Battista Farina. Un altro bergamasco tra i caduti di Natzweier

Gentile Sig. Zamboni mi sono imbattuta in questo sito mentre cercavo notizie di un mio prozio disperso di guerra.
Ho già consultato tutti gli elenchi e non ho trovato traccia però vorrei sapere se lei riesce a darmi qualche informazione in più.
Posso solo dirle che si chiamava FARINA BATTISTA nato il 07/05/1916 a CALUSCO D’ADDA (BG) e dato per disperso il 30/09/1943.
Alcuni parenti dicono morto a Mauthausen ma non vi è nessuna certezza.
La ringrazio anticipatamente e le porgo cordiali saluti.
Teli Anna


 

Farina Battista, nato il 7 maggio 1916 a Calusco d’Adda (Bergamo). Deportato a Dachau sul convoglio partito dal Reclusorio militare di Peschiera del Garda (Verona) il 20 settembre 1943 e arrivato il 22 settembre 1943. Numero di matricola assegnato: 55139. Categoria assegnata: AZR (Arbeitszwang Reich – deportato ai lavori forzati). Trasferito a Markirch (sottocampo di pendente dal Lager di Natzweiler – Alsazia) il 27 marzo 1944. Matricola 9603. Morto a Natzweiler il 14 aprile 1944.

 

Stralcio pagina del “Registro Matricole” del Lager di Dachau
Elenco di nominativi stilato nei giorni successivi alla liberazione nel Campo di concentramento di Dachau
Documento dell’infermeria del Campo di concentramento di Dachau riferito a Farina Battista

04.05.1945 – 04.05.2019

Il 4 maggio 1945, nel Campo di concentramento di concentramento di Flossenbürg (liberato dalle truppe americane dodici giorni prima) moriva Luciano Zamboni.


Zamboni Luciano Giovanni

Luciano, figlio di contadini e primo di quattro fratelli, era nato il 3 febbraio 1923 a Trezzolano di Mizzole, un paesino nella provincia di Verona.



Negli anni ’30 si era trasferito, con i genitori, la sorella e i due fratelli, a Montorio, al numero sette di Via dei Platani.

Dopo la caduta del regime, il 25 luglio 1943, la successiva firma dell’armistizio dell’Italia con gli anglo-americani, e la nascita della Repubblica di Salò, anche a Verona avevano ripreso a funzionare gli uffici di leva.



Il 9 novembre 1943 fu pubblicato il primo ordine di chiamata alle armi. L’obbligo di presentazione presso il distretto militare era indirizzato alle classi 1923, 1924 e 1925.

Luciano decise di presentarsi e nel gennaio del 1944 fu inviato al Centro Addestramento Aeronautico di Sacile (Pordenone).


Foglio matricolare e caratteristico di Luciano

Dopo alcuni mesi fu trasferito alla Caserma Aeronautica di Casarsa (3ª Compagnia – 3° Plotone – 10ª Squadra), e infine al 14° Centro Avvistamento (Posta da Campo n. 765) presso Firenze, da dove disertò, giungendo a Verona dopo aver percorso buona parte della strada a piedi. Era il giugno del 1944 e per più di due mesi rimase nascosto presso la casa di uno zio.

A causa delle accanite ricerche da parte dell’Ufficio di Polizia Investigativa di Verona (U.P.I.), alla fine di settembre si vide costretto a farsi assumere alla Todt, l’organizzazione tedesca che provvedeva alla costruzione di fortificazioni e sbarramenti e che dava da lavorare a chiunque ne facesse richiesta, fosse questo un renitente, un disertore o uno sbandato.



Con la Todt fu inviato, assieme ad altri compaesani, sul Monte Altissimo di Nago, a nord del Lago di Garda, e venne impiegato nella costruzione di trincee e opere di difesa militare.

Il 26 novembre 1944, dopo aver chiesto un permesso per far visita alla famiglia che gli venne negato, decise di tornare a casa abbandonando il posto di lavoro.

Purtroppo venne intercettato da una pattuglia della polizia tedesca, arrestato ed imprigionato, prima nel forte di San Mattia e poi nelle celle del Palazzo INA dove aveva sede il Comando Generale SS e Polizia di Sicurezza (Befehlshaber der Sicherheitspolizei und des Sicherheitsdienst – B.d.S Italien).


Forte San Mattia
Celle Palazzo INA

Il 12 gennaio 1945, assieme ad altri prigionieri veronesi, venne portato al Campo di concentramento e transito di Bolzano (Polizei- und Durchgangslager Bozen).


