Anche Pietro è tornato a casa

Dopo alcuni anni dal primo contatto dei famigliari con Dimenticati di Stato, a novembre dello scorso anno sono finalmente tornati a casa anche i Resti mortali di Pietro Viale, nativo di Boves (Cuneo).


23 febbraio 2016

Gent.mo sig. Roberto, buongiorno,
mi chiamo R. Barbara ed abito a Boves in Piemonte, dopo aver riscontrato sul suo sito il nominativo di Viale Pietro Mario (nato a Boves il 31/07/1908) nonno di mio marito (D. Armando di Rivoira di Boves, figlio di D. Giacomo e V. Silvana) deportato e caduto nella seconda guerra mondiale in Germania a Voerde, in un lager, vorrei sapere se e come è possibile avere ulteriori notizie. Ho trovato il suo nominativo nell’”Elenco Nazionale Caduti per comune di nascita”, dove risulterebbe essere sepolto nel cimitero d’onore a Francoforte sul Meno, sotto il nominativo Viale Pietro Mario (questo era il suo effettivo nome di Battesimo).
In seguito a primi accertamenti svolti presso il Comune di Boves ho potuto visionare e leggere copia del certificato di morte che riportava:

“L’anno 1945 il giorno 11 di Agosto nella palazzina del Comando Italiano di Voerde, avanti a me sottotenente P. Luciano Comandante del “Campo degli ex prigionierei” e Funzionante Ufficiale dello stato civile si sono presentati: G. Bartolomeo di Antonio e di M. Lucia di anni 37, professione segantino domiciliato in Boves, provincia di Cuneo e B. Giuseppe di Giacomo e di C. Anna di anni 36, professione falegname, domiciliato in Boves provincia di Cuneo, i quali mi hanno dichiarato che il giorno 10 del mese di agosto 1945 alle ore antimeridiane 5 e minuti 30 in Voerde è deceduto Viale Pietro, figlio di Carlo Luigi e di Pasero Maddalena, di anni 37 di professione contadino coniugato con C. Caterina, domiciliato in Boves provincia di Cuneo. Il quanto sopra ed a quest’atto sono stati presenti quali testimoni M. Bruno di Giovanni di anni 21, professione impiegato, domiciliato in via M. al n. 55 in B. e L. Angelo di Nazzareno di anni 22, di professione fresatore, domiciliato a S. D. di F. in provincia di A., i quali si sono meco sottoscritti… (poi venivano riportate le firme)”.

Ringrazio sentitamente per l’attenzione con preghiera di voler al più presto farmi pervenire il Vs. riscontro, poiché ritengo nobile l’impegno nel voler rendere giustizia a chi è caduto per la patria lasciando familiari e congiunti nella disperazione. La ringrazio di cuore per il lavoro che svolge.

Cordialmente R. Barbara


Ufficio Informazioni Vaticano per i Prigionieri di Guerra

Viale Pietro Mario, nato il 31 luglio 1908 a Boves (Cuneo). Soldato del 29° Battaglione Alpini. Morto a Voerde (Nord Reno-Vestfalia) il 10 agosto 1945. Causa della morte: polmonite. Inumato in prima sepoltura nel Cimitero di Voerde. Esumato e traslato a Francoforte sul Meno (Germania) / Cimitero militare italiano d’onore (Westhausen). Posizione tombale: riquadro e / fila 2 / tomba 4.


 


1943 – 1945 ANNI FRANTUMATI

Fin da piccola ho conosciuto la storia della famiglia di mio padre.

La madre, nonna Sarah, era ebrea, e come lei tutta la numerosa famiglia che viveva in varie regioni italiane, ma anche all’estero.

Da questa “colpa” stigmatizzata dalle leggi razziali, frutto di un’ideologia folle (e non, come erroneamente molti sono portati a credere, messa in piedi da un pazzo, accecato dall’odio per cui gli ebrei erano non una razza inferiore, ma una “non razza”) ebbero origine tutte le vicissitudini che mi appresto a raccontare, essendo riuscita nel tempo a riunire i pezzi di questo puzzle, che si iscrive in quella immensa tragedia che è la Shoah.

