trova a Rodi in Grecia, dove dopo l’armistizio viene disarmato e fatto prigioniero dai tedeschi.

Il 29 dicembre 1943 viene imbarcato con atri 735 prigionieri (fonte Gerhard Schreiber – I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich – 1943/1945) con destinazione il Pireo.

Il bastimento fa tappa sull’isoletta di Simi. Il giorno seguente raggiunge l’Isola di Lero.

I prigionieri arrivano al Pireo presumibilmente il 1° gennaio 1944.

Vincenzo viene poi inviato in un campo di raccolta ad Atene (Dulag 136 – Atene) e successivamente trasferito a Kalamaki, sull’Isola di Zante.

Il 16 maggio 1944 parte da Zante con destinazione un campo di concentramento a Zagabria (Croazia), dove arriva il 23 maggio 1944.

Viene successivamente trasferito a Görlitz (Stalag VIII A) in Slesia (campo nel quale fa solo tappa ma non viene immatricolato) per poi essere inviato in via definitiva come IMI (Internato Militare Italiano) nello Stalag VI D di Dortmund (estate-autunno 1944). Dopo mesi di trasferimenti ed oltre 3.200 chilometri di viaggio, Vincenzo viene immatricolato con il numero 55849 e messo a lavorare presso l’Arbeitskommando (Comando di lavoro) n° 1043 di Steele (sobborgo di Essen) a 37 chilometri da Dortmund (risulta un suo passaggio anche in un lager di Colonia).

Per tutto il periodo della prigionia, Vincenzo trascrive molti degli avvenimenti considerati da lui più importanti, dall’8 settembre 1943 fino 9 di aprile, giorno del suo compleanno.

Purtroppo, la parte centrale il diario diventa poco o quasi per niente leggibile a causa di una non buona fotocopiatura. Torna ad essere leggibile dalla data del 6 marzo 1945 fino alla data dell’11 aprile 1945 dove il diario prosegue con una diversa calligrafia.

L’11 aprile 1945, infatti Vincenzo muore. I suoi compagni di prigionia venuti in possesso del diario, decidono di riportare anche quanto accaduto dopo la morte del loro amico.

A guerra finita, questa agendina viene consegnata ai familiari dai suoi compagni di sventura.

Il manoscritto negli anni successivi segue la sorte dei suoi possessori che emigrarono negli Stati Uniti. Nel timore che questo documento storico sia un giorno perduto, ne viene fatta una copia fotostatica che viene gelosamente custodita dalla sorella di Vincenzo.

Con il passare degli anni, infatti, dell’originale se ne perdono le tracce e ne rimane solo la fotocopia che riporta le 56 pagine del diario con copertina che presumibilmente doveva essere in cartoncino.

Sulla prima di copertina è scritto: “Memorie di Amormino Vincenzo”. Sulla quarta di copertina è riportato: “Coscienza perduta per causa di codesta gente maledetta. Sono loro tutto il guaio di noi e di anche loro medesimi ma speriamo che il buon Dio li illumini presto così saremo tutti liberi di tornare alle nostre case”.

Prima di copertina
Quarta di copertina

La prima pagina del diario invece riporta un commento di Vincenzo sull’anno.

1941

Anno felice e buono per la bella borghesia. Non si credeva mai una così lunga vita di guerra e di prigionia. Si stava in casa gustandosi la bella vita, libero e felice fra i miei cari famigliari.


Ma come ho avuto questo diario?

Nell’aprile del 2011 mi arrivò un messaggio su “Messenger” da un signore (Peter Lattuca) che abitava in Florida e che aveva trovato sul sito “Dimenticati di Stato” il nome di suo zio (Amormino Vincenzo) Caduto in prigionia in Germania e sepolto nel Cimitero militare italiano di Francoforte sul Meno.

Grazie mille per aver trovato mio zio. Durante il suo periodo di detenzione mio zio ha scritto un diario che documenta il trattamento orribile a cui sono stati sottoposti questi coraggiosi giovani soldati. Ho una fotocopia del diario. L’originale è sparito. È leggibile al 60 – 70%. Se sei interessato a leggerlo fammelo sapere. Te lo manderò in modo che più persone conoscano le atrocità che hanno subito questi giovani.

Leggo l’italiano ma la mia scrittura è terribile. Grazie ancora per tutto il lavoro che hai fatto per tutte le famiglie di questi eroi caduti”.