Polizei- und Durchgangslager Bozen

La mattina del 19 gennaio, Luciano e altri 358 internati furono caricati su camion e portati alla stazione ferroviaria di Bolzano dove li attendeva un treno merci, scortato da militi SS e polizia altoatesina, che aveva come destinazione finale il Campo di concentramento di Flossenbürg dove sarebbe arrivato cinque giorni dopo.

Era il pomeriggio del 23 gennaio 1945 e dai vagoni oltre ai vivi furono scaricati anche una decina di morti.

Mio zio, con gli altri prigionieri, fu fatto scendere e avviato a piedi verso il campo di concentramento che si trovava a qualche chilometro più in alto rispetto alla stazione ferroviaria. All’arrivo nel lager, dovette subire la procedura standard prevista per ogni deportato. Fu spogliato di ogni avere, dei vestiti e della dignità, rapato, rasato e lavato. Gli venne fornito il vestiario e, trasferito al blocco 20, immatricolato. Luciano ebbe il numero di matricola 43738 e il triangolo rosso con la «I» nera che lo classificava come prigioniero politico italiano.


Campo di concentramento di Flossenbürg
Libro matricola del lager
Particolare

Il 22 marzo fu trasferito al lager di Natzweiler (Alsazia) e decentrato presso il sottocampo di Offenburg.

Proprio in quel periodo i Kommandos esterni di Natzweiler furono evacuati a causa dell’avanzata delle truppe alleate.

Quasi tutti gli internati, a piedi o in treno, furono trasferiti a Dachau.

Luciano, assieme ad altri prigionieri, fu riportato a Flossenbürg, dove arrivò il 6 aprile.

Il 20 aprile 1945, il comandante del campo di Flossenbürg, l’SS-Obersturmbannführer Otto Max Kögel, ordinò l’evacuazione e i 14.800 prigionieri in grado di camminare, furono incolonnati e avviati a piedi verso sud con destinazione il Campo di concentramento di Dachau.


Marcia di trasferimento verso Dachau

Dei 1.526 internati che rimasero nel lager, (tra questi anche 46 italiani, compreso mio zio), circa la metà era ammalata di tubercolosi o di tifo e gli altri, a giudizio dei carnefici nazisti, con un piede già nella fossa, non avrebbero vissuto abbastanza da vedere i loro liberatori.


Prigionieri del lager dopo la liberazione


Luciano era ancora vivo quando, la mattina del 23 aprile 1945, una compagnia della 97ª Divisione di Fanteria dell’Esercito americano liberò il Campo di concentramento di Flossenbürg.


Liberazione di Flossenbürg
23 aprile 1945
2 maggio 1945
4 maggio 1945
Forno crematorio di Flossenbürg

Il 4 maggio, dodici giorni dopo la liberazione del lager, mio zio morì. Morì da uomo libero e sicuramente circondato dall’affetto e non dall’indifferenza com’erano morti a migliaia nei mesi precedenti i suoi compagni di prigionia.

Parte dei deceduti dal 23 al 30 aprile furono cremati. Molti furono sepolti in fosse comuni nel territorio occupato dal campo di concentramento.


Fosse comuni a Flossenbürg

Lo stesso giorno in cui morì mio zio, nel cimitero del paese di Flossenbürg, furono inumate le prime 21 salme di prigionieri che sopravvissero alla liberazione ma che poco dopo spirarono a causa delle vessazioni subite. Su ognuna delle 120 tombe che alla fine accolse quel cimitero fu apposta una piccola lapide col nome dell’ex deportato defunto.


Prime sepolture nel cimitero del paese
Trasporto salme
Inumazioni nel cimitero comunale di Flossenbürg
Il Cimitero di Flossenbürg negli anni 50

Il 12 marzo 1958 i resti di quattro deportati italiani furono trasferiti dal cimitero del paese di Flossenbürg al Cimitero Militare Italiano d’Onore a Monaco di Baviera su ordine del Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra. Uno di questi quattro italiani era Luciano.


Sepolture di italiani a Flossenbürg

Registri del Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra

Tomba nel Cimitero militare italiano di Monaco di Baviera

“…morire sì, ma morire liberi, non bruciati, dormire sotto una zolla fresca ed una pia croce. Dolcissimo sogno. Morire, ma dopo aver rivisto i familiari, abbracciati i figli, la sposa, nel proprio casolare, in mezzo alle cose che ci furono care perché essenza della nostra vita e riposare nel piccolo cimitero dove dormono l’eterno sonno gli avi e gli amici…”


Tratto da “Dimenticati di Stato”

“Verso la fine di novembre del 2000 fui avvisato dal Capitano di Corvetta Giovanni Mingardo, del Commissariato Generale, che in quei giorni si sarebbe proceduto a riesumare e rimpatriare, dal Cimitero Militare Italiano di Monaco di Baviera, i resti di Luciano. Questi sarebbero stati fatti sbarcare all’aeroporto di Venezia, evitandomi così un inutile viaggio fino a Roma, presso il Sacrario Militare del Verano, dove generalmente venivano portate le cassette-ossario dei Caduti in guerra, una volta rimpatriate. Lì sarebbero stati lasciati nell’attesa che fossi andato a ritirarli.

