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Questo sito e la ricerca nascono con l’obbiettivo di far conoscere quale sia stata la sorte dei nostri congiunti, creduti per tutti questi anni dei “dispersi”.

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“Gli elenchi sono un bene assoluto, perché dietro ad ogni nome c’è un volto e dietro ad ogni volto una vita”

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Dopo l’armistizio siglato dall’Italia con gli anglo-americani, annunciato dal Maresciallo Badoglio l’8 settembre 1943, oltre 650.000 militari italiani, dislocati in Patria o nelle zone d’occupazione (Jugoslavia, Grecia, isole dello Ionio e dell’Egeo), furono fatti prigionieri dai tedeschi e deportati in campi d’internamento (Stammlager / Offlager), siti in terra tedesca, austriaca e polacca.
La Germania inoltre decise di non riconoscere la dichiarazione di guerra siglata il 13 ottobre 1943 dal Regno del Sud, non consentendo ai nostri soldati di poter usufruire del trattamento previsto dalla Convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra e assegnando loro lo status di Internati Militari Italiani.
La condizione di IMI (Italienische Militär Internierte), non contemplata dal trattato ginevrino, impedì inoltre ai nostri connazionali di ricevere ogni tipo di assistenza dalla Croce Rossa, prevista invece per i Kriegsgefangenen, appunto i prigionieri di guerra.
Da quel momento avrebbero dovuto affrontare venti mesi di sfruttamento come forza lavoro in condizioni disumane, con turni massacranti e un regime alimentare decisamente insufficiente.
I nostri militari furono largamente utilizzati nell’industria pesante (prevalentemente bellica) bersagliata di continuo dai bombardieri alleati.
Molti furono vittime delle incursioni aeree inglesi o americane, ma la maggior parte dei decessi fu causata dalle malattie o dalla scarsa e cattiva alimentazione che portò molti giovani al deperimento organico, fino alla loro morte.
I deceduti vennero sepolti nei cimiteri all’interno, o nei pressi dei lager, ma molti furono inumati anche nei cimiteri comunali, in reparti separati dalle altre sepolture, nelle località dov’erano impiegati presso i comandi di lavoro esterni. Altri ancora finirono in fosse comuni, o in sepolture che ne resero impossibile l’identificazione.
Sorte ancor peggiore toccò ad altri 30.000 nostri connazionali, fatti prigionieri per motivi politici o razziali, e deportati in campi di concentramento o di sterminio.
A differenza dei campi per militari, che erano gestiti dalla Wehrmacht, cioè da soldati dell’esercito regolare tedesco, i campi per civili erano gestiti dalle SS (Schutzstaffeln – «squadre di protezione»), un’unità paramilitare del Partito Nazista la cui ideologia puntava all’annientamento delle cosiddette «razze inferiori» e all’eliminazione di tutti gli oppositori politici.
Chi venne inviato in un Vernichtungslager – cioè un campo di sterminio – fu destinato in breve tempo, se considerato non idoneo al lavoro, ad essere gasato con lo Zyklon B, il potente pesticida a base di acido cianidrico che fu utilizzato nelle camere a gas. In ogni caso, per tutti indistintamente, fossero questi deportati in campi di concentramento (Konzentrationslager) o di sterminio, era previsto lo sfruttamento come forza lavoro fino allo sfinimento e alla morte. Infatti, una circolare inviata a tutti i campi di concentramento, firmata dall’SS-Obergruppenführer Oswald Pohl, comandante dell’Ufficio centrale economico e amministrativo delle SS, già dal 30 aprile 1942 prevedeva il «Vernichtung durch Arbeit», cioè l’annientamento attraverso il lavoro.
Quasi tutti i deceduti in questi lager non ricevettero una degna sepoltura e finirono nei forni crematori. Solo verso la fine della guerra, a causa delle generali difficoltà di trasporto e la mancanza di carburante, i deportati che morirono in sottocampi a notevole distanza dai campi centrali, non furono più trasportati ai crematori dei lager, ma furono sepolti nei cimiteri locali.