Poi, per motivi vari, non ci sentimmo più fino allo scorso 23 febbraio, dove a commento di un articolo pubblicato sul mio account Facebook del ritrovamento della gavetta di un IMI, Peter tornò a contattarmi:

Mi chiamo Peter Lattuca e mi hai aiutato a trovare mio zio Vicenzo Amormino, sepolto a Francoforte in Germania. Guardando alcune vecchie carte mi sono imbattuto in un diario che mio zio teneva mentre era un prigioniero di guerra. Non è molto chiaro… ma se mi mandate un indirizzo mi farà piacere che lo abbiate…. la mia email […].

Grazie per tutto quello che avete fatto!!!!”.

Il 3 marzo 2021 arriva la busta dalla Florida contenente copia fotostatica del diario accompagnata da un biglietto: “Caro Roberto, spero che tu possa leggere e capire gli scritti di mio zio. Dovresti pubblicare questo diario. Mi piacerebbe moltissimo avere una copia di tutto ciò che sei in grado di capire”.

Memorie di Amormino Vincenzo

Vincenzo Amormino, figlio di fu Pietro, nasce il 9 aprile 1921 a Calamonaci (Agrigento) e risiede con la famiglia a San Giovanni Gemini (Agrigento) in Via Orefice, 32.

Aviere del Reparto Servizi in Aeroporto, viene fatto prigioniero dai tedeschi a Rodi, in Grecia, dopo l’8 settembre 1943.

1943 Rodi

Rodi – Partenza ore 4 di mattina. Arrivo a Simi ore 10.

Partenza ore 7 arrivo Lero ore 24.

Partenza alle ore 20 da Lero, dopo avere fatto 20 km a piedi. Arrivo al Pireo Grecia.

Il giorno è passato triste e malinconico sentendo l’effetto della prigionia e, finalmente, dopo 4 giorni ho mangiato. Dopo tanti giorni che sono stato in Atene è venuto il famoso bombardamento del Pireo, quindi mi è toccato di andare a tirare i morti di sotto le macerie ma non sono stato scontento di essere uscito perché così ho trovato il mezzo di sfamarmi.

La vita è durata parecchi giorni in cui ho avuto parecchie visite da gente che mi voleva indurre a firmare con i tedeschi [n.d.a.: richiesta di arruolamento nelle forze armate tedesche].

Sono partito, mi hanno portato in un campo di aviazione a Calamacchi [n.d.a.: Kalamaki – Isola di Zante]. Là i mesi sono stati tristi tristi e abbattuti. Sono stato 5 mesi e ho avuto parecchie visite dalla C. R. I. [n.d.a.: Croce Rossa Internazionale]. Ho scritto parecchie volte a casa, ma non ho mai ricevuto nessuna risposta. Da qui sono partito il 16 maggio.

Viene poi internato in alcuni campi di concentramento in Jugoslavia e successivamente trasferito in Slesia nello Stalag VIII A di Görlitz.

Dopo un viaggio di 7 giorni, sono arrivato in Croazia, a Zagabria.

Le condizioni personali sono le seguenti: scalzo, nudo, carico di pidocchi, morto di fame. Mi sono informato se ci fossero paesani e difatti ho trovato gente di Bivona che [stavano] abbastanza bene e, viste le condizioni in cui mi trovavo, si sono affrettati a farmi sentire l’odore di polenta con fagioli.

I giorni qui sono stati tristi per la seguente ragione: tutti quanti i giorni nevicava o pioveva. Quindi mi toccava andare a lavorare scalzo e tutto stracciato. Se non sono morto lo devo tutto alla Beata Vergine Maria.

Dopo un po’ mi hanno mandato in un campo nuovo. Peggio di […] per fame.

Dopo 10 giorni il campo è stato attaccato dai partigiani. Sono stato sotto il fuoco per 5 ore consecutive ma con la grazia della Beata Madre celeste c’è stato solo un ferito. Finita la sparatoria, ci hanno fatto la sveglia e ci hanno portato al lavoro e durante codesto sacrificio ho avuto la fortuna di trovare un orologio con il quale ho fatto soldi vendendolo. La fortuna è durata poco perché una sera, rientrato dal lavoro e appesa la giacca per fare la pulizia, mi hanno rubato 1500 lire […].