Il 2 dicembre 2000 mi recai all’aeroporto Marco Polo dove, con un volo della Lufthansa, era stata portata la cassetta-ossario contenente quello che rimaneva del mio povero zio.

Arrivai agli uffici della compagnia tedesca di buon’ora e la segretaria mi consegnò tutta la documentazione che doveva essere vistata dal dirigente dell’Ufficio di Sanità per il rilascio di un nulla osta sanitario.

Mi recai presso l’Ufficio di Sanità Marittima ed Aerea di Venezia ed il dirigente preposto mi rilasciò i documenti necessari. Con l’incartamento regolarizzato tornai all’aeroporto per il ritiro di quello che, secondo tutte le carte che mi trovavo tra le mani, era considerato un semplice «pacco».

La cassetta era stata scaricata dal volo LH 3792 della Lufthansa proveniente da Monaco, portata nei magazzini dell’aeroporto e lì custodita. Dopo aver presentato i documenti per il ritiro, il magazziniere mi accompagnò in un capannone e cominciò la ricerca.

Era deprimente trovarsi in mezzo a colli d’ogni genere, sapendo che si stava cercando quello che un tempo era stato un ragazzo forte ed in salute, racchiuso ora in una «scatoletta» alta e profonda 25 centimetri e larga poco più di mezzo metro. Inoltre il ragazzo addetto alla consegna cercava e non riusciva a capire cosa stesse cercando. Io stavo zitto e lo seguivo con lo sguardo.

Ad un certo punto lo vidi trasalire. Girando e rigirando tra le mani le carte che gli avevo consegnato si era accorto di qualcosa: ciò che stava cercando erano dei «human remains», per l’appunto dei resti umani. Sbiancò, immediatamente si scusò e mi condusse in fondo al capannone dove ai piedi di un tricolore erano state collocate due cassette di legno di pino. Su una delle due era stato scritto con un gessetto bianco «Luciano Zamboni». Era tutto ciò che rimaneva di mio zio. Dopo aver subìto il carcere, le botte, le torture, l’inferno del campo di concentramento ed un «sequestro di Stato» durato più di cinquant’anni, mio zio era stato depositato come un pacco postale nello squallido magazzino di un aeroporto. Non mi aspettavo di trovare fanfare o picchetti d’onore, ma sarei stato felice se lo avessero almeno messo in un luogo isolato dal resto del deposito, fingendo un po’ di compassione e rispetto per quei miseri resti e per chi li sarebbe andati a ritirare.

Fortunatamente ero andato a Venezia da solo evitando a mio padre e ai miei zii questa ennesima umiliazione.

Presi la cassetta senza dire una parola e mi avviai verso l’uscita.

A differenza di chi, al Ministero della Difesa, qualche giorno prima le aveva definite «solo quattro ossa mineralizzate», per noi parenti quei poveri resti erano una importante parte del nostro passato familiare.

Mia madre in quel periodo era gravemente ammalata e bloccata a letto senza la minima possibilità di muoversi. Sapevo che le avrei fatto un regalo inimmaginabile se le avessi permesso di abbracciare le Spoglie di quel cognato di cui mi aveva lungamente parlato.

Contravvenendo a tutti i regolamenti cimiteriali, portai quella cassettina a casa di mia madre per un ultimo saluto. Per mio padre, fratello di Luciano, fu un regalo enorme e fu una delle poche volte che lo vidi piangere. Potrà sembrare stupido, ma era mio desiderio tenere mio zio almeno per un giorno circondato dal calore della sua famiglia. Cosi feci.

Il giorno seguente avvolsi la cassetta nel tricolore e la portai nel cimitero dove riposavano ormai da molti anni i suoi genitori.

Nel suo ultimo viaggio fu accompagnato dai parenti, da chi lo aveva conosciuto ed amato e da chi aveva patito con lui le sofferenze dei campi di concentramento.