Gian Franco Sestilli, vittima delle leggi razziali, estromesso dalla scuola così come la sorella, Gemma (detta Mimmi)

Mio padre, con la sorella e con i genitori, abitavano ad Ancona, dopo la promulgazione delle leggi razziali furono estromessi dalla scuola e braccati dalle SS che cercavano la loro madre, nonna Sarah.

Il racconto che segue è tratto da alcuni spezzoni di un testo della stessa zia Mimmi (Gemma Sestilli), quindi sono le sue parole che ho estrapolato, lo dico per amore di chiarezza e per non appropriarmi di cose non scritte da me direttamente.

La zia Mimmi raccontava: “Se qualcuno mi avesse detto che in quella bella casa nel centro di Ancona, dove ricevevamo parenti, amici e compagni di scuola (io avevo 17 anni, mio fratello 15) non avremmo mai più vissuto, non gli avrei creduto. Invece fu così”.

Vissero così molti mesi in fuga, prima a Sirolo, poi in una soffitta a Fermo.

Un giorno al bar l’altoparlante della radio a massimo volume, diede notizia dell’Armistizio.

Si tornava a casa! La vita poteva ricominciare!

L’illusione durò poco: le ultime parole di Badoglio furono una doccia fredda: “La guerra continua”.

Si dovettero rendere conto che i tedeschi erano in casa, non più alleati ma intrisi di odio, pretendendo che le loro leggi, ideologie e sistemi fossero validi anche per loro, mentre la concezione dell’antisemitismo, e la legge di Norimberga ricadevano sulla loro testa.

Per non far cadere la famiglia nell’apatia e combattere lo sconforto, mia nonna che era la forza della famiglia, mentre mio nonno (non ebreo, anzi ateo) era caduto in piena depressione, portò dalla casa rastrellata qualche libro dell’enciclopedia, gli scacchi e le carte da gioco, per tenere il cervello impegnato e fare a gara a chi imparava più voci dell’enciclopedia.

Sarah Gnagnatti, ritratta ad Ancona sul Monte Conero con il cane Bry

Una sera, mentre stavano giocando a carte, si udì un colpo alla porta dell’albergo dove soggiornavano e il cameriere chiamò mia nonna Sarah dicendo che un giovane stava cercando proprio lei.

Ebbe una breve conversazione con quel ragazzo, che le consegnò qualcosa e se ne andò.

Mia nonna con fare veloce disse: “Buonanotte sono stanca”.

Nel frattempo, zia era rimasta al tavolo dove stavano giocando a carte con una contessa, simpatizzante nazifascista, che quindi andava assolutamente trattenuta per non farle intuire nulla, mentre mio nonno raggiunse la moglie.

Zia e papà salirono dopo poco e trovarono l’armadio svuotato, borse aperte sui letti, ma soprattutto lunghe e larghe cinture di tela bianca, cucite con grande inventiva e destrezza, piene di banconote.

Quel giovane era il garzone del loro parrucchiere ad Ancona che, sfidando il coprifuoco, era venuto a  consegnarle un biglietto inviatole da una zia di Ancona sul quale era scritto: “Il medico dice che l’aria di Fermo fa molto male ai bambini”.

Compreso il messaggio, nonna decise che non sarebbero rimasti un minuto di più.

Era l’ottobre 1943 e riuscirono a fuggire grazie ad un compiacente autista che in un pagliaio nascondeva una Balilla.

Dopo mezz’ora le SS erano sotto casa.

Solo anni dopo, tornando in quella stanza, seppero che i tedeschi erano arrivati a loro grazie alla delazione del figlio di un gerarca fascista.

Arrivarono tra mille peripezie a Porto Recanati dove trovarono rifugio presso la casa di un amico di mio nonno, che nemmeno sapeva nonna fosse ebrea.

Per tutto il periodo della loro permanenza s’inventarono di essere profughi di Rimini e per mia nonna fu deciso (da nonno) che si sarebbe chiamata Maria. In questo modo riuscirono a salvarsi dalla deportazione.

Mio padre rimase talmente traumatizzato da ciò che visse durante la guerra che il solo sentire parlare in tedesco lo faceva finire nel panico. Come molto spesso accade, riuscì a superare le sue paure affrontandole in una strana maniera, cioè mettendosi a studiare proprio il tedesco. Lo imparò talmente bene che, durante una riunione a Francoforte qualcuno gli disse che per essere tedesco parlava molto bene l’italiano!