Qui mi sono trovato nelle medesime condizioni di prima, se il buon Dio non ci avesse pensato. Infatti, dopo alcune sere dal furto, mi sento chiamare dall’interprete e mi comunicava che dovevo partire per Belgrado a lavorare in una fabbrica di motori di aviazione.

Sono partito dopo due giorni. Sono arrivato e ho visto dopo tanti mesi la branda con il pagliericcio, e la vita [stava prendendo] un’altra piega, come difatti si vedeva, qui ho conosciuto uno di Cianciana [n.d.a.: provincia di Agrigento], un certo Salvatore Taglialavore, che per me è stato come un vero padre.

Ma anche qui la vita non è nata tanto comoda perché è durato poco. Mi toccò partire per la Germania dopo che mi hanno portato in Slesia a Gorlizi [Görlitz].

Viene infine internato come IMI (Internato Militare Italiano) nello Stalag VI D di Dortmund, dove gli viene assegnato il numero di matricola 55849. Sarà poi decentrato al Comando di lavoro n° 1043 di Essen – Steele.

Il fronte si avvicina sempre di più. Il tuono del cannone è sempre più vicino.

Oggi, 6 marzo 1945, ore 8 e 15, mi trovo da solo dentro un garage con il cuore abbastanza triste per codeste ragioni: prima, da due giorni i miei compagni partono per dove non si sa, secondo, con l’avvicinarsi degli Americani i tedeschi diventano più cattivi. Poi stamane alle ore 6 hanno fatto la […] e fatti partire miei compagni. Io non sono voluto andare dove mi è stato detto, ma sono andato al mio posto dove c’è gente che rispetta e mai […] sentinella alle spalle che dice: “lussi Arbait”, poi c’è il cannone che tuona continuamente, con quel tuono lugubre che non finisce mai.

Speriamo di partire […]. 

8 marzo 1945 – ore 12 – il viaggio è stato triste e lungo. Carichi di quel poco di roba, ci siamo messi in cammino. Abbiamo attraversato diversi villaggi e paesi senza mangiare e sotto il pericolo dei mitragliamenti. Siamo arrivati in un campo di concentramento di Russi, Polacchi e Italiani. Lì, sempre senza mangiare, ci hanno buttati in una baracca per terra e [siamo rimasti] lì fino al 10 [marzo] mattina.

Ci siamo messi in cammino alle ore 3 del pomeriggio. Siamo arrivati in un campo di concentramento. Là ci hanno dato 50 grammi di pane e un po’ di brodo.

Sotto il bombardamento, ci hanno fatti partire e finalmente alle ore 11 pomeridiane siamo arrivati in una caserma della Toti [n.d.a.: Todt]. Qui si aspetta il momento di partire nuovamente.

Wuppertal – Nutrimento al primo giorno. Il secondo ci chiamano e ci dicono codesta cosa: “è stato mancato [manca] un filone di pane e bisogna che salti fuori chi l’ha rubato” sennò non si dà da mangiare. Passata la giornata con la speranza […].

10 marzo 1945 – Vivere è una parola, ma questa mi fa paura. Tutti i giorni sono uguali: fame, tristezza. Ah… quanto sono stufo! Se non fosse per la mamma che voglio rivedere (se nostro Signore Gesù Cristo mi fa questa grazia) chi sa cosa avrei fatto a quest’ora pur di farla finita.

11 marzo 1945 – ore 17 – Sono sopra la mia branda e, avendo finito quel po’ da desinare, la mia testa naviga come una barca nell’oceano in tempesta. Penso alla mia mamma e a tutto quello di un tempo tranquillo e felice, quella felicità che da quattro anni non sento più [illeggibile]… che non deve più ritornare il tempo di una volta di potere riabbracciare la mia cara e amata mamma come le mie sorelle e fratelli.

Oggi, 23 marzo 1945, mi trovavo in una fabbrica per costruire una baracca. Verso le nove sono venute diverse formazioni di caccia bombardieri e siamo dovuti andare in rifugio dove ho passato tutta la giornata.

24 [marzo] – Partito la mattina a bordo di una macchina, sono arrivato al medesimo posto per riprendere il lavoro, ma non ho fatto niente perché c’erano gli Americani che ci facevano sentire come cantavano le loro mitraglie […] e le loro bombe.

… un compagno avendo preso in magazzino 1 chilo di pane e 1 chilo di burro è stato pescato. Preso a calci e pugni, portato al comando. Là il comandante ha dato degli ordini. L’hanno preso e portato dietro una casa e mentre camminava ci hanno sparato come un cane colpendolo al cervello. Poi hanno preso ciò e hanno mostrato questo […].