Tra questi, il Presidente della sezione veronese dell’Associazione Nazionale ex Deportati, il Signor Gino Spiazzi, che era arrivato a Flossenbürg sullo stesso convoglio di mio zio. Dal campo di smistamento di Bolzano a quello di Flossenbürg e fino al suo trasferimento al sottocampo di Zwickau, quest’uomo aveva condiviso col mio parente la fame e la sete, il freddo, le botte, le umiliazioni e la paura di poter essere ucciso in qualsiasi istante.

Le sue parole mi toccarono particolarmente perché ciò che raccontava era quello che avrebbe potuto raccontare Luciano se fosse tornato.

Una volta terminata la breve cerimonia mi diressi nel luogo dove le Spoglie mortali sarebbero state tumulate, avvolte nella bandiera italiana sovrastata dal foulard a strisce grigie ed azzurre con al centro il triangolo rosso, simbolo degli ex deportati politici, per l’estremo saluto”.


Cassetta-ossario con i Resti di Luciano

Ritrova il padre a Bielany dopo 75 anni

Vorrei fare un ringraziamento a questo sito e al suo promotore, Zamboni Roberto. Nel fare la ricerca sugli IMI del Comune di Valdobbiadene (TV) ho trovato fra i nomi il nome di Pappo Casagrande Giovanni Cl 1907, Fante del 55° Reggimento Fanteria, Divisione Marche, catturato dai Tedeschi a Treviso il 12-09-1943. Deportato in Germania, internato nello Stalag III C di Drewiz, moriva per malattia il 5 aprile 1944. Sepolto A Bielany/Varsavia (Polonia) – Cimitero militare italiano d’onore.

Ho conosciuto la figlia Costanza che al momento della deportazione del padre aveva 3 anni. Per anni era andata alla ricerca di quel suo Papà che aveva nei ricordi di bambina e non era stata capace di avere informazioni. Ed é stato un momento di gioia e commozione nel vedere la mia documentazione e l’averlo ritrovato dopo 75 anni. Il giorno di Pasqua la Signora Costanza si è recata a Varsavia, a Bielany, al Cimitero militare italiano d’onore, e ha ritrovato quel padre che cercava da anni, uno dei tanti Italiani che con la loro Resistenza nei Lager hanno contribuito alla liberazione dell’Italia e dell’ Europa dal nazifascismo.

Baratto Pietro – Segretario ANPI – Valdobbiadene


Pappo Casagrande Antonio (foto ANRP)

Pappo Casagrande Giovanni, nato il 13 settembre 1907 a Treviso. Soldato del 55° Reggimento di Fanteria. Fatto prigioniero dai tedeschi il 12 settembre 1943 a Treviso ed internato nello Stalag III C di Alt Drewitz. Matricola 34074 III C. Decentrato al comando di lavoro n° I. 5164 (Arbeitskommando I.5164). Morto per malattia a Drzewice / Alt Drewitz (Voivodato di Łódź) il 5 aprile 1944. Sepolto a Bielany-Varsavia / Cimitero militare italiano (Polonia). Posizione: Sepolcreto in trincea (sepolcreto destro).

 

Lastra di copertura dell’Ossario destro
Bielany Ossario destro

Un bresciano nei lager nazisti

Buongiorno,

Mi chiamo Massa Maurizio e scrivo da Verolanuova in provincia di Brescia. Sto cercando di ricostruire la storia di mio nonno paterno Massa Natale che risulta disperso in Germania nella Seconda Guerra Mondiale.

In generale sono riuscito a ricostruire la sua storia dal 1938 al 1943 grazie al suo foglio matricolare ed ai racconti di mia nonna. Tra il 38 ed il 39 è stato all’isola d’Elba, tra il 40 ed il 41 ha fatto la campagna di Grecia ed Albania con il 33 reggimento di artiglieria poi verso la fine 42 è stato distaccato all’8 reggimento artiglieria Pasubio di Verona dove doveva partire per la Russia. A quel punto ha deciso di disertare, ma i carabinieri sono venuti a Manerbio BS dove risiedeva e l’hanno catturato. Imprigionato è stato giudicato e condannato dal Tribunale militare di Verona (ho appena scoperto che i documenti processuali sono depositati presso l’archivio di Stato di Verona) e imprigionato nel carcere militare di Peschiera del Garda dove dopo l’8 di Settembre del 1943 e precisamente il 30 settembre è stato deportato in Germania presumibilmente con il primo treno di deportati italiani partito dall’Italia. Da lì se ne perdono completamente le tracce […]

Potete gentilmente aiutarmi a cercare di trovare informazioni il più possibile dettagliate su mio nonno?