Il caposaldo della famiglia, la mia bisnonna Gina Coen Piazza (dei Piazza di Livorno) con i quattro figli: (da sinistra) zio Uogo, nonna Sarah, zio Enrico e zia Aurora
Nonna Sarah e nonno Rolando
Biglietto scritto da poche settimane da mio padre a me dopo un ictus che lo ha colpito 4 anni fa. Oggi ha 90 anni, ha perso l’uso della parola, non ricorda cosa ha mangiato a pranzo, ma della Shoah ricorda tutto
La cugina Bauer morta a Dachau

Altra vicenda che ha coinvolto la mia famiglia è quella di Schulim Vogelmann, il solo italiano della Lista di Oskar Schindler, cugino di mio padre, il quale ne parla in un memoriale scritto in tarda età.

Memoriale scritto da Gian Franco Sestilli nel 2015

Quando Schulim da Vienna dove viveva, partì per arruolarsi nell’esercito britannico in Israele, il padre Nachum gli disse: “cosa vuoi che ti auguri figlio mio? di mangiare bene con forchetta e coltello?, sii onesto!”.

Fu l’ultima volta che si videro. Tornato Firenze, dove il fratello insegnava il Talmud nel locale collegio rabbinico, Schulim fu assunto dal libraio Leo Samuel Olscki, proprietario della Giuntina, divenendone in breve direttore della tipografia che pubblicò “L’amante di Lady Chatterley”.

Durante i rastrellamenti tedeschi a Firenze, Schulim cercò una via di fuga con la figlia Sissel (che in yiddish significa “dolce”) di 8 anni e la moglie Anna Disegni, figlia del rabbino capo di Torino, ma il 30 Gennaio 1944 con altre 604 persone furono rinchiusi nel carcere di San Vittore, poi caricati dal binario 21 sul vagone e dopo 7 giorni di pianti, urla, vomito e pestaggi, mamma e figlia appena scese furono avviate subito alle camere a gas.

500 persone furono eliminate e Sissel divenne simbolo della Shoah italiana.

La piccola Sissel Vogelmann

Schulim dopo la morte della sua bambina e della moglie fu assoldato come tipografo/falsario da Oskar Schindler, visto che la Germania voleva mettere in crisi la Banca d’Inghilterra e ci provò anche con quella d’America, stamparono sterline false, soprattutto per pagare la famosa spia Cicero e altre operazioni.

Schulim vendette mezza razione di pane per pagarsi una grammatica polacca, lingua da rinfrescare perché dimenticata in gioventù.

 

Tornato a Firenze rilevò la Giuntina, casa editrice specializzata in testi ebraici, che poi fu rilevata dai figli Daniel e Guidobaldo: figlio di Albana Mondolfi con cui ebbe la forza di ricominciare a vivere. Albana era figlia di Virginia Coen, gasata anche lei ad Auschwitz, sorella della mia bisnonna, cosi come miseramente finirono anche i cugini Bauer che dal treno ebbero il tempo di lanciare una bottiglia con dentro arrotolato un biglietto con scritto “pregate per noi”.

Schulim morì nel 1974 e venne sepolto accanto alla tomba di Primo Levi. Sulla lapide, per volere del figlio Daniel, è stato inciso il numero di matricola che portava tatuato sul braccio: 173484.

Mi auguro di avere apportato un piccolo tassello all’immane mosaico della tragedia che ha colpito il popolo ebraico, e l’umanità tutta.