[…] … che si è ripassato a mitragliare così mi sono rimesso a letto […] primo pensiero è stato alla mia famiglia, la mamma […] Gesù risorto mi faccia ritornare a casa. La Pasqua la passo sentendo il cannone che tuona continuamente.

Finora tutto procede male. Fame, pidocchi, disperazione, senza mezzi di poter comunicare […]

Sono arrivato. Un mio amico mi ha fatto trovare un po’ di roba cucinata. […]

Mi sono recato all’adunata con la speranza di uscire così non si sente tanto la fame, ma giunti fuori mi hanno detto tutti che si lavorava […] qui mi sono […] un vagone […] dopo un po’ mi sono allontanato dal campo in cerca di qualche cosa da mangiare. Infatti dopo avere fatto 5 […] trovo un mucchio di barbabietole.

Quindi, pieno il sacco, sono ritornato in baracca però senza avere provato un bel quarto d’ora brusco. Difatti, mentre facevo la via del ritorno, primo caccia bombardiere […] saltata una fabbrica a poca distanza da dove mi trovavo.

Io […] mi sono quasi visto spacciato, ma il buon Dio mi ha dato la sua mano […] il pericolo.

Domenica. Dopo Pasqua mi sono recato in compagnia di Cattani e [?] in chiesa e con tutti gli altri abbiamo assistito alla Santa Messa. Sono stato in quell’ora felice. Pensavo alla mia piccola chiesa, alla mamma, al parroco. Tutto era un istante quasi felice. Mi sembrava perfino che Gesù rivolgesse il suo sguardo verso me e mi dicesse non temere che tornerai a rivedere tutto quello che di caro c’hai in questa vita. I tuoi stanno tutti bene e spesso si recano in chiesa e pregano per te e io ho esaudito le tue preghiere. Dio mio […] tempo stesso […] misericordia vostra è […] Vergine ti aiuta […].

8/4/45 – Mi recai in paese in cerca di cicchi [?] dopo avere fatto […] ora quasi di ricerche, mi sono recato in chiesa. Sono arrivato al loro Santa [?] che da tanto tempo.

Giornata molto movimentata – Le cunfetta [n.d.a.: i confetti] dell’artiglieria americana arrivano vicini e proprio in questo momento [illeggibile].

Mi accingo ad andare alle funzioni che si celebravano al rifugio ed io prendevo parte spirituale e corporale, la mamma, la casa, i compagni, la malinconia si impossessa di me e divento triste e pensieroso. ma poi un mio compaesano mi fece coraggio quindi ho acceso la stufa e ho battuto la biancheria lavata e messa ad asciugare.

Mi sono recato in chiesa e ho assistito alla Santa Messa. La sera sono ritornato c’era un prete […] alle funzioni […] uscito dalla casa canonica […] giovani e giovani […] la prima comunione e ha messo Gesù esposto [illeggibile].

ore 9 – [09.04.1945] – Giorno del mio compleanno mi reco in chiesa. Prego Gesù che mi aiutasse dandomi la fortuna che il prossimo compleanno lo possa fare in condizioni migliori.

Tra il 9 ed il 10 aprile 1945 viene ricoverato all’Ospedale di Kupferdreh – Essen, dove muore l’11 aprile 1945.

11 aprile 1945 ore 2 – decesso Riposi in pace

I suoi compagni di prigionia lo seppelliscono  nel Cimitero cattolico di Niederbonsfeld.

Oggi 12 aprile 1945, io Grioni Guido – Via Paciello [?] n° 4 Milano – con Monachello Rosario – Palma di Montechiaro – Vicolo Paccini n° 9 – con Viola Mario – Via Domenico [illeggibile] n° 3 – con Cacciola Sebastiano – Via Della Riccetta [?] n° 350 Messina – con Chisio [?] Antonio – Via Triestina Tessere 418, ci siamo portati dall’Ospedale di Kuppenfield (Essen) [n.d.a.: Kupferdreh – Essen] abbiamo composto la salma del nostro camerata in una buona bara e lo abbiamo portato al Cimitero di Niederbonsfeld. Con un sacerdote cristiano cattolico lo abbiamo noi stessi sotterrato in quel cimitero. [illeggibile] ancora il sacerdote ha […] la fossa ed ha dato l’ass […] alla bara.