[…]

Massa Natale Angelo

Nato il 25 /12 /1917 a Manerbio (BS)

Ultimo indirizzo: Vicolo Dosso 7 Manerbio

Padre: Massa Tomaso

Madre: Renzi Teresa

moglie: Ariazzi Esterina

 

In attesa di un vostro riscontro colgo l’occasione per porgere i miei più cordiali saluti.

Sul “foglio matricola” viene riportato: “Catturato dai tedeschi ed internato in Germania”
Verbale di irreperibilità

Caro Maurizio,

ti allego quanto ho potuto ricostruire sulla sorte tuo parente dopo il settembre 1943.

Tuo nonno Natale, assieme ad altri 1.790 prigionieri, venne prelevato dal Reclusorio militare di Peschiera del Garda (VR) il 20 settembre 1943, caricato su un treno e deportato nel Campo di concentramento di Dachau. Al suo arrivo, il 22 settembre 1943, gli venne dato il numero di matricola 54067 e gli fu assegnata la categoria di prigioniero deportato ai lavori forzati (AZR – Arbeitszwang Reich).

dachau - Copia
Registro matricole del Lager di Dachau dove compare il nome di Massa Natale (doc. ITS Arolsen)

Il 14 marzo 1944, venne trasferito al Campo di concentramento di Natzweiler, in Alsazia, con il numero di matricola 8904. Il 6 settembre 1944 rientrò a Dachau dove gli fu assegnato un nuovo numero di matricola, il 102309, e una nuova categoria: quella di deportato per motivi precauzionali (SCH – Schutzhäftlinge).

Il 27 settembre 1944 venne trasferito da Dachau a Flossenbürg e decentrato nel sottocampo di Gröditz. All’atto dell’immatricolazione, il 1° ottobre 1944, gli venne assegnato il numero 28261 e mantenne la categoria di deportato per motivi precauzionali.

Da quel momento, di tuo nonno si perdono le tracce.

Sul registro matricola del Campo di concentramento di Flossenbürg non viene riportata la sua eventuale morte. Infatti, nei registri del campo, come puoi vedere nell’immagine che segue, veniva messa la data di morte affiancata da una croce, cosa che non appare tra i dati di tuo nonno.

Nonostante ciò, il Ministero della Difesa, lo da per disperso (morte presunta) dalla data del 3 dicembre 1944 (come riportato anche sul foglio matricolare e sul verbale di irreperibilità).

[…]

flossenburg - Copia
Pagina del libro matricola di Flossenbürg con i dati Natale Massa (doc. ITS Arolsen)

Sergente Nocchiere Bergo Giulio

“Buonasera Signor Roberto Zamboni.

Sono Rinaldo Oro, da Chioggia e ultimamente ho iniziato una ricerca riguardo a mio zio internato in campo di concentramento (Stalag XII A), per poi essere trasferito a Bromberg.

Vorrei avere più informazioni possibili, su mio zio… se lei è disponibile e gentile da accettare la mia richiesta, ne sarei vivamente grato.

Rinaldo Oro – Chioggia (Venezia)”

Bergo Giulio da “borghese”
Bergo Giulio in “borghese”
Ai Chioggiotti internati

 

Caro Rinaldo,

questi sono i dati che ho trovato su tuo zio (aggiungendo quelli che mi hai inviato per un quadro più preciso):

Bergo Giulio di Sante, nato il 17 maggio 1919 a Catania.

Sergente Nocchiere Reparto Venezia.

Imbarcato sulla Regia Nave Scuola Marco Polo.

Pola, 10 febbraio 1943 – Regia Nave Scuola Marco Polo – Durante la navigazione velica nel Canale di Fasana (Istria)
Pola, 10 febbraio 1943 – Regia Nave Scuola Marco Polo – Durante una esercitazione. Io mi trovo in plancia col “Sestante”, strumento per prendere i rilevamenti polari e astronomici – VII° Corso Integrativo Nocchieri di Porto – Sergente Giulio Bergo
Giulio Bergo con alcuni commilitoni

 

 

Giulio Bergo – Durante una navigazione di guerra

    


Venne fatto prigioniero dai tedeschi sul fronte greco il 9 settembre 1943 ed internato nello Stalag XII A di Limburg an der Lahn dove gli venne assegnato il numero di matricola 49201.

Venne poi decentrato presso il Comando di lavoro 1525 di Weinheim (Arbeitskommando 1525 Weinheim).