Shalom,

Maria Ludovica Sestilli


 

“La dimenticanza porta all’esilio, il ricordo porta alla libertà ”

Israel ben Eliezer (1698-1760) meglio noto come Baal Shem Tov

 


Schulim Vogelmann con la figlia Sissel
Articoli tratti da La Repubblica (Edizione Firenze) del 20 marzo 2008 – Articoli di Marco Ansaldo

Una preghiera sulla tomba di Alessandro Sanvito

“Buongiorno, mi chiamo Colombo Riccardo e qualche anno fa le ho scritto per avere informazioni riguardanti uno zio di mia madre il quale era deceduto nel campo di Rhumspringe in Germania.
Grazie al suo aiuto siamo risaliti alla sua tomba, ora ad Amburgo nel campo dedicato ai militari italiani.
Quest’anno, insieme a tutta la mia famiglia, siamo andati finalmente a visitarlo. E’ stata un’esperienza davvero molto toccante e so che ha reso molto felice mia madre, poiché il nome che porta lei Alessandra, le è stato dato in ricordo dello zio Alessandro, che ora ha potuto finalmente ritrovare e sulla cui tomba ha potuto pregare. La voglio quindi ringraziare per il suo lavoro, la cui importanza è dai più sottovalutata e sconosciuta, ma proprio per questo ancora di maggior valore. Spero di farle cosa gradita nell’allegarle la foto del giornale che ha parlato del nostro viaggio e sul quale abbiamo chiesto che venisse nominato il suo lavoro. Grazie a nome mio e della mia famiglia. Le auguro tanta felicità. Colombo Riccardo”.


Sanvito Alessandro di Giovanni, nato il 20 agosto 1922 a Vedano al Lambro (Monza e Brianza). Soldato del 4° Reggimento Genio / 3a Compagnia / Battaglione Artificieri.

Fatto prigioniero dai tedeschi a Bolzano nel settembre 1943. Internato nello Stalag XI B di Fallingbostel.

Decentrato all’Arbeitskommando di Rhumspringe (Bassa Sassonia).

Morto il 27 ottobre 1944. Inumato in prima sepoltura nel Cimitero cattolico di Duderstadt.

Esumato e traslato nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo (Hauptfriedhof Öjendorf) alla posizione tombale: riquadro 2 / fila J / tomba 20.

 

Archivio Segreto Vaticano – Ufficio Informazioni Vaticano per i Prigionieri di Guerra
Archivio Segreto Vaticano – Ufficio Informazioni Vaticano per i Prigionieri di Guerra

 

 

L’arte nei lager nazisti: memoria, resistenza, sopravvivenza. Pittori militari italiani internati in Germania, 1943-1945

Presentazione del mio libro L’arte nei lager nazisti: memoria, resistenza, sopravvivenza. Pittori militari italiani internati in Germania, 1943-1945, Palombi Editori, pp. 470, il 18 dicembre, presso la Casa della Memoria e della Storia di Roma.

L’opera affronta da una prospettiva insolita – quella dell’arte –, l’internamento dei 650.000 militari, catturati dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, deportati e rinchiusi per venti mesi nei lager nazisti con la qualifica di Internati Militari Italiani,  per aver rifiutato, nonostante le continue minacce e le terribili privazioni, di continuare la guerra al fianco dei tedeschi  e di aderire alla Repubblica di Salò.
L’intento del lavoro, che si caratterizza per un intreccio di storia e storia dell’arte ed è frutto di una ricerca presso enti pubblici e collezioni private, è stato quello di raccogliere in un unico corpus le vicende umane e la produzione figurativa di quegli artisti, i quali, nello squallore di una condizione degradante, al di fuori del mondo civile, hanno avuto la forza di reagire e sentito l’esigenza di esprimersi per raccontare la loro dolorosa esperienza. Le loro opere hanno saputo interpretare sentimenti comuni di dolore, protesta, speranza in una situazione di abbrutimento e disperazione,disadattamento ed estraneità. I loro segni scarni e tormentati rivelano la volontà di opporsi alla sopraffazione nell’unico modo possibile, una straordinaria capacità di difesa dell’individualità e dell’identità, la fermezza nel dare a quella drammatica esperienza un valore di resistenza − “l’altra Resistenza” – affermando silenziosamente i valori e la dignità di esseri umani nei confronti della spersonalizzazione e dell’intento di annullamento del sistema concentrazionario.

Paola Cintoli, già ricercatrice presso l’’Istituto di Scienze storiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, poi docente nelle Scuole Superiori, risiede a Roma.