Il funerale […] ma tutto noi e gli altri […] hanno concorso con le offerte a far celebrare lì una messa.

Infatti domani […] 13 aprile [1945] – Il Sacerdote della Parrocchia di Nierenhof alle 8 e mezza dice la Santa Messa di Suffragio proprio per lui [Vincenzo]. Tutti insieme abbiamo cooperato perché sia posta sulla fossa la croce con il nome e [illeggibile] abbiamo … dei documenti … auguriamo ai famigliari del nostro amico [illeggibile] rassegnazione e forza.

Scritto a Nierenhof il 12 aprile 1945 – Marinaio Grioni Guido – Via [illeggibile] Milano.

Registro sepolture italiani a Niederbonsfeld in The Arolsen Archives online collections – 70616059 / Amormino Vincenzo

Amici in tempo di prigionia

Lampardo [?] Distefano – Paolo Buscaglia Carmelo – Buscaglia Carmelo [?] – Salvatore Cerutti Felice – Dastoli Francesco Filadelfio – Colabino – Cerutti Felice, Via Rocca di Baldi, Lincotto [Lingotto] (Torino) – Catanio Pietro, Via san Giorgio n° 6, Martinenco [Martinengo] (Bergamo) – Pancoto Giovanni, Via Roma, Tarzo (Treviso) – Chizzio Favaro, Veneto, Tessera Via Triestina ai fornazzotti [?] n° 418 (Venezia) – Panpalone Quintilio, Via Gorizia 22, Montevarchi (Arezzo) – Gasperini Carlo, Gemonio, Comacchio Cuvio (Varese) – Costantino Antonio fu Giovanni, Via Roma, Castelbuono (Palermo) – Cattaneo Pietro – Taglialavore Salvatore – Appuntato dei Carabinieri nato Cianciana Agrigento Sicilia – Chizzio Antonio Favaro Veneto, Tessera Via Triestina ai fornazzoni [?] n° 418 (Venezia) – Pampalone Quintilio [….].


Vincenzo, durante la sua permanenza presso lo Stalag VIII A di Görlitz, si era particolarmente affezionato ad un Appuntato dei Carabinieri (Taglialavore Salvatore di Cianciana – Agrigento) che considerava come quel padre che non aveva più (infatti Vincenzo era orfano di padre).

Al caro amico Salvatore, era riuscito ad inviare una cartolina postale e a riceverne risposta.

Destinatario: Amormino Vincenzo – Coln Ratch (22) [Köln Rath/Heumar – Quartiere di Colonia] – Lager Vinlelberasch [?]

Li, 1/1/1945 – Mio carissimo Vincenzo,

rispondo con qualche giorno di ritardo alla tua cara tanto desiderata cartolina che portava la data del 11.12 scorso anno [11.12.1944]; E non puoi immaginare di quanto sono rimasto contento nel sentire l’ottimo stato di tua salute come pure di Monachello [altro militare]. E nello stesso tempo ti posso assicurare anche di me, Lupi [?] e tutti i nostri compagni della camera n° 61. Non ti posso dire e neanche raccontare di quanto mi è dispiaciuta la tua distanza. Il Santo Natale l’ho passato dentro la stanza assieme a Lupi e abbiamo mangiato una scatola di carne e ti pensavamo […] il mio paesano ed oggi abbiamo fatto la festa all’altra scatola di carne. Speriamo nella Madonna che l’anno nuovo ci porti la pace e di tornare sani e salvi alla nostra casa. Non avendo altro più che dirti, ti salutano caramente tutti i nostri compagni della camerata n° 61 ed io dandoti i più cari baci ed abbracci dal tuo per sempre fratello che mai ti scorderà.

Taglialavore Salvatore – risposto subito e buone cose e mi saluti tanto Monachello Rosario ed amici che sono assieme a te.

Nella seconda metà degli anni ’50 il Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra ne fa esumare le Spoglie e le fa traslare nel Cimitero militare italiano d’onore di Francoforte sul Meno (Friedhof Westhausen) alla posizione tombale: riquadro M, fila 3, tomba 25.

Registro sepolture Francoforte in The Arolsen Archives online collections – 70569404 / Amormino Vincenzo
Soldato Amormino Vincenzo – Riquadro M, Fila 3, Tomba n° 25

Memorie di Amormino Vincenzo

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