Stalag XII A – Immagine tratta da https://www.militaryimages.net/

16 gennaio 1944 – Cartolina postale inviata da Giulio ai genitori dallo Stalag XII A di Limburg
“Miei carissimi genitori, spero che la presente giunga a voi trovandovi ottimi di salute. Io sto bene! Sono ansioso di ricevere al più presto vostre notizie come pure quelle dei miei fratelli. Invio a voi tutti infiniti baci e saluti. Vostro affezionatissimo figlio Giulio”

Trasferito allo Stalag XX B di Marienburg (ora Malbork – Voivodato di Pomerania – Polonia), venne fucilato a Bydgoszcz (Voivodato di Cuiavia-Pomerania – in tedesco Bromberg – Hoheneiche Bei Bromberg) il 17 agosto 1944.


Stalag XX B di Marienburg
Stalag XX B di Marienburg

Inumato in prima sepoltura nel Cimitero cittadino di Bromberg (Städtischer Friedhof), venne poi esumato e traslato dal Ministero della Difesa, nella seconda metà degli anni ’50, nel Cimitero militare italiano di Bielany-Varsavia (Cmentarz Żołnierzy Włoskich – Polonia). Attualmente la sua tomba si trova in uno dei due mausolei del Cimitero di Bielany.


Cimitero militare italiano di Bielany (Varsavia)
Mausoleo destro del Cimitero militare italiano di Bielany (Varsavia)
La madre di Giulio negli anni ’50 presso la Capitaneria di Porto di Chioggia mentre riceve un documento del figlio

Una “Pietra d’Inciampo” per Oreste Ghidelli

Brescia, Via Corsica, 88
Domenica 27 gennaio 2019
“Giorno della Memoria”

Alla presenza del Sindaco Emilio Del Bono, dei famigliari di Oreste Ghidelli, degli studenti del Liceo delle Scienze Umane “Veronica Gambara”, classe III C, coordinati dalla professoressa Monica Rovetta, dei rappresentanti dell’Associazione Nazionale ex Deportati, di Associazione Nazionale ex Internati, della Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura, l’artista berlinese Gunter Demnig, ideatore della iniziativa ”Stolpersteine” – Pietre d’inciampo, ha posato una di queste pietre davanti a quella che fu l’abitazione di una vittima di deportazione, Oreste Ghidelli. (foto di Emanuele Formosa).

Oreste Ghidelli

Oreste Ghidelli, nato a Brescia il 27 maggio 1913, morto nei pressi di Zwickau l’1.4.1945. Aderì al CLN, fu deportato come politico.

Brescia. 1943-44. L’impegno antifascista nella città si intensifica. La resistenza bresciana deve tuttavia far fronte a una grave difficoltà di carattere geopolitico. Brescia e provincia si trovano al centro della Repubblica Sociale Italiana. In città e in particolare sul lago di Garda hanno sede i ministeri repubblicani e i comandi nazisti e fascisti delle diverse formazioni militari, che praticano assidui controlli sul territorio e impediscono al movimento partigiano di emergere. Nonostante ciò, fra il ’43 e il ’44 i partigiani sono 5074, divisi in cinque gruppi: le Fiamme Verdi, le Brigate Garibaldi, le Formazioni “Giustizia e Libertà”, la Brigata “Matteotti” ed elementi isolati.

Dopo l’8 settembre si trovano dispersi numerosi prigionieri di guerra alleati, scappati dai campi di concentramento. Perciò l’Organizzazione Militare clandestina presente a Milano decide di mobilitarsi per metterli in salvo. L’incarico viene affidato all’ingegnere Giuseppe Bacciagaluppi, che lo svolgerà all’interno delle attività politiche e militari del CLN, da poco costituitosi. Anche sul territorio tra la Val Trompia e la Val Camonica si nascondono centinaia di prigionieri, soprattutto britannici. I membri del CLN locale iniziano l’organizzazione dell’assistenza per il loro salvataggio in collaborazione con due ufficiali britannici, che si offrono di tenere il collegamento.

Qui si inserisce la storia di Oreste Ghidelli. Collabora alle operazioni di assistenza e accompagnamento da Brescia a Milano fino alla frontiera svizzera assieme ai compagni Titti Pasolini, Mario Giuberti e agli ufficiali britannici. Una trentina di prigionieri riesce a essere trasferita in svizzere grazie al loro lavoro.

Che tipo di attività aveva svolto fino a quel momento Oreste? Perché non fu arruolato allo scoppio della guerra? Non si hanno infatti sue notizie dopo il 1936, anno del suo congedo dalla Marina militare di Venezia, dove aveva trascorso 28 mesi di ferma, come risulta dal documento del Distretto militare di Brescia datato 27 ottobre 1953. Secondo questo documento, inoltre, il soldato Ghidelli Oreste risulta ancora in vita e di professione artista. Nemmeno la famiglia è ancora riuscita a ricostruire questo lungo arco di tempo.