Sugli Internati Militari Italiani ha pubblicato il volume “Il ritorno da Schokken, lager 64/Z. Il diario  del gen. Giuseppe Cinti. Una voce della Resistenza senz’armi”,  Bibliotheka Edizioni, 2015; il saggio  Gli Internati Militari Italiani (IMI) nei lager nazisti: una “Resistenza senz’armi”,  presso la “Rivista di Studi militari”,  dell’Università di Bologna, Patròn Editore,  2017; l’articolo Tre ufficiali internati a Flossenbürg, sulla rivista dell’A.N.E.I. “Noi dei lager”, n. 3-4 Luglio – Dicembre 2016.

presentazione libro paola cinti

Anche i parenti di Filippo Morabito avranno una tomba su cui piangere

La ricerca dei parenti dei Caduti sepolti nei cimiteri militari italiani in Austria, Germania e Polonia è iniziata oltre ventitré anni fa. Per tutti questi anni ho raccolto e archiviato documenti, dati e nomi, riversando e mantenendo “vivo” su questo sito gran parte del materiale.

E dopo tanto tempo, una ricerca che avevo iniziato moltissimi anni fa ha finalmente dato i suoi frutti.

Ad un anno dal rimpatriato dei resti del mio povero zio (dicembre 2000), morto nel Campo di concentramento di Flossenbürg, avevo deciso cercare i parenti anche degli altri ragazzi che erano stati sepolti con il mio parente nel Cimitero militare italiano di Monaco di Baviera per informarli che i loro cari non erano dei “dispersi” ma avevano avuto una degna sepoltura.

Si trattava di ragazzi che erano stati fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 (civili e militari) e deportati in campi di concentramento (KZ – Konzentrationslager) in Germania. Quindi ragazzi che avevano conosciuto gli orrori dei lager di Dachau, Flossenbürg e Natzweiler (lager dai quali provenivano i caduti sepolti a Monaco di Baviera).

Tutti questi giovani erano riusciti a sopravvivere fino alle liberazioni da parte dell’esercito americano ma, a causa delle loro condizioni fisiche disperate, erano morti dopo alcune settimane.

A differenza dei loro compagni di prigionia che nei mesi precedenti erano finiti nei crematori o in fosse comuni, loro avevano avuto il “privilegio” di una degna sepoltura.

Inumati in cimiteri nei pressi dei campi, erano poi stati esumati e traslati a Monaco dal Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra nella metà degli anni ’50.

Ritenendo che le famiglie avessero il diritto di conoscere la sorte dei loro congiunti, il giorno di Natale del 2001, iniziai a scrivere a svariati comandi dei Carabinieri per cercare i parenti di questi sventurati.

Tra i nominativi che avevo raccolto (nominativi poi che avevano trovato riscontro nella banca dati di Onorcaduti) risultava esserci anche tale Mora Filippo di Reggio Calabria. Quindi inviai una richiesta di ricerca alla Regione Carabinieri “Calabria” – Compagnia di Reggio Calabria allegando i dati che avevo raccolto sul Caduto.

Mora Filippo, nato il 10 agosto 1910 a Reggio Calabria. Deportato nel campo di concentramento di Dachau. Arrivato il 22 settembre 1943. Matricola 55412. Trasferito al Campo di concentramento di Natzweiler. Matricola 9814. Trasferito a Flossenbürg. Trasferito a Dachau il 9 aprile 1945. Matricola 150773. Liberato dai soldati dell’esercito americano il 29 aprile 1945. Morto il 18 maggio 1945. Sepolto nel cimitero comunale di Dachau (Waldfriedhof). Esumato e traslato a Monaco di Baviera nel Cimitero militare italiano d’onore (Waldfriedhof) alla posizione tombale: riquadro 4 – fila 9 – tomba 37.


 

Purtroppo, su Mora Filippo di Reggio Calabria non risultava nulla.

La scorsa settimana mi giunge una mail:

“Torino – 2 dicembre 2018

Buongiorno,

mi sorge un dubbio sul cognome riportato nell’elenco di Roberto Zamboni.