Dopo le liberazioni dei campi di concentramento in Polonia, Austria e Germania, inoltre, si dovette procedere tempestivamente ad inumazioni di massa in fosse comuni, per evitare il diffondersi di epidemie che avrebbero decimato i sopravvissuti. Solo alcune centinaia di questi sventurati ebbero il «privilegio» di una sepoltura dignitosa.
Tutti questi nostri Caduti, civili o militari, morirono dopo atroci patimenti, in ragione del loro pensiero, della loro religione, o per il loro «no» alla richiesta di continuare una guerra assurda.
Nell’immediato dopoguerra, viste le enormi difficoltà di comunicazione e di ricerca, gran parte di questi giovani furono dati per dispersi. I parenti, ormai rassegnati all’idea della morte del loro caro, tentarono d’individuare almeno il luogo di sepoltura, ma molto spesso, come precedentemente detto, con scarsi risultati.
Il 9 gennaio 1951, il Presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi, firmava la legge n°204, che al secondo comma dell’articolo 4, vietava il rimpatrio delle salme dei Caduti in guerra. L’articolo recitava: «Le Salme definitivamente sistemate a cura del Commissario generale, non possono essere più concesse ai congiunti». Dall’entrata in vigore di questa normativa insensata ed assurda, chi avesse avuto un parente morto in un campo di prigionia per mano tedesca, e traslato in uno dei cimiteri militari italiani gestiti da Onorcaduti, non avrebbe più avuto la possibilità di rimpatriarne le Spoglie.
Il 23 ottobre 1954, fu firmata a Parigi da Pierre Mendès France per la Repubblica francese, e Konrad Adenauer per la Repubblica Federale tedesca, una convenzione per la ricerca e la raccolta delle vittime di guerra in cimiteri d’onore.
Grazie alla documentazione del Servizio Internazionale di Ricerche della Croce Rossa, al grandissimo e difficoltoso lavoro di esumazione e riconoscimento dei Caduti, da parte della Missione francese del Ministero degli Ex Combattenti e Vittime di Guerra, alla collaborazione di Uffici Civili e Religiosi locali, e alla cooperazione del governo federale tedesco, nella seconda metà degli anni ‘50, il Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra del Ministero della Difesa, riuscì a rintracciare le spoglie dei nostri connazionali sepolti in Germania, facendole traslare nei cimiteri militari italiani d’onore di Amburgo, Berlino, Francoforte sul Meno e Monaco di Baviera. In Austria le salme individuate furono sepolte nel Cimitero Militare Italiano di Mauthausen, mentre in Polonia i resti mortali degli italiani furono sepolti nel Cimitero Militare Italiano di Bielany, un sobborgo di Varsavia.
Oltre a quelle dei militari, furono recuperate le spoglie dei deportati civili morti nei giorni successivi o appena precedenti le liberazioni dei lager, o deceduti durante le famigerate marce di trasferimento, le cosiddette «marce della morte».
Alla fine, gli italiani sepolti nei sei sacrari furono 16.079. Tra questi anche 151 donne, 46 tra neonati e bambini con meno di 13 anni e 95 ragazzi con un’età compresa tra i 14 e i 18 anni.
Molti dei parenti di questi sventurati, non vennero mai a sapere di avere un congiunto sepolto in uno di questi cimiteri.
 Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo

[nda] Gli elenchi riportati sul sito Dimenticati di Stato riguardano esclusivamente i Caduti in prigionia (civili e/o militari) per mano tedesca dopo l’8 settembre 1943
Per mancanza di documentazione specifica, non si effettuano ricerche su Caduti/Dispersi su altri fronti (Russia, Nord Africa, Balcani, ecc.).

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INFORMAZIONI E ORARI SUI CIMITERI MILITARI
“Dimenticati di Stato” – Prima edizione marzo 2014

e-maildimenticatidistato@gmail.com

 

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