Nel novembre del ’43 un rastrellamento disperde l’organizzazione clandestina che si trova a Brescia. Oreste si trasferisce a Milano (1). Qui viene arrestato come prigioniero politico e rinchiuso nel carcere di San Vittore. il 17 gennaio 1945, durante il trasferimento al campo di concentramento e di transito di Bolzano-Gries, scrive una lettera ai famigliari (2), nella quale chiede al fratello Adalberto di interessarsi della fidanzata Angela rinchiusa a sua volta nel carcere di San Vittore. In quella missiva comunica anche il suo probabile trasferimento  nel campo di Bolzano, che avviene il 18 gennaio.

Lettera originale recapitata alla famiglia Ghidelli

Cinque giorni dopo però giunge nel Lager di Flossenbürg, in Baviera, dove viene immatricolato col numero 43652 I e classificato con il triangolo rosso, simbolo dei deportati politici.

Libro matricola di Flossenbürg dove compare il nome del Ghidelli

Il 21 febbraio 1945 viene trasferito al sotto-campo di Zwickau, dove i prigionieri sono destinati al lavoro forzato nella fabbrica di autoveicoli di proprietà della Auto Union. data la sua fisicità robusta, nonostante l’età, viene sfruttato come meccanico. A fine marzo le truppe alleate avanzano e il lager viene evacuato. A un passo dalla libertà, l’1 aprile 1945, durante la “marcia della morte” verso il confine cecoslovacco viene ucciso dagli uomini della scorta con una raffica di mitra. Ritardava la marcia per prestare aiuto a un compagno debilitato. Pochi minuti dopo gli stessi assassini della scorta si danno alla fuga. Nessuno seppe più niente della sorte del prigioniero.

La famiglia cercò senza tregua di recuperare notizie del proprio congiunto, senza mai scoprire nulla. Fino a quando, verso la fine del 1945, fu informata dal vescovado di Brescia che un compagno di prigionia di Oreste si era rivolto alla sede episcopale bresciana sostenendo di avere informazioni da trasmettere ai familiari. Tuttavia né questa né altre piste permisero di avere una conferma certa della morte.

Unico testimone era Armando Corsi, compagno di prigionia di Oreste.

Archivio di Stato di Bolzano – Testimonianze reduci dalla prigionia

Fu necessario aspettare il 18 ottobre 1976 perché Croce Rossa italiana certificasse la morte del prigioniero. Ricevuto il documento ufficiale, la sorella maggiore Bruna rifiutò di credere alla notizia, mentre gli altri cinque fratelli di Oreste, soprattutto Adalberto, si attivarono per trovare più notizie. Nonostante le numerose ricerche, non riuscirono mai a scoprire cosa fosse veramente accaduto a Oreste nei suoi ultimi anni di vita.

Croce Rossa Italiana – Informazioni sulla deportazione del Ghidelli

Tre generazioni dopo, è stata la pronipote Francesca Fontana a riprendere ed approfondire le ricerche. Ed è lei a ricevere la medaglia d’onore consegnata dal Comune di Brescia ai famigliari di quindici deportati il 27 gennaio 2018.

Lettera del Prefetto di Brescia per la concessione della Medaglia d’Onore

Desiderando rendere omaggio al prozio, Francesca Fontana aderisce all’iniziativa Pietre d’Inciampo”. La piccola targa d’ottone della dimensione di un sanpietrino viene posta il 27 gennaio 2019, davanti alla porta della casa in cui abitò Oreste, vittima del nazismo.

A cura degli studenti del Liceo delle Scienze umane “Veronica Gambara”, classe III C, coordinati dalla professoressa Monica Rovetta

Note:

(1) Rapporto finale sull’attività svolta dal CLN Alta Italia in favore di ex prigionieri di guerra alleati.

(2) Questo il testo della lettera integrale, datato 17/01/1945: “Caro papà approfitto di una breve sosta qui a Bardolino per inviarti due righe. Ti saluto perché sto per partire per Bolzano, campo di concentramento. Purtroppo a Milano non mi hanno voluto rilasciare. Se Adalberto crede poter fare qualche cosa può far ricerche a Gries o Bolzano dove sono i campi di concentramento. Colà credo di fermarmi 15 giorni poi vedrò se mi manderanno in Germania. Pregate Adalberto di interessarsi per Angela, in carcere detenuta a Milano. Carissimi non addoloratevi se rimarrò lontano da voi e solamente per breve tempo ritorneremo ad abbracciarvi, finalmente libero. Abbracciatemi la Bruna ed i bambini, Alfredo, papà, Italia, Giancarlo e l’ultimo, Claudio, Valter e tutti”. La madre, Teresa Viglioli, morì di parto quando Oreste era adolescente. [ndr]

Francesca Fontana

Francesca Fontana, pronipote di Oreste.

Le notizie riguardo a Oreste Ghidelli sono frutto di un lungo e complicato lavoro svolto da Francesca Fontana in anni di ricerche tra documenti e collaborazioni con varie associazioni. Ella ha materialmente ricevuto dal Capo dello Stato la Medaglia d’Onore conferita a Oreste Ghidelli quale vittima di deportazione e di internamento nel corso del secondo conflitto mondiale (foto e commento di Emanuele Formosa).

                

 

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Per Oreste Ghidelli si veda anche:

https://dimenticatidistato.com/2017/03/22/compagni-di-un-tragico-destino/

https://dimenticatidistato.com/2018/01/28/medaglia-donore-per-oreste-ghidelli/

 

 

 

 

 

 

Medaglia d’Onore al Marò Michele Spinelli

“Egregio signor Roberto Zamboni,
mi chiamo Francesco Mancino e scrivo da Monte di Procida, provincia di Napoli.
Innanzi tutto vorrei complimentarmi e ringraziarla per la notevole opera di ricerca e diffusione di notizie che opera da tanto tempo sul suo sito e tramite Facebook.
Sono il nipote di un caduto della seconda guerra mondiale, lui era il mio nonno materno e si chiamava Michele Spinelli, marinaio richiamato in guerra nel 1943 ed imbarcato sulla nave ospedale militare “Gradisca”, il cui equipaggio l’11 settembre 1943 fu catturato dai tedeschi, insieme alla nave, a Patrasso (pressi di Cefalonia, Grecia) e da li internato in Germania, sicuramente almeno nello Stalag 326 VI K Senne e Stalag VI J Krefeld (matricola n° 103985 VI C), fino a quando, ammalato di pleurite essudativa fu trasferito nel campo di Fullen (vicino Meppen, confini con l’Olanda) fino alla data della morte, il 9-4-1945. Li fu sepolto a cura dei cappellani militari italiani, e poi nel 1958 fu traslato nel cimitero militare italiano di Amburgo Ojendorf.

Michele Spinelli 1943

La vicenda più triste fu certamente che quando questo mio nonno partì per la guerra, mia nonna era incinta di mia madre, e quindi né lui poté mai sapere se questo foglio fosse mani nato, né mia madre ha mai conosciuto il padre.
Mia nonna a guerra finita ricevette una lettera del cappellano militare di Fullen don Giovanni Farfarana, nella quale raccontò la morte di mio nonno e la sua sepoltura, allegando una piccola foto del cimitero del campo. Nel 2001 io, tramite internet, riuscii a sapere della traslazione dei resti ad Amburgo, come confermatomi dal Consolato Italiano di Amburgo e dall’Amministrazione del cimitero, e nel marzo 2013, per la prima volta dopo tanti anni, mi recai in visita sulla sua tomba. Purtroppo però mia madre era già deceduta dal 2005.
Il 28 gennaio scorso mio nonno, a seguito di una mia richiesta, ha ricevuto la medaglia d’onore per gli internati nei lager nazisti, con DPR del 12-11-2018, io e mio fratello abbiamo ritirato l’onoreficenza presso la Prefettura di Napoli, nel contesto di una bella cerimonia.
Negli anni ho anche scritto presso due centri documentali in Germania (Dokumentationsstatte Stalag 326 (VI K) Senne e Gedenkstatte Estervegen), uno dei quali mi ha anche inviato un documento dell’epoca. Attualmente attendo notizie dal archivio ITS di Bad Arolsen (se mai vi fosse qualcosa) e vorrei scrivere, appena il sito internet lo consentirà, anche all’archivio della Croce Rossa.
[…]

Un ringraziamento affettuoso e tanti saluti,

Francesco Mancino – Monte di Procida (NA)”


Cartolina postale inviata dallo Spinelli alla famiglia dallo Stalag VI C di Fullen il 6 maggio 1944
Cartolina postale inviata il 5 agosto 1944 da Fullen
Cimitero di Fullen 1945
Tomba nel Cimitero militare italiano d’Onore di Amburgo
Ojendorf – Amburgo
28 gennaio 2019 – Medaglia d’Onore a Michele Spinelli