La data di nascita risulta uguale a quella di mio nonno Morabito Filippo nato il 10 agosto 1910. Può essere un errore di trascrizione?  Grazie mille. Filippo Morabito”

MORA FILIPPO, NATO IL 10 AGOSTO 1910 A REGGIO CALABRIA – DEPORTATO NEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI DACHAU – ARRIVATO IL 22 SETTEMBRE 1943 – MATRICOLA 55412 – TRASFERITO A NATZWEILER (ALSAZIA) TRA IL 27 E IL 31 MARZO 1944 – MATRICOLA 9814 – DECENTRATO A MARRKIRCH (SOTTOCAMPO DIPENDENTE DA NATZWEILER) – TRASFERITO A FLOSSENBÜRG – TRASFERITO A DACHAU – IMMATRICOLATO IL 9 APRILE 1945 – MATRICOLA 150773 – LIBERATO DAI SOLDATI DELL’ESERCITO AMERICANO IL 29 APRILE 1945 – DECEDUTO PRESSO L’OSPEDALE AMERICANO DI DACHAU IL 18 MAGGIO 1945 – SEPOLTO NEL CIMITERO COMUNALE DI DACHAU (WALDFRIEDHOF) – RIESUMATO E TRASLATO A MONACO DI BAVIERA (GERMANIA) – CIMITERO MILITARE ITALIANO – POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 4 – FILA 9 – TOMBA 37. FONTI: 1A, 1B, 4, 5, 6


Riprendo in mano i documenti del Mora e mi accorgo di qualche piccola storpiatura nel cognome:

Nel libro matricola del Lager di Dachau il cognome riportato è Morab ed anche sulla scheda di entrata del Campo di concentramento di Natzweiler viene riportato lo stesso cognome: Morab.


 

Pagina del libro matricola del Lager di Dachau con i dati del deportato
Scheda entrata del Campo di concentramento di Natzweiler

Da un controllo tra le schede di ricerca dell’Ufficio Informazioni Vaticano per i Prigionieri di Guerra ne esce che un Morabito Filippo si trovava nel Blocco 23 del Campo di concentramento di Dachau al momento della liberazione del campo. Infatti, il nome del Morabito risulta  in un elenco spedito da Dachau e giunto tramite la nunziatura apostolica in Francia il 22 maggio 1945 con i nomi dei 1380 prigionieri cristiani ed ebrei internati nel campo di concentramento, compilati, al momento della liberazione, dal condetenuto padre Carlo Manziana a nome del Comitato italiano dei prigionieri di Dachau.


 

Archivio Segreto Vaticano – Ufficio Informazioni Vaticano per i Prigionieri di Guerra

Solo dopo un accertamento fatto dal nipote omonimo presso il Cimitero militare (grazie ad un amico italiano residente a Monaco di Baviera) è stato possibile stabilire che il Caduto sepolto nel cimitero della città bavarese non era Mora Filippo ma Morabito Filippo.


Torino – 5 dicembre 2018

Ciao Roberto,

io e il mio papà, assieme alla mia famiglia, fratelli e sorelle, in primavera andremo al Cimitero militare di Monaco. Oggi il mio papà ha 82 anni e quando mio nonno  partì per la guerra ne aveva cinque. Per questo, dopo tutto questo tempo avrebbe piacere di andare a dire una preghiera dov’è sepolto suo padre.

A tutt’oggi la mia famiglia, mamma e papà abitano a Vinco, in provincia di Reggio Calabria. Io invece vivo e lavoro a Torino.

Grazie ancora di tutto.

Un abbraccio.

Filippo


Dopo tantissimi anni, anche i parenti di Filippo Morabito avranno una tomba su cui piangere.

Morabito Filippo, nato il 10 agosto 1910 a Vinco (frazione di Reggio Calabria). Residente a Vinco. Muratore e contadino. Fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 ed imprigionato nel Reclusorio militare di Peschiera del Garda (Verona). Deportato il 20 settembre 1943 con destinazione il campo di concentramento di Dachau. Arrivato il 22 settembre 1943. Matricola 55412. Classificato come AZR (Arbeitszwang Reich – deportato ai lavori forzati). Trasferito al Campo di concentramento di Natzweiler (Alsazia). Arrivato ed immatricolato a Natzweiler il 31 marzo 1944. Matricola 9814. Decentrato a Marrkirch (sottocampo dipendente da Natzweiler). Classificato come SCH (Schutzhäftlinge – deportato per motivi precauzionali). Trasferito a Flossenbürg. Trasferito a Dachau. Immatricolato il 9 aprile 1945. Matricola 150773. Liberato dai soldati dell’esercito americano il 29 aprile 1945. Morto il 18 maggio 1945. Sepolto nel cimitero comunale di Dachau (Waldfriedhof). Esumato e traslato a Monaco di Baviera nel Cimitero militare italiano d’onore (Waldfriedhof) alla posizione tombale: riquadro 4 – fila 9 – tomba 37.

 

Un fiore anche sulla tomba di Duilio Santoli

Buonasera,
mi chiamo Arianna, la prossima settimana io e il mio ragazzo saremo per qualche giorno in vacanza ad Amburgo. Le scrivo perché abbiamo scelto questa meta anche per avere occasione di visitare il Cimitero militare Italiano che si trova in città. Il fratello del nonno del mio ragazzo, morto durante la seconda guerra mondiale, si trova proprio lì.

Si chiamava Duilio Santoli, nato a Monzuno il 21 settembre 1914 e morto il 6 dicembre del 1944. Il numero a cui corrisponde nell’elenco del vostro sito è il seguente: 4845

Volevamo chiedere gentilmente il numero del lotto in cui riposa e se ci fossero altre informazioni, di qualsiasi tipo, che riguardavano la sua vita e la sua morte.

Non so se ci sia qualcosa, se vi siano particolari in più oltre al nome e alla data di morte ma avendo possibilità di inviare una mail a questi indirizzi non abbiamo resistito.

Ringrazio in anticipo per la disponibilità, per la gentilezza e per tutto quello che fate.

Arianna Serenari


Santoli Duilio, nato il 21 settembre 1914 a Monzuno (Bologna). Soldato del 36° Reggimento di Fanteria. Internato in Germania dopo l’8 settembre 1943. Morto a Osnabrück (Bassa Sassonia) per bombardamento il 6 dicembre 1944. Inumato in prima sepoltura nel Cimitero municipale di Osnabrück. Esumato e traslato dal Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo (Hauptfriedhof Öjendorf), alla posizione tombale: riquadro 4 / fila K / tomba 42.

 

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Il ritorno di Giovanni Battista Marini

Gentilissimo Signor Roberto,

le scrivo per comunicarle che mio Zio, il Soldato G. B. Marini, è rientrato a Lavagna (GE), sua città natale ed è stato tumulato nella Tomba di famiglia, assieme ai genitori e fratelli.

A tal fine le allego l’articolo del Nuovo Levante, del 2 Novembre, per sua conoscenza.

La ringrazio nuovamente per aver permesso di rintracciare e rimpatriare il nostro congiunto.

Cordialità,

Nadia Marini


Marini Giovanni Battista, nato il 13 febbraio 1922 a Lavagna (Genova). Soldato del 3° Reggimento Granatieri. Fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 ed internato in Germania, presumibilmente (visto il luogo di prima sepoltura) presso lo Stalag VI A di Hemer. Deceduto il 16 giugno 1945. Inumato in prima sepoltura nel Cimitero italiano di Hemer/Hiserlon (An Duloh Italianerfriedhof). Nella seconda metà degli anni ’50, esumato e traslato dal Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra nel Cimitero militare italiano d’onore di Francoforte sul Meno (Friedhof Westhausen). Sepolto alla posizione tombale: riquadro P / fila 8 / tomba 11.

Articolo tratto da il “Nuovo Levante” del 2 novembre 2018
Archivio Segreto Vaticano – Ufficio Informazioni Vaticano per i Prigionieri di Guerra – SCHEDA 2530 – E. 283: elenchi della nunziatura apostolica in Ungheria spediti da Budapest il 13 novembre 1943 con 6014 nominativi di militari deportati in Germania provenienti dai Balcani, dalla Grecia e dall’isola di Rodi. La lista E. 283 è divisa per regioni: A: Piemonte, B: Tre Venezie, C: Lombardia, D: Emilia, E: Campania, F: Toscana, G: Liguria, H: Umbria, I: Lazio, L: Marche, M: Lucania, N: Sardegna, O: Abruzzo, P: Calabria, Q: Sicilia, R: Puglia.

GB Marini in